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    Il nuovo “contratto” di Matteo Renzi con gli italiani, nel quale si promette un’enorme riduzione della pressione fiscale, sembra la solita corsa al rialzo a cui lui ci ha già abituato

    Renzi si aggrappa alle tasse per non essere rottamato

    © AP Photo/ Geert Vanden Wijngaert
    Italia
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    Marco Fontana
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    Che il Primo ministro italiano sia in difficoltà è evidente. Il suo nuovo “contratto” con gli italiani, nel quale si promette un’enorme riduzione della pressione fiscale, sembra la solita corsa al rialzo a cui Renzi ci ha già abituato.

    Il nuovo “contratto” di Matteo Renzi con gli italiani, nel quale si promette un’enorme riduzione della pressione fiscale, sembra la solita corsa al rialzo a cui lui ci ha già abituato
    © AP Photo/ Geert Vanden Wijngaert
    Il nuovo “contratto” di Matteo Renzi con gli italiani, nel quale si promette un’enorme riduzione della pressione fiscale, sembra la solita corsa al rialzo a cui lui ci ha già abituato

    Da scafato giocatore di poker quale ha dimostrato di essere, sa che a volte è meglio rilanciare, nella speranza che i presenti al tavolo abbocchino al bluff. Peccato però che questo metodo stia smettendo di dare i frutti sperati: a testimoniarlo è un sondaggio commissionato all'Istituto Piepoli dal quotidiano La Stampa, che attesta come 7 italiani su 10 non credano all'annuncio choc renziano.

    Chissà se l'ex premier Romano Prodi riproporrebbe anche per l'attuale presidente del Consiglio la proverbiale battuta rivolta a Berlusconi durante un confronto TV: si affida ai numeri un po' come gli ubriachi si attaccano ai lampioni, non per farsi illuminare ma per stare in piedi. Battute a parte, c'è ben poco da scherzare. Non si riesce a comprendere con quale serietà Renzi possa annunciare una riduzione delle tasse da 10 miliardi all'anno per i prossimi 5 anni, mentre fino ad oggi ha lavorato praticamente a senso unico per far lievitare la pressione fiscale. Stiliamo una lista, ricordando come Renzi abbia determinato: l'aumento dell'aliquota Tasi dello 0,8 per mille su tutte le tipologie di immobili; nessun tetto per i Comuni nella determinazione della Tari (imposta sui rifiuti); l'aumento della tassazione sul risparmio dal 20 al 26% (inclusi conti correnti e depositi postali); ampliamento delle categorie di imprese soggette all'Irap; la riduzione delle detrazioni Irpef per i redditi superiori a 55.000 euro; l'aumento della tassazione sui fondi pensione dall'11 al 20%; l'aumento della tassazione del Fondo TFR dall'11 al 17%; l'aumento della tassazione sulle casse previdenziali dei professionisti dal 20 al 26%; l'introduzione della tassazione dei proventi corrisposti ai beneficiari di polizze vite e l'incremento della tassazione sui diritti di imbarco nel trasporto aeroportuale.

    Scuola italiana, nonostante le promesse di Renzi, i problemi continuano
    © Foto: TWITTER
    Scuola italiana, nonostante le promesse di Renzi, i problemi continuano

    Ci sono poi le clausole di salvaguardia. Ad oggi Renzi non ha né reso efficiente la spesa pubblica, né ha fatto spending review. Anzi, ha licenziato Carlo Cottarelli, il commissario straordinario preposto dall'ex premier Letta per far stringere la cinghia allo Stato. Le clausole di salvaguardia, che permisero di non far commissariare l'Italia da parte della Troika, ammontano a 51,6 miliardi di euro di maggiori tasse in 3 anni, prevedendo l'innalzamento delle aliquote Iva dal 10 al 13% e dal 22 al 25,5% e l'aumento delle accise su alcool, tabacchi, benzina e prodotti energetici. Insomma, il piano del delfinato fiorentino si scontra con la necessità di reperire coperture per oltre 100 miliardi di euro. Una cifra improponibile, a meno di accedere al fondo salva Stati e finire in deroga alle imposizioni del fiscal compact. Vista la credibilità del governo italiano in Europa, molto vicina a quella di un Paese del Terzo mondo, è chiaro che la partita pare già chiusa in partenza.

    È quindi molto probabile che il contratto renziano rimanga lettera morta. D'altra parte, il debito pubblico continua a lievitare: è cresciuto nel primo trimestre fino alla soglia record del 135,1% del Pil, rispetto al 132,1% dell'ultimo trimestre del 2014. A maggio sono tornati a scendere gli ordini all'industria dopo il balzo record di aprile, mentre le vendite al dettaglio sono diminuite dello 0,1% rispetto ad aprile 2015. E intanto il costo del debito, complice il Quantitative Easing di Draghi che ha in parte stabilizzato l'andamento dello spread e degli altri indicatori, è sceso del 0,2%. In definitiva, lo Stato paga meno gli interessi sul proprio debito. Questo significa chiaramente che la spesa è fuori controllo: perciò non è possibile immaginare un esborso di 10 miliardi all'anno, se non targandolo con la disperazione per un risultato elettorale, quello delle ultime elezioni regionali, che ha decretato un progressivo sgretolamento dell'affidabilità e del consenso di Mister 40%. Una situazione tanto più grave, se si pensa che oggi il Premier italiano corre in solitaria, viste le divisioni del centrodestra e il timore che pervade i moderati nell'affidare il governo del Paese al Movimento Cinque Stelle.  Il calo di consensi quindi è soltanto figlio delle proprie scelte. Gli slogan possano funzionare fino a un certo punto, ma quando si è nella stanza dei bottoni bisogna pagare pegno, prima o poi. Solo che, complice la rete, il tempo di usura dei leader si è evidentemente accelerato. Sarà difficile assistere ad altri ventenni di supremazia assoluta di uno schieramento, perché le bugie hanno le gambe corte e la rottamazione ormai non guarda più in faccia nessuno: neppure al suo ideatore.

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    Tags:
    tasse, riforme, BCE, Mario Draghi, Matteo Renzi, UE, Italia
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