02:47 15 Novembre 2018
Situazione in Siria

Siria, la pace è vicina, ma Roma resta a guardare

© REUTERS / Rodi Said
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Gian Micalessin
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L’Italia, principale partner economico di Damasco prima della guerra e paese simbolo della Cristianità ha il dovere, anche in virtù dei buoi rapporti con Mosca, di agevolare ritorno dei profughi cristiani e partecipare alla ricostruzione del paese.

E l'Italia? La domanda sorge spontanea leggendo i resoconti del vertice sulla ricostruzione e sul ritorno dei profughi in Siria svoltosi il 27 ottobre a Istanbul con la partecipazione del presidente russo Vladimir Putin dei suoi omologhi turco e francese Recep Tayyp Erdogan e Emmanuel Macron in compagnia della Cancelliera tedesca Angela Merkel.

L'esclusione dell'Italia potrà anche sembrare inevitabile visto l'esiguo ruolo del nostro paese nell'ambito della crisi siriana, ma in verità non è un fatto così scontato. Prima dell'inizio del conflitto il nostro paese era il primo partner commerciale di Damasco sul fronte europeo e il terzo a livello internazionale dopo Arabia Saudita e Cina. Il nostro ruolo di paese simbolo della cristianità dovrebbe spingerci, inoltre, a favorire e agevolare il ritorno dei profughi cristiani.

Anche sul fronte politico e strategico l'Italia avrebbe qualcosa da mettere sul tavolo. Lo scorso agosto abbiamo assunto nuovamente il comando del contingente Onu incaricato dal 2006 di vigilare sul cessate il fuoco tra Hezbollah ed Israele al confine sud del Libano. Il ritorno ad una regia italiana su un fronte assai delicato è dovuto anche alla capacità dimostrata dai nostri militari nel garantire rapporti e scambi di comunicazione tra due grandi nemici. Due nemici protagonisti, tra l'altro, anche del conflitto in terra siriana.

Nonostante queste peculiarità l'Italia continua, anche con il nuovo governo giallo verde, a svolgere un ruolo marginale in un'area mediorientale che rappresenta la sua naturale proiezione geopolitica. In termini di rapporti e relazioni l'Italia sarebbe invece una delle più qualificate nel garantire, in vista di un processo di pacificazione nazionale, il dialogo tra il governo di Bashar Assad uscito vincitore dal conflitto, le opposizioni armate e i profughi pronti a rientrare nel paese.

Un ruolo che i buoni rapporti dell'Italia con la Russia — grande alleata di Bashar Assad — e con la Turchia — paladina dell'opposizione islamista e dei Fratelli Musulmani — renderebbe agevole e naturale. Sicuramente assai più agevole e naturale rispetto a quello di una Francia che, oltre a rappresentare l'ex potere coloniale, ha apertamente appoggiato la rivolta islamista ed è intervenuta sul territorio siriano. A rendere più facile il nostro ruolo si aggiungerebbero i buoni rapporti con la Casa Bianca e le relazioni mai interrotte con un Iran assai presente ed attivo sul fronte siriano.

Invece anche il cosiddetto governo del cambiamento sembra essersi adeguato all'apatia dimostrata da tutti i governi italiani dopo il 2011. Nonostante le dimostrazioni di consonanza politica con Mosca e le ripetute posizioni a favore delle minoranze cristiane assunte negli anni dalla Lega l'esecutivo Conte, Salvini, Di Maio non sembra cogliere l'importanza dell'appello lanciato da Vladimir Putin nel dicembre 2017 quando incontrando il patriarca d'Antiochia e delle altre chiese d'Oriente sancì la necessità di garantire un rapido ritorno dei profughi cristiani.

"E' molto importante — assicurò in quell'occasione Putin — che la vita pacifica sia garantita il prima possibile, la gente ritorni alle proprie abitazioni e vengano ricostruite templi e chiese".

Nella stessa occasione sottolineò l'importanza del ritorno dei profughi di fede musulmana nell'ottica di una piena riconciliazione nazionale. "Aiuteremo — promise Putin — anche i membri di altre fedi — musulmani inclusi — che hanno sofferto tantissimo a causa di banditi terroristi e gruppi radicali". Un impegno ribadito lo scorso luglio durante il summit di Helsinki con il presidente americano Donald Trump quando una parte consistente dell'incontro fu dedicata alla discussione di azioni condivise per garantire il rientro dei rifugiati.

Un argomento su cui Putin è tornato durante il vertice dello scorso agosto con la Cancelliera tedesca Angela Merkel. In quell'occasione affrontando il tema di una ricostruzione del paese che secondo stime russe costerà non meno di 250 miliardi di dollari il presidente russo ha chiesto all'Europa una partecipazione finanziaria diretta. "E' necessario rendere più efficace lo sforzo umanitario nel conflitto intensificando gli aiuti alle persone e aiutando le regioni in cui è possibile un rientro dei profughi" — ha detto Putin. Se la risposta degli Stati Uniti è stata fin qui alquanto gelida quella europea non è stata molto più collaborativa. Angela Merkel ha vincolato un eventuale impegno a precise garanzie per l'incolumità degli oppositori riparati all'estero e sullo svolgimento di elezioni sotto il controllo delle Nazioni Unite.

L'Italia in questo contesto avrebbe l'opportunità di proporsi come capofila delle nazioni europee agevolando la trattativa con Damasco e con Mosca. Un ruolo che la Russia sarebbe sicuramente disposta a favorire. L'iniziativa, oltre a garantirci una presenza nel contesto mediorientale, renderebbe più facile la difesa dei nostri interessi in una Libia dove il generale Khalifa Haftar, troppo trascurato in passato dall'Italia, ha come migliore alleato non solo la Francia di Emmanuel Macron, ma anche la Russia di Vladimir Putin. E sul piano economico renderebbe più agevole la partecipazione delle nostre imprese alla opera di ricostruzione della Siria aiutandoci a recuperare la condizione di cruciale partner economico di Damasco.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

 

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Tags:
Crisi in Siria, Trattative, Economia, ONU, Giuseppe Conte, Emmanuel Macron, Khalifa Haftar, Recep Erdogan, Bashar al-Assad, Matteo Salvini, Vladimir Putin, Angela Merkel, Arabia Saudita, Libia, Siria, Turchia, Italia, Francia, Russia
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