17:59 11 Dicembre 2018
Una fotogramma del film “What you gonna do when the world's on fire?”

Americani bianchi non vedono le disuguaglianze: regista italiano sul razzismo negli USA

© Foto : fornita dall'ufficio stampa del Festival del cinema di Venezia
Italia
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Il film “What you gonna do when the world's on fire?” del regista italiano Roberto Minervini, che ha vissuto per più di 20 anni negli USA, è l’unico documentario rientrato nel programma del 75° Festival del cinema di Venezia.

Questa pellicola è frutto delle ricerche sulla vita di un quartiere afroamericano in uno stato meridionale degli USA durante le grandi proteste del 2017 scatenatesi in seguito morte di cittadini neri per mano dei poliziotti. Il corrispondente di Sputnik ha posto alcune domande al regista sul problema del razzismo negli USA e sulla sua amicizia con i radicali di sinistra delle Black Panthers.

Questo non è l'unico film di Minervini sugli abitanti delle zone più remote dell'America. La sua precedente pellicola "Louisiana (The Other Side)", presentata a Cannes nel 2015, parlava della vita di un narcotrafficante e delle sue amiche che erano di un quartiere povero della Louisiana. Nella sua nuova opera il regista è andato oltre: ha mostrato non solo la desolazione che attanaglia gli abitanti di quei ghetti e che scatena la loro rabbia, ma ha anche dato voce ai tentativi delle persone disperate di unirsi e di chiedere giustizia.

Una fotogramma del film “What you gonna do when the world's on fire?”
© Foto : fornita dall'ufficio stampa del Festival del cinema di Venezia
Una fotogramma del film “What you gonna do when the world's on fire?”

I protagonisti della pellicola sono semplici cittadini del Mississippi: due giovani fratelli, Ronaldo e Titus; il proprietario di un bar, Judy; la sua anziana madre, capo della tribù nativa dei Kevin; gli attivisti del movimento radicale di sinistra per i diritti degli afroamericani Black Panthers.

Per conquistarsi la fiducia di queste persone, a Minervini sono serviti molto tempo e fatica.

"Molti registi europei li hanno contattati. Io avevo già girato 4 film, questo è un buon "biglietto da visita", loro li hanno visti. Sapevano vita, morte e miracoli su di me e sulla mia famiglia che è stata sempre attiva politicamente. Sono convinti che io provenga da un ambiente che è più vicino a loro che ai loro oppositori. Per questo il leader delle Black Panthers ha deciso di fidarsi di me", spiega il regista.

Una fotogramma del film “What you gonna do when the world's on fire?”
© Foto : fornita dall'ufficio stampa del Festival del cinema di Venezia
Una fotogramma del film “What you gonna do when the world's on fire?”

La cinepresa filma la vita di tutti i giorni delle "pantere": dalle riunioni in cui si discutono gli obiettivi e il codice d'onore dei membri del movimento fino alla distribuzione di cibo e acqua ai senzatetto. L'operatore li riprende nei quartieri "neri" in cui le "pantere" bussano alle porte e offrono aiuto alle persone o semplicemente parlano con loro. Gli operatori seguono le loro manifestazioni di strada in memoria degli afroamericani che hanno perso la vita. Minervini afferma di aver voluto dare parola a coloro che la società americana ha reso marginali.

"Di queste persone i media praticamente non parlano, non per loro decisione, ma perché il sistema le ha rese invisibili, spedendone la maggior parte in prigione. Molti di coloro che guardano il mio film pensano che le "pantere" siano solamente persone che gridano per strada. Ma se le altre uscissero dal carcere, la portata di quelle manifestazioni sarebbe ben diversa. Noi li abbiamo resi insignificanti. Io non faccio parte di nessuna istituzione e ho dato loro la possibilità di ridiventare visibili", afferma il regista.

Visto come si esibiscono senza alcun problema davanti alla telecamera, si intuisce che si fidano completamente della troupe: non hanno paura di mostrare le proprie emozioni su quello che per loro c'è di più privato come il loro passato criminale, la dipendenza da droghe o episodi di violenza domestica.

Sono passati davvero degli anni per stabilire questo rapporto così profondo, sottolinea l'autore del film.

Una fotogramma del film “What you gonna do when the world's on fire?”
© Foto : fornita dall'ufficio stampa del Festival del cinema di Venezia
Una fotogramma del film “What you gonna do when the world's on fire?”

"Sono passati circa due anni prima di cominciare le riprese: nel 2017 abbiamo lavorato durante l'estate per 150 ore. La sensazione è stata quella di una vera e propria catarsi. Siamo arrivati a conoscere i segreti gli uni degli altri, i nostri rapporti sono diventati molto personali: a quel punto ho capito che potevo farne un film. Non so nemmeno quante volte i miei figli abbiano dormito a casa di Ronaldo e Titus. La loro vita è diventata la nostra vita, non solo grazie al film. È un'amicizia vera che continua anche dopo le riprese", racconta Minervini.

Da quest'amicizia è nato un film incredibilmente sincero in cui la percezione dell'ormai radicata paura si manifesta anche in quei momenti quotidiani come i discorsi tra genitori e figli.

La madre di Ronaldo e Titus li costringe a ripetere come un mantra l'orario in cui devono tornare a casa, perché, se si trovassero per strada dopo il tramonto, potrebbe toccargli la sorte dei bambini della strada accanto che sono rimasti vittime di una sparatoria la settimana scorsa.

Per motivarli a studiare, la madre porta l'esempio del padre di Ronaldo che è finito in prigione a 13 anni. "Tu non vuoi finire come lui, vero?", chiede la madre. "No, mamma, avrei paura a comprare o vendere dell'erba", dice il figlio. "E allora prendi i tuoi libri. Se ti arrendi, non fai altro che dar loro soddisfazione".

"Loro" sono gli americani bianchi. Questa netta distinzione non si percepisce solamente nella scelta di presentare il film in bianco e nero, ma in ogni frase pronunciata dai protagonisti. Per loro ancora oggi molte cose sono determinate in base al colore della pelle, constata con dispiacere il regista.

"La ragione per cui sono comparse organizzazioni estremiste di sinistra è che l'intolleranza dilaga. Non c'è bisogno di andare lontano: prendete Donald Trump. Ogni giorno porta avanti questa retorica dell'odio. E come contrappeso a Trump non ci propongono di essere tolleranti, ma solo di essere meno tolleranti. Accogliere le minoranze non significa raggiungere la parità, ma la maggior parte dei progressisti ha la coscienza pulita pensando che questo sia sufficiente", ammette l'autore del film.

Il regista italiano Roberto Minervini
© Foto : fornita dall'ufficio stampa del Festival del cinema di Venezia
Il regista italiano Roberto Minervini

Secondo lui, la responsabilità per la situazione attuale devono prendersela non tanto i politici, quanto i comuni cittadini.

"New York è definita la città più liberale del Paese, ma in realtà è il luogo più segregato d'America. E su questo non ci sono dubbi: New York è costruita secondo il principio di ghetti tra loro separati e in questo non c'è neanche un accenno di parità. Le scuole migliori sono quasi tutte dei bianchi. La si può solo chiamare supremazia razziale", ritiene il regista.

Sebbene il suo film sia un mezzo per dare voce a una storia di omicidi che vedono implicati cittadini neri e a alle proteste che sono seguite in tutto il Paese, Minervini evita di mostrare violenza nella sua pellicola. L'unica scena che mostra quanto vulnerabili siano i protagonisti è uno scontro con la polizia durante una protesta pacifica presso l'edificio dell'amministrazione locale. Il regista ricorda cosa ha provato nel momento in cui la polizia ha cominciato a catturare i partecipanti alla manifestazione ricorrendo alle armi.

"Ho fatto le riprese da solo perché parlo inglese meglio degli altri membri della troupe. Mi sono messo dietro le barricate per prendere un po' di tempo prima che la polizia si avvicinasse a me. Sono riuscito a passare la cinepresa a un collega prima che iniziasse la colluttazione e cominciassero a volare proiettili di gomma che sono in grado di accecare o storpiare una persona. Io mi sono buttato a terra, quindi ho visto tutta la scena dal basso", ha condiviso con Sputnik il sopravvissuto Minervini.

"Ho avuto molta paura anche se avevamo già assistito ad altre sparatorie", continua il regista. "Non ci si può abituare a questo genere di cose. Ogni volta non provo solo paura, ma addirittura terrore. Io non volevo morire o beccarmi un proiettile, ma ho fatto una scelta. Ricordo come le Black Panthers mi hanno accolto: "Benvenuto al lato oscuro"".

È simbolico che il titolo del film sia preso dalla Spiritual music (genere di musica spirituale afroamericana) che dovrebbe rimandare a quello che di più luminoso esiste, cioè l'uomo. "What you gonna do when the world's on fire?" (Cosa farai quando il mondo è in fiamme?)", chiede il regista. Ti nasconderai dietro le barricate o supererai la tua paura per aiutare chi ha avuto meno fortuna di te?

Tags:
film, razzismo, Intervista, Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, Italia, USA, Venezia
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