04:17 10 Dicembre 2018
La ritirata degli alpini italiani nella Campagna di Russia (1941-43)

Bentornati a casa, caduti del fronte russo

Italia
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Riccardo Pessarossi
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Antonio Respighi: "Quando un piastrino viene restituito è come tornasse a casa un soldato."

Il piastrino di riconoscimento dei soldati non è un semplice pezzo di metallo. Per 360 famiglie italiane è che il proprio congiunto  è "tornato a casa" da quell'infausta campagna militare di 75 anni fa in terra russa.

Sputnik Italia ha intervistato Antonio Respighi, alpino del Gruppo Alpini di Abbiategrasso, sezione di Milano, che dal 2009 si occupa della ricerca e riconsegna dei piastrini. All'inizio fu la casualità, ora, quasi dieci anni dopo il primo ritrovamento l'opera è sfociata in un libro che raccoglie le storie di questi soldati e delle loro famiglie.

Dal 2009 ad oggi avete riconsegnato oltre 300 piastrini ad altrettante famiglie di soldati italiani caduti sul fronte russo. Come ha avuto inizio la vostra storia?

Nel 2009 con una comitiva di otto camper facemmo un viaggio in Russia per visitare i luoghi che sono stati teatro delle operazioni militari del Corpo di Spedizione Italiano in Russia e dell' Armata Italiana in Russia, negli anni 1941-43. Nikolajewka, dove gli italiani sono riusciti a rompere l'accerchiamento russo, Rossosch dove gli alpini hanno ristrutturato l'edificio che ospitava il Comando d'Armata, trasformandolo nell' asilo "Sorriso", i cimiteri e le fosse comuni nella zona del Don. Avevamo in programma di raggiungere anche il campo di prigionia di Uciostoje, nella regione di Tambov, ma avvenne un imprevisto che si rivelò poi cruciale.

Il piastrino di un alpino caduto nella Campagna di Russia
© Foto : Antonio Respighi
Il piastrino di un alpino caduto nella Campagna di Russia

Che cosa successe?

Il luogo dov'era situato il campo di prigionia di Uciostoje è molto difficile da trovare, perché mancano i segnali e ci siamo dovuti fermare a pernottare in un parco di Michurinsk. Qui si presentò un giovane che vedendo gli adesivi ANA sui nostri camper cercò di parlare con qualcuno del gruppo, ma non fu compreso e venne allontanato. Per fortuna mia moglie Gianna parla in russo, così richiamammo il ragazzo e lui ci disse di avere vari oggetti della Seconda guerra mondiale, in particolare piastrini di riconoscimento di soldati italiani.

Fu lui a consegnarvi i piastrini?

Si, ci diede 136 piastrini, ma non è stato così facile farseli dare. All'inizio rifiutò di darci i piastrini, anche se gli dicemmo che li avremmo riconsegnati alle famiglie. Allora gli chiedemmo se lo facesse per soldi ed allora iniziò una lunga opera di convincimento. Terminata la nostra quasi ‘supplica' il giovane fece una telefonata e se ne andò. Stavamo ancora rammaricandoci per avere perduto una importante occasione, quando il ragazzo ritornò e pose due gavette contenenti diversi piastrini sul nostro tavolino. Lo ringraziammo increduli e gli offrimmo due bottiglie di vino italiano. Da questo episodio casuale è nato il progetto di consegna dei piastrini ai familiari.

Da qui fino all'effettiva consegna ai famigliari del caduto, quali altri passaggi avete seguito?

Io stesso oltre a quello di alpino e militare ho un passato di sindaco e questo mi ha facilitato nell'opera appena mi sono trovato con tutti questi piastrini, per capire cosa dovevo farne e come impostare la consegna. Io penso che se a suo tempo lo Stato li ha mandati là, ora lo Stato li deve riaccogliere.

Quando un piastrino torna e come se tornasse a casa un soldato. "E' tornato a casa" lo scrivono i giornalisti quando c'è una cerimonia, lo stesso lo pensano i parenti ed anche i sindaci sono ben contenti di fare questa consegna.

Come avviene la consegna del piastrino?

Una volta venuti a conoscenza della città di origine del soldato caduto scriviamo all’amministrazione comunale dicendo che è stato ritrovato il piastrino di un loro concittadino e chiediamo di rintracciarne i parenti e organizzare la riconsegna del piastrino. Inviamo sempre la stessa lettera, a Roma come ai paesi di 200 abitanti. E’ il sindaco che convoca i parenti, il rappresentante dello stato che si muove e per lui è anche un onore farlo. Noi non abbiamo mai chiamato nessun parente prima che l’abbia fatto l’amministrazione. Solo in un secondo tempo uno dei parenti sarà il nostro interlocutore per ricostruire i fatti relativi alla vita del caduto.

Oltre all'opera materiale di riconsegna del piastrino, svolgete anche un lavoro che potremmo definire storiografico quindi?

L’altra cosa che facciamo è ricostruire con la famiglia chi era il soldato, chi c’era dietro il nome. Chiediamo ai sindaci di farci pervenire il foglio matricolare su cui sono scritte tante cose che neanche i famigliari sanno, perché è scritto tutto ciò che ha fatto il loro congiunto durante il periodo militare. Dopo aver consegnato il piastrino ci facciamo dare dai parenti lettere, fotografie, racconti trasmessi a voce sulla memoria del caduto ed infine cerchiamo di rispondere alla domanda: “perché non è tornato a casa”.

Lei ha menzionato lo Stato, come legittimo responsabile dell'invio allora del soldato e del rientro oggi del caduto: come viene vista la vostra opera da parte delle autorità?

Un anno e mezzo dopo l’incontro in Russia la Rai si è interessata a noi e la trasmissione “Chi l’ha visto” ci ha cercato ed ha voluto riprendere una cerimonia di consegna. Il Ministero della Difesa e Onorcaduti il giorno dopo hanno scritto al presidente dell’ANA dicendo che i piastrini non appartengono ai parenti, ma appartengono allo Stato, come parte del corredo dato al militare, quindi andavano riconsegnati allo Stato. Effettivamente è vero, non si può negare, perché sono stati dati al soldato insieme alla divisa, agli scarponi e all’equipaggiamento militare.

Per farne cosa?

Per depositarli in un archivio allegati al foglio matricolare del soldato. Il burocrate dice che hai trovato un bene dello Stato, non devi darlo alla famiglia, ma come recita il regolamento, va allegato al foglio matricolare. Come spiegare alle famiglie che il piastrino non può essere riconsegnato a loro, ma va riposto in un archivio?

Come siete venuti a capo della diatriba?

Allora ci fu uno scambio di lettere tra la presidenza dell'ANA, nella persona del presidente Corrado Perona ed Onorcaduti, con il generale Vittorio Barbato. Le lettere vennero anche pubblicate sull'Alpino. La presidenza dell' ANA sa quello che faccio, il presidente ha contatti col ministero della Difesa. Il ministero della Difesa non vorrebbe che facessimo questa cosa, ma noi lo facciamo perché credo che davanti a queste vicende il buon senso debba prevaler sulla burocrazia. Come scrivo nella postfazione del libro, per le famiglie questo piastrino è una reliquia, per lo Stato un pezzo di metallo.

Avete qualcuno che vi appoggia nella vostra opera di ricerca e riconsegna?

La nostra esperienza è lunga, ormai è 9 anni. Vogliamo che i riflettori siano sul momento del passaggio della reliquia, dal sindaco —  istituzione — Stato, ai parenti, come atto dovuto per mettere una parola fine. Il protagonista è il sindaco che annuncia alla comunità da cui è uscito questo soldato "guardate che è tornato a casa". Ogni volta il ritorno viene preso in maniera che dire commossa è dire poco. E' un evento straordinario.

 

Il vostro libro raccoglie più di 300 storie di caduti e delle loro famiglie: ci racconta qualche esempio che vi ha particolarmente colpito?

Le consegne ci offrono spesso una fotografia di com'erano le famiglie italiane di allora e come sono arrivate fino a oggi. Spesso abbiamo trovato in vita tantissimi fratelli, perché allora le famiglie erano numerose e magari il primo fratello è il soldato che è partito, mentre in vita ci sono ancora gli ultimi che hanno 70 anni. Una volta un sindaco mi telefona e mi dice che ha un problema, non sa a chi va dato il piastrino. Io rispondo che normalmente viene consegnato al parente più prossimo. Lui insiste e dice che ci sono due rami della famiglia, nipoti, che litigano. La famiglia era divisa in due fazioni. Separata. Il sindaco chiedeva a me come fare, perché è una cosa che non capita spesso. Insomma, arriva la cerimonia di consegna, in cui i parenti iniziano a leggere a turno una lettera scritta dal soldato. Nessuno di loro riesce a trattenere le lacrime e così la lettera è passata di mano in mano fino al cugino dell'altro ramo e arrivati alla fine tutti si abbracciano, in lacrime. Il piastrino ha riunito una famiglia. E' stata una cosa straordinaria.

Un altro caso che si è verificato è quello di un figlio “illegittimo” solo perché figlio di un soldato partito lasciando la fidanzata incinta. Sempre poco considerato dai familiari, al momento della consegna i nipoti hanno però deciso che il piastrino fosse consegnato proprio a lui che, piangendo, si è sentito riaccolto in famiglia.

Come prosegue la vostra opera di ricerca?

Attualmente abbiamo recuperato un totale 360 piastrini. La nostra opera continua e col tempo siamo diventati amici del ragazzo che ci donò i primi piastrini e ci aiuta ancora oggi recuperando in Russia, anche sottraendoli al mercato nero, piastrini che recano scritti i nomi di soldati italiani. E’ un opera difficile, anche perché intorno a questi oggetti della Seconda Guerra Mondiale si articola un commercio difficile da contrastare.


Antonio Respighi è un ex sergente del battaglione Bassano, brigata Tridentina, attualmente socio del Gruppo Alpini di Abbiategrasso. Insieme alla moglie Maria Giovanna ha scritto il libro "Io resto qui — Lettere dai Caduti sul fronte russo e testimonianze delle famiglie" edito dal Gruppo Alpini di Abbiategrasso.

Nel mese di settembre, precisamente dal 12 al 16, una delegazione dell'Associazione Nazionale Alpini si recherà in Russia, a Nikolajewka, dove nel 75° anniversario della Campagna di Russia verrà inaugurato il "Ponte degli Alpini per l'Amicizia"

 

La posizione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione

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