15:46 18 Ottobre 2018
Damien McFly

Negato ingresso in USA ad un cantante italiano

© Foto : fornita da Damien McFly
Italia
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Tatiana Santi
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L’America terra delle opportunità? Sicuramente, ma anche un Paese dove non è sempre così facile entrare. Damien McFly, giovane cantautore padovano, è stato invitato a partecipare al festival NAMM di Los Angeles, ma all’aeroporto lo aspettava una brutta sorpresa.

Il viaggio negli Stati Uniti che avrebbe permesso a Damiano Ferrari, in arte Damien McFly, di presentare una sua nuova canzone al pubblico americano si è trasformato in una disavventura alla dogana dell'aeroporto di Los Angeles. Fermo di 26 ore prima del rimpatrio forzato, lunghi interrogatori e alle fine l'espulsione dagli Stati Uniti per un problema legato alla tipologia di visto in suo possesso.

L'artista con la chitarra in spalla non potrebbe esibirsi negli Stati Uniti davanti un pubblico senza un visto di lavoro, secondo il regolamento vigente negli States. Il cantante padovano in realtà si sarebbe dovuto esibire per 5 minuti gratis nel contesto di un festival, non con un proprio concerto. Che cos'è successo esattamente all'aeroporto internazionale di Los Angeles? Sputnik Italia ha raggiunto per un'intervista Damien McFlay.

Damien McFly
© Foto : fornita da Damien McFly
Damien McFly

— Damien, sei stato bloccato all'aeroporto di Los Angeles e rispedito in Italia. Ci puoi raccontare che cos'è successo?

— Il 26 gennaio atterro a Los Angeles, ero con la mia fidanzata e al primo controllo ho detto di essere arrivato negli Stati Uniti in vacanza per sei giorni, però siccome ero stato interrogato in Texas l'anno scorso, dove mi fecero passare con la mia chitarra, i miei dati sono rimasti nel registro degli aeroporti. Anche questa volta hanno voluto approfondire il mio caso.

Dopo il primo interrogatorio ne arriva un altro, l'ufficiale aveva già la mia pagina facebook aperta, dove c'era scritto che avrei suonato al festival NAMM. In realtà io dovevo andare lì e suonare per 5 minuti gratis, non si trattava di un mio concerto. A questo punto l'ufficiale aveva già deciso come sarebbe finita la storia…

— Cioè?

— Mi hanno fatto un sacco di domande sulla mia vita in Italia e su quello che faccio. Mi hanno detto alla fine che non avrei potuto suonare, perché con il visto ESTA che avevo io sono previste esibizioni ai festival di scambio culturale o ad eventi sponsorizzati dal proprio governo. A quel punto mi hanno sequestrato cellulare, tolti i lacci delle scarpe e la cintura.

— A quel punto sei rimasto bloccato all'aeroporto. Perché non ti hanno fatto uscire come semplice turista?

— Hanno fatto un accertamento e hanno visto che ero già passato l'anno scorso con la chitarra. Questa volta non avevo le lettere di invito stampate e non avevo un documento con scritto che avrei suonato per 5 minuti. Non mi hanno neanche lasciato aprire la posta elettronica per mostrare le lettere di invito. Secondo questo ufficiale io in ogni caso non avrei potuto suonare.

Questa legge è molto restrittiva, anche se dici di suonare gratis, loro non potranno sapere se è così veramente. L'unica alternativa sarebbe stata avere tutte le lettere stampate, una lettera del mio governo che mi permetteva di andare lì. Altrimenti si dovrebbe fare un visto lavorativo, che costa però 4 mila dollari.  Fare un visto lavorativo per 4 mila dollari per andare al festival e suonare gratis mi sembra esagerato.

— Alla fine sei stato interrogato a lungo, sei stato rinchiuso in una stanza con altre persone, giusto?

— Mi hanno fatto la perquisizione, gli interrogatori sono durati diverse ore. Il problema è stato non poter telefonare a nessuno, avevo tutti gli hotel da disdire. Mi sono trovato lì senza telefono, mi hanno permesso di effettuare una sola chiamata con il loro telefono, mi hanno anche addebitato la telefonata. Sono rimasto bloccato all'aeroporto 26 ore prima di essere rispedito in Italia.

— Che idea ti sei fatto di tutta questa vicenda?

— La mia prima idea è stata quella di non tornare mai più in America. Mi da molto fastidio che ci siano delle leggi non aggiornate. Un artista si può permettere di andare negli Stati Uniti a promuoversi, uno come fa a diventare famoso in America se non lo fanno entrare neanche a suonare gratis? È ridicolo.

Martedì ho l'intervista all'Ambasciata a Milano, ho rifatto lo stesso visto per andare ad un altro festival. Avrò una lettera di invito della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), la lettera di invito del festival SWSW di Austin in Texas. Speriamo mi diano il visto!

— Si dice sempre che gli Stati Uniti sono la terra dalle mille possibilità e della libertà. Bisogna dire che non è così facile arrivarci però in America, no?

— Sì, è un controsenso. Ho visto scene assurde: un ragazzo francese era lì con me, aveva prenotato solo due notti in hotel, perché poi avrebbe voluto viaggiare e spostarsi, non è riuscito ad aprire il conto in banca per mostrargli quanti soldi aveva e l'hanno mandato a casa. Sono cose folli secondo me.

— Fra poco dovresti ripartire alla volta dell'America per il festival ad Austin. Speriamo bene!

— Io farei pure il visto lavorativo, ma devi fare una petizione, avere delle lettere da parte di artisti italiani o stranieri che ti sostengono, devi provare che sei abbastanza famoso, infine pagarti un avvocato e il governo. È una trafila allucinante.

La gente non sa queste cose, magari pensa che il problema sia il visto sbagliato. La questione non è nel visto, il sistema è tutto campato in aria. Basta beccare un ufficiale che non conosce il festival o non conosce le particolarità di questa legge. Alla fine dell'interrogatorio infatti l'ufficiale è andato su Google a cercare la legge, non sapeva tutti i dettagli…

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Intervista, Italia, USA
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