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11:36 22 Luglio 2019
I profughi in cerca del passaggio in Ungheria

Panebianco: “L’Italia non è pronta ad accogliere i nuovi immigrati”

© REUTERS / Marko Djurica
Italia
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Marina Tantushyan
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L’Europa non è riuscita fino ad oggi a trovare una soluzione dignitosa per gestire i flussi migratori.

Dato che la strada attraverso Macedonia, Serbia, Croazia e Austria è chiusa, i profughi alla ricerca di una vita migliore sono costretti ad ideare nuovi percorsi. Secondo il Frankfurter Allgemeine Zeitung, il nuovo obbiettivo degli immigrati ancora una volta è diventato l'Italia.    

Stefania Panebianco, Professore Associato di Scienza Politica, Università degli Studi di Catania, una dei più noti esperti europei sull'immigrazione ha spiegato a Sputnik Italia quali conseguenze potrebbe avere questa nuova tendenza.

— Perché, a Suo avviso, L'Unione Europea fino ad oggi ha dimostrato di non essere in grado di far fronte alla crisi migratoria? Quali sono gli ostacoli principali?

— Per comprendere quali sono i problemi più gravi che stanno incontrando i paesi dell'Ue nell'adottare delle strategie comuni che possano far fronte alla crisi migratoria, dobbiamo capire alcuni fenomeni di lungo periodo e anche di più ampio spettro che riguardano l'integrazione europea. Perché dal Trattato di Lisbona noi abbiamo registrato una sorta d'involuzione del processo d'integrazione, questo non è automatico. Non c'è più un processo di spillover che da una politica comunitaria passa alle altre politiche. Non è un problema del 2016, questo fenomeno va avanti da anni. Gli stati-membri stanno riflettendo sul futuro dell'integrazione rallentando l'ulteriore avanzamento dell'integrazione. Il fenomeno migratorio va inserito, a mio avviso, all'interno di questo trend più generale di overstretching implica che dopo il raggiungimento di una serie di obiettivi nelle politiche comuni non si riesce ad andare oltre.

— Il piano europeo ha di fatto spezzato la pista balcanica, che effetti avrà sull'altra rotta, quella del Mediterraneo? Il flusso si concentrerà sull'Italia?

— Ricordiamo che negli anni '90 ci fu un flusso migratorio importantissimo che attraversava l'Adriatico. I problemi con Albania si risolsero attraverso una collaborazione tra l'Italia e l'Albania che interruppe il flusso migratorio attraverso l'Adriatico. Periodicamente il Mediterraneo centrale diventa la rotta prediletta, poi nel momento in cui per le situazioni contingenti, non prevedibili si apre un'altra pista, un'atra rotta, il Mediterraneo centrale, Lampedusa o le altre coste siciliane diventano uno dei principali punti d'ingresso, io direi non tanto dell'Italia ma dell'Ue. Inoltre come sappiamo bene, esistono delle reti d'accoglienza nei paesi di arrivo, mentre nei paesi di partenza ci sono reti e connessioni di criminali che determinano una rotta piuttosto che l'altra.

— L'Italia oggi è pronta ad accogliere dal punto di vista logistico e psicologico tutte queste persone disperate?

— Purtroppo l'Italia non è per niente pronta ai nuovi flussi migratori. Il nostro paese da anni ha fatto fronte indipendentemente dagli altri paesi dell'Ue. Per esempio mi viene in mente l'operazione Mare Nostrum avviata nel 2013 che andò avanti per circa un anno. L'Italia non è economicamente pronta, ne sotto il profilo politico — manca la volontà dei partiti politici di catechizzare, coinvolgere, convincere i cittadini-elettori che l'accoglienza è l'unica soluzione per il problema migratorio.

Io vorrei però ricordare che i flussi migratori sono dei flussi che vanno avanti da tempo. Si tratta di trend di lungo periodo e quindi non possono essere arrestati, bisogna soltanto gestirli. E nella missione di gestione vorrei sottolineare il ruolo importante di associazioni umanitarie, NGOs e dei volontari. Io vivo in Sicilia e so bene che tra Catania, Sicilia, Lampedusa per citare alcuni punti di arrivo ci sono tutta una serie di associazioni che operano per garantire l'accoglienza degli immigrati e per gestire il loro arrivo. E voglio dire che lo fanno in maniera soddisfacente perché le condizioni di lavoro sono precari però lo fanno con generosità, senza risparmiarsi. Quindi lo stato talvolta non è in grado di farlo in autonomia, però ci sono queste associazioni non-statali che si aggiungono agli attori statali nella gestione del problema. 

— Cosa pensa dei muri che stanno utilizzando oggi molti paesi europei? Secondo alcuni politici, se si permetterà che al confine tra due Paesi storici dell'Ue come Austria e Italia si costruisca una barriera anti-migranti, l'Europa cambierà volto non solo per oggi, ma per sempre. Condivide questo parere? Che destino prevede per il trattato di Schengen?

— Come tutti sappiamo, purtroppo il trattato di Schengen è a rischio perché alcuni politici europei, sostenuti dai partiti xenofobi e da un elettorato stanco, sia al livello nazionale (se pensiamo all'Austria) sia all'interno dei contesti istituzionali europei (penso all'interno del Consiglio europeo) tendono a difendere l'approccio di chiusura e quindi la politica di muri in questi contesti purtroppo sta prevalendo. Vorrei però sottolineare che ci sono anche altri approcci — l'approccio umanitario di cui ho parlato prima — ma anche se leggiamo attentamente l'agenda per gli immigranti elaborata dalla Commissione europea, anche lì si trovano una serie di iniziative e interventi mirati all'integrazione e all'accoglienza degli immigranti e non alla chiusura. Ad esempio, il piano di «relocation» prevede l'accoglienza degli immigrati secondo un numero ragionevole e accettabile. Questo concetto sta alla base dell'approccio umanitario che però talvolta non abbiamo sotto occhio perché la politica dei muri ha un PIL maggiore. Ma in realtà non è cosi — le operazioni di search & rescue nel cuore del Mediterraneo nei fatti permettono di salvare un numero alto di vite umane però se ne parla sempre molto poco. A mio avviso, non abbastanza.

— A Suo avviso, la nuova proposta italiana Migration Compact mirata alla riduzione dei flussi lungo la rotta mediterranea attraverso nuove intese con i Paesi d'origine e di transito (sulla base dell'esperienza fatta con l'accordo tra Ue e Turchia) sarà approvata al livello europeo e finalmente aiuterà a risolvere questo problema?

— Chiaramente l'accordo tra l'Ue e la Turchia in qualche maniera sta sperimentando il processo di esternalizzazione del problema migratorio. Io come studioso sono scettica e abbastanza critica su questo fenomeno che potremo definire il "border shifting" — è come noi fossimo spostando il problema al di fuori dei confini dell'Ue. Siamo comunque consapevoli del fatto che una politica migratoria efficace debba essere ambivalente e prevedere sia politiche sul nostro territorio dell'Ue, sia la cooperazione con i paesi terzi. Perché è chiaro che l'investimento nei paesi terzi, volto alla lotta alla criminalità organizzata e a risollevare le condizioni socioeconomiche di questi paesi è importante. Io non sottovaluto le intese con i paesi d'origine e le ritengo importanti, però mi rendo conto che questo può essere soltanto un tassello all'interno di un puzzle un po' più ampio e un po' più complesso.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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rifugiati, profughi, Migranti, integrazione, Trattato di Lisbona, Trattato di Schengen, rotta balcanica, Crisi dei migranti, Mar mediterraneo, Mediterraneo, Albania, UE, Balcani, Serbia, Macedonia, Italia
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