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    Primi strascichi in casa Pd dopo il voto all’Italicum.

    Riforme a passo di gambero, riforme all’italiana

    © AFP 2017/ Andreas Solaro
    Italia
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    Marco Fontana
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    La sentenza della Corte Costituzionale ha smontato qualche giorno fa il nocciolo stesso dell'Italicum, la legge elettorale che Renzi, all'indomani della sua approvazione, salutò così: E' la migliore legge del mondo. Vedrete che tra sei mesi ce la copieranno in molti. Ma ora ne restano in piedi solo le macerie...

    La sentenza della Corte Costituzionale ha smontato qualche giorno fa il nocciolo stesso dell'Italicum, la legge elettorale che Renzi, all'indomani della sua approvazione, salutò così: E' la migliore legge del mondo. Vedrete che tra sei mesi ce la copieranno in molti. Ma ora ne restano in piedi solo le macerie, lasciate da una pronuncia che abolisce il turno di ballottaggio, ribaltando quindi la ratio profonda della legge e consegnando il Paese a un ritorno al proporzionale puro.

    Qualcuno ricorderà l'immancabile tweet dell'allora presidente del Consiglio: Impegno mantenuto, promessa rispettata. L'italia ha bisogno di chi non dice sempre no. Avanti, con umiltà e coraggio. È #Lavoltabuona.

    Di umiltà se n'era vista ben poca a Palazzo Chigi dal maggio del 2015, quando l'Italicum divenne legge: forse a causa di un eccesso di decisionismo, forse a causa del tentativo — neppure tanto mascherato — di imporre all'Italia una legge elettorale fatta su misura per il Partito Democratico e per le ambizioni del suo leader. Erano molte le voci autorevoli che sollevavano dubbi sulla legittimità costituzionale del provvedimento, eppure il giovine statista è andato avanti lo stesso, sicuro di sé, subendo però uno schiaffone postumo dalla giustizia italiana, cui sembrano indigesti i provvedimenti del suo governo. 

    Paolo Gentiloni
    © AFP 2017/ AL-WATAN DOHA / KARIM JAAFAR
    L'ex premier e le sue riforme, dopo la disamina degli elettori e della magistratura, hanno incassato solo bocciature: dalla riforma Costituzionale a quella sulla Pubblica Amministrazione, dalla riforma della scuola a quella elettorale, fino a lambire il mitico Jobs Act, rimane poco o nulla. Renzi era arrivato per rottamare la vecchia politica e ha finito per rottamare l'Italia riportandola alla Prima Repubblica, quando i patti di governo li si faceva dopo le elezioni e gli elettori non sapevano chi avrebbe veramente preso il timone del Paese. È questa la scomoda eredità del governo Renzi. Certo, può capitare che silurino le tue riforme una volta o due, magari proprio quelle riforme con le quali sei andato in Europa a farti bello per ottenere criteri meno rigidi sui patti di stabilità, ma ora si comincia a perdere il conto dei provvedimenti ritoccati dai TAR regionali o dalla Corte Costituzionale: e allora c'è veramente qualcosa che non andava. 

    Consideriamo poi la fretta impressa da Renzi per andare ad elezioni il prima possibile, con un prendere o lasciare sull'eventuale modifica di quel che resta dell'Italicum, a dimostrazione che al centro della sua azione politica non vi è la volontà di promuovere una legge elettorale che permetta di governare in modo trasparente, ma solo la necessità personale di non perdere l'ultimo treno utile per vincere o almeno per avvicinarsi alla vittoria alle prossime politiche. Renzi sa benissimo — nonostante i suoi appelli al voto utile — che nessuno raggiungerà il 40%; accetterebbe quindi di andare a governicchiare per l'ennesima volta in una coalizione di larghe intese.

    L'ennesima capovolta di chi nel 2014 twitterava così, rispondendo all'editoriale di Giovanni Valentini su Repubblica: A me conviene votare, all'Italia no. Mai governo con Berlusconi.

    Ma se va a votare a giugno e non si armonizzano le leggi elettorali, Renzi sa dovrà stringere un'alleanza con Forza Italia. Ecco allora diventa chiaro come l'Italia sia alla disperata ricerca di un leader che pensi meno al suo futuro politico e più al destino del suo Paese. 

    Ma qui ormai siamo tutti grandi esperti del passo del gambero: lo vediamo dalla nostra condizione economica e dall'incapacità di frenare lo "shopping" che entità internazionali stanno effettuando sulle nostre eccellenze. Gli italiani, precipitatati nuovamente nella Prima Repubblica, verranno probabilmente chiamati al voto utile da quei poli che si contenderanno la vittoria, e sarebbe l'ennesimo déjà-vu dell'ormai storico scontro Berlusconi-Veltroni che vide sopravvivere soltanto l'Italia dei Valori e l'Udc ai due grandi partiti di massa, Pd e Pdl. Sarà comunque difficile replicare questo tentativo, perchè allora non esisteva un solido terzo polo sul genere dell'M5S e perchè gli elettori hanno già assaggiato tutte le ricette dei pifferai magici in circolazione. Il rischio che corriamo si sostanzia in altri cinque anni di limbo: siamo sicuri di potercelo permettere? E siamo certi che l'Europa possa permettere che l'Italia abbia di nuovo un governicchio? Le agenzie di rating non aspettano altro per dare il colpo di grazia al tessuto produttivo italiano e per aprire la stagione dei saldi agli amici dell'Unione Europea.    

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Produzione, politica, finanze, Riforma costituzionale, Economia, riforme, Matteo Renzi, Italia
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