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22:42 17 Agosto 2019
Paolo Corda e Micaela Soldano

L’agricoltura: ritorno alle radici e prospettiva per i giovani

© Foto : fornita da Micaela Soldano
Italia
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Tatiana Santi
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Coltivare la terra può essere per i giovani una via d'uscita, perché al settore agricolo servono mani, cervelli e nuovi strumenti innovativi. Senza un ricambio generazionale, si rischia di perdere in futuro eccellenti prodotti italiani. L'agricoltura diventa così un ritorno alle radici, ma anche una prospettiva per i giovani.

Lasciare la città per dedicarsi alla terra, lanciarsi in una nuova avventura guidati dalla voglia di natura e vita sana, è la storia di una giovane coppia italiana, Micaela e Paolo. Tutto cominciò 8 anni fa con l'hobby di Paolo, la coltivazione dello zafferano nell'orto del nonno, per poi diventare una passione che i due ragazzi hanno trasformato nella propria attività.

Paolo Corda e Micaela Soldano
© Foto : fornita da Micaela Soldano
Paolo Corda e Micaela Soldano
C'era una volta quando si coltivavano gli orti, le nonne preparavano le buonissime marmellate di frutta fresca ai nipoti, si stava più tempo a contatto con la natura. I tempi sono cambiati, ma l'agricoltura va avanti e ha bisogno di mani e nuove tecnologie. Un'occasione per le nuove generazioni in tempi di crisi? Sputnik Italia ne ha parlato con Micaela Soldano che assieme al marito Paolo Corda, in passato lei dirigente di banca e lui architetto, ha avviato "Il Filo rosso" Azienda Agricola Corda Paolo.

— Micaela, com'è nata la vostra avventura? Perché avete deciso di mollare i vostri lavori precedenti e dedicarvi alla terra?

— Tutto è nato da una passione di mio marito Paolo, che di professione faceva l'architetto e per hobby si era dedicato alla particolare spezia dello zafferano. Lo coltivava in piccolissime quantità nell'orto del nonno. Di anno in anno sono aumentate le quantità fino al punto quando ci siamo fermati e ci siamo detti: o torniamo indietro oppure qui bisogna fare un passo avanti. A quel momento era già cambiato il nostro approccio psicologico, perché più tempo passavamo all'aria aperta nei campi, più sentivamo il bisogno di stare fuori, allontanarci da quello che era il classico lavoro in ufficio, che svolgevamo prima.

Per queste due ragioni un giorno abbiamo deciso, abbiamo chiuso gli occhi e ci siamo buttati nel vuoto. Ci siamo messi in discussione, abbiamo deciso di licenziarci e dedicarci a tempo pieno alla nostra azienda agricola.

— Non vi siete pentiti della scelta?

— No, assolutamente, siamo molto contenti, sia perché lo zafferano è una coltivazione veramente appassionante. Anche sul territorio iniziamo ad avere dei riscontri molto positivi. A livello personale è indescrivibile la differenza fra la vita in una grande città e quella in campagna. Siamo contentissimi.

— Ad ottobre e novembre è proprio il periodo della raccolta dello zafferano. Come funziona?

Zafferano
© Foto : fornita da Micaela Soldano
Zafferano

— Si va prestissimo al campo proprio perché per avere una qualità altissima di questa spezia bisogna raccogliere a bocciolo chiuso, quando ancora il sole non è sorto. Andiamo alle 4 del mattino in campo, infatti ci chiamano "le lucciole della notte", perché abbiamo le torcette sulla testa per illuminare. Andiamo a raccogliere tutti i fiori e poi si comincia con il processo di sfioratura, che viene svolto nel nostro laboratorio. In seguito avviene l'estrazione dal fiore di tre stimmi di zafferano che vengono poi fatti essiccare e messi in vasetto.

— Che cosa coltivate oltre lo zafferano?

— Abbiamo anche i piccoli frutti: more, mirtilli, lamponi e fragolina di bosco. Con questa frutta facciamo confetture extra ad alto tenore di frutta senza aggiunta di conservanti né addensanti, come le facevano le nonne una volta. Abbiamo uno shop on-line al sito http://www.ilfilorosso.eu dove si possono comprare i prodotti. Partecipiamo anche ai mercatini sul territorio.

— Come hanno reagito i parenti e gli amici alla vostra decisione?

— Ci sono state veramente tante reazioni diverse, la più comune è quando ci dicevano che eravamo due matti, però con una spinta comunque positiva a tentare. I genitori che ci hanno visto per anni e anni faticare, studiare sui libri di scuola per prendere la laurea hanno cercato fin dall'inizio di non farci provare quest'avventura, consigliavano di portare avanti una doppia attività. Sono mondi così diversi però, che non si parlano. Quando io stavo in banca in ufficio dove non potevo nemmeno aprire una finestra, sentivo il senso di claustrofobia, mi mancava l'ossigeno.

Oggi sono tutti contenti e orgogliosi di quello che abbiamo fatto. Ci vuole un po' di follia alla fin fine.

— C'è stato un forte allontanamento dei giovani dalla terra e l'agricoltura. Molti non si ricordano più come crescono le zucche o da dove saltano fuori le carote. Lo stesso lavoro dell'agricoltore da molti non è visto come un lavoro dignitoso. Invece è faticoso, ma anche bello, no?

— Quest'argomento è stato proprio il tema della mia tesi di laurea. Una volta il lavoro dell'agricoltore e del contadino era visto come l'ultimo della scala sociale. Oggi invece deve essere rivalorizzato, perché innanzitutto i giovani sono tutti istruiti, nell'agricoltura non c'è più una persona ignorante come magari una volta. Intendo sia nel comparto agricolo sia per quanto riguarda competenze esterne che poi vengono applicate in azienda. L'istruzione serve anche in questa sfera per essere al passo con i tempi. Quella del mondo agricolo è un'innovazione continua.

Il ritorno alla terra oggi non è più visto come una cosa denigrante, ma come un bel lavoro da fare. Il contatto con la terra viene visto come un bisogno. Abbiamo bisogno di tornare anche ai valori di una vecchia epoca. Tanti si riavvicinano alla terra, magari seguendo il nostro esempio. Questo ci fa molto piacere.

È da notare che se non c'è un cambio generazionale, non mangeremo più prodotti agricoli italiani. Gli anziani prima o poi molleranno, bisogna per forza continuare questo mestiere.

— Anche dal punto di vista della disoccupazione secondo lei il ritorno alla terra può essere una via d'uscita per i giovani?

— Secondo me deve essere fatta di base in questo caso proprio una scelta di vita. Il lavoro agricolo ti impegna veramente tante ore al giorno, è faticoso, segue le stagionalità. Non si tratta del classico lavoro ad ore, delle ferie e quello a cui siamo abituati. Se fatto per passione, sicuramente è un'ottima via d'uscita, perché c'è bisogno che i giovani si avvicinino al mondo agricolo. Ripeto, oggi assistiamo alla mancanza del cambio generazionale, lo scomparto agricolo con i decenni andrà scomparendo se non prendiamo in mano la situazione.

— Riavvicinarsi alla terra è un ritorno alle origini, ma anche una possibilità per il proprio futuro di avere un lavoro?

— C'è tanto lavoro, bisogna ovviamente tener presente che all'inizio andranno fatti dei sacrifici come è giusto che sia in ogni progetto. Di lavoro nel campo agricolo ce n'è e i giovani devono esserci, anche per occuparsi delle innovazioni. Non possiamo rimanere fermi a 50 anni fa. Bisogna andare avanti!

L'opinione dell'autore può non corrispondere a quella della redazione.

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Intervista, Giovani, agricoltura, Italia
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