16:26 28 Maggio 2017
    Per Renzi, se questa legge elettorale non passa è l'idea stessa di Pd come motore del cambiamento dell'Italia che viene meno”.

    Referendum: e se il vero vincitore fosse Renzi?

    © AFP 2017/ THIERRY CHARLIER
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    Marco Fontana
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    Si respira un’euforia trasversale nel fronte del No, dopo la schiacciante vittoria riportata nel referendum del 4 dicembre.

    L'esito della consultazione non chiude comunque del tutto le porte al premier, che paradossalmente esce rafforzato da questa sonora batosta. Negli ultimi mesi Renzi aveva radicalizzato il confronto, polarizzando il voto attorno alla sua figura: così adesso si erge in solitaria come ultima speranza per quegli elettori che avevano "voglia di cambiare l'Italia" avviando una stagione di riforme. E allora prendiamo con le pinze questo risultato elettorale, perché il dinamico fiorentino potrebbe farlo fruttare trasformandolo in un patrimonio del 40% di consensi. Facendo un giro sulla rete si nota infatti come molti cittadini stiano vivendo il referendum come il drammatico tramonto del sogno di un Paese più veloce e al passo coi tempi.

    L'uragano di voti contrari alle riforme renziane va quindi interpretato con la massima accortezza. Un conto è gioire per aver salvaguardato i diritti fondamentali della Carta costituzionale (primo fra tutti il diritto al voto), un altro è pensare che tale vittoria abbia rottamato il renzismo.

    Il fronte del No infatti è totalmente disomogeneo nella sua composizione, quindi non alternativo al premier dimissionario. Renzi lo aveva definito "accozzaglia": è stato certamente un errore dal punto di vista elettorale, ma un fondo di verità in quella parola si trova. Le anime del No difficilmente riusciranno a dialogare fra loro fino a poter costruire una coalizione che sia credibile e autorevole. Oggi l'Italia vede ancora un panorama almeno tripolare e fatto di partiti che da soli sono in minoranza.

    La cacciata di Renzi a suon di voti è avvenuta, ma la direzione dell'orchestra è sempre rimasta saldamente nelle sue mani. La momentanea uscita di scena la sta governando alla sua maniera, facendo sembrare quasi di non subirla, proiettando l'immagine di un uomo al servizio del Paese che dopo aver dato tutto quello che poteva si allontana volontariamente, appoggiandosi alla moglie. Questa scena potrebbe rappresentare l'inizio di una nuova rincorsa a Palazzo Chigi: perchè gli italiani tontoloni e buonisti non resistono alla tentazione di premiare chi si traveste da vittima o da uomo tradito e mai come ora il Renzi defenestrato dal referendum è un lupo travestito da agnello. 

    Diamo comunque atto al premier di aver rassegnato spontaneamente le dimissioni: sono in pochi ad averlo fatto in passato. C'era stato il primo Berlusconi (ma il contesto era ben diverso, visto che il Cavaliere era stato raggiunto da un avviso di garanzia pesante come un macigno), poi Massimo D'Alema dopo una tremenda tornata di elezioni amministrative, e infine Enrico Letta abbattuto dal fuoco amico e "sereno" di Renzi. La mossa del Presidente del Consiglio potrebbe essere come quell'astuzia dei pugili di lungo corso, i quali seppur suonati riescono a uscire dall'angolo ancora in piedi, abbracciando l'avversario.

    Ora, ammesso che Renzi non lasci la politica, come promesso più volte, bisognerà verificare se vi sarà la resa dei conti all'interno del Partito Democratico, seguita da un Matteo resuscitato che si presenta alle prossime politiche giustificato dal fatto che i rami secchi del partito gli avevano messo i bastoni tra le ruote impedendogli di completare l'agenda di riforme. I segni lasciano comunque intendere che Renzi si sia solo momentaneamente accomodato in panchina, pronto a tornare in campo con un entusiasmo ancora maggiore.

    Le dimissioni lasciano infatti quantomeno perplessi, perché fino a prova contraria il governo aveva i numeri per continuare a lavorare: a testimoniarlo c'è il lungo elenco della spesa di provvedimenti assunti durante il suo mandato, che lo stesso Renzi ha ricordato durante il suo commiato. Peraltro, questo elenco dimostra — se mai ce ne fosse bisogno — che il bicameralismo paritario non apporta tutte queste grandi difficoltà a promulgare leggi, difficoltà che i sostenitori del Sì sbandieravano con slogan apocalittici. Inoltre, pare da irresponsabili abbandonare il governo di un Paese sapendo di aver lasciato in eredità una legge elettorale con evidenti tratti di incostituzionalità e una legge di stabilità (fondata principalmente sul debito per tentare di comprare il consenso degli elettori) che quasi certamente verrà impugnata dall'Unione Europea.

    Il leader del Movemento 5 stelle Beppe Grillo
    © AFP 2017/ Filippo Monteforte
    Insomma, le luci e le ombre sull'uscita di Renzi sono numerose e sottolineano la debolezza delle opposizioni, troppo frammentate e incompatibili tra loro, almeno fino ad oggi, per impensierire un centrosinistra che alle prossime elezioni potrà perdere solo se diviso: potrà contare, infatti, su un 40% di potenziali "clientes" pronti a saltare sul carro al grido di "Riforme!".

    L'opinione dell'autore può non coincidere conla posizione della redazione.

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    Referendum costituzionale in Italia, M5S, PD, Matteo Renzi, Italia
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