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    Renzi ad un carro del Carnevale di Viareggio.Il primo ministro della Repubblica Italiana Matteo Renzi , Dicembre  2014.

    Governo Renzi, chiari poteri per non avere alibi

    © AP Photo/ Fabio Muzzi © REUTERS/ Alessandro Bianchi
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    Mario Sommossa
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    Pochi giorni fa la Consulta ha dichiarato illegittima la decisione del governo Monti di bloccare l'adeguamento ISTAT alle pensioni superiori a una certa cifra.

    Tale sentenza è stata da più parti commentata per le conseguenze che avrà sul bilancio del Paese, ma, a nostro giudizio, oltre agli aspetti economici la cosa apre una questione di sensibilità istituzionale. Non siamo in grado, per ovvia incompetenza, di giudicare noi stessi se quell'aspetto della legge Fornero fosse o no rispettoso del dettato costituzionale. Tuttavia, è evidente che gli stessi giudici non devono essere stati così sicuri, e tanto meno unanimi, nell'interpretazione della Carta. Non si spiegherebbe altrimenti perché l'approvazione di decisione tanto grave per le nostre casse pubbliche sia passata con il solo voto decisivo del Presidente.

    Se consideriamo che la Corte Costituzionale manca tuttora, per incapacità del Parlamento, di due dei suoi membri, ci sarebbe da chiedersi quale sarebbe stata la decisione se tutti i membri previsti fossero stati in carica. E comunque, se il 50% degli attuali membri non era d'accordo con il verdetto finale, un qualche motivo di dubbio sull'interpretazione data deve esserci.

    Qui nasce il problema: davanti a un'evidente incertezza interpretativa, il Presidente si è assunto la responsabilità, da solo, di contraddire una legge voluta da un governo legittimo, votata da una maggioranza parlamentare altrettanto legittima (se non altro formalmente) mettendo pure in gravissima difficoltà l'attuale governo, gli impegni assunti con l'Unione Europea e, ancora più precisamente, quasi invitando all'imposizione di nuove tasse per supplire al buco creatosi nel bilancio nazionale. Probabilmente, a sentire il ministro Padoan, non ci sarà un aggravio diretto per le tasche di tutti i cittadini ma ciò non toglie che adempiere il dettato della Corte sia obbligatorio e che quei soldi, rateizzati o meno, da qualche parte debbano saltar fuori.

    Il punto più grave è però che i giudici, nonostante i dubbi, abbiano hanno preso una decisione senza curarsi delle conseguenze sul benessere generale di tutti i cittadini. Certamente, se la maggioranza fosse stata così netta da togliere ogni dubbio sull'adeguata interpretazione del diritto, il problema non si porrebbe in questi termini, ma ciò che è accaduto è un'evidente dimostrazione che in Italia qualcosa deve cambiare proprio dentro (e tra) le varie Istituzioni. Oggi, di fatto, nessuno può decidere alcunché perché c'è sempre qualcun altro che vi si oppone e impedisce, o rende vana, ogni netta presa di posizione. Ne sa qualcosa Berlusconi che, anche se la sua personale incapacità ha giocato un ruolo importante, per vent'anni ha condizionale la vita politica del Paese senza riuscire a realizzare nemmeno uno dei progetti da lui annunciati nelle campagne elettorali.

    Forse è proprio per questo che Renzi sembri essersi posto come principale obiettivo solamente il superamento di questo scoglio.  Di tutte le riforme che aveva annunciato voler realizzare addirittura nei primi tre mesi di governo (ingenuo o artista del bluff?), non ne ha fatta nemmeno una (il Jobs act, nelle condizioni economiche attuali, è più simbolico che sostanziale) salvo la legge elettorale recentemente approvata e fa sorridere, a questo punto, che lo si accusi di velleità dittatoriali. Di certo questa legge elettorale è ben lontana dall'essere ottimale (noi avremmo preferito di gran lunga un Mattarellum adeguatamente rivisto) ma che si debba uscire dal pantano istituzionale ove nessuno è mai responsabile di nulla è una necessità divenuta improrogabile.

    Sarebbe necessaria anche l'approvazione della riforma costituzionale generale che, tuttavia, visti i rapporti di forza in Senato ben difficilmente arriverà a compimento. Occorrerebbe sì eliminare la seconda camera, magari del tutto e non solo come previsto. Occorrerebbe ridurre, e non aumentare, la possibilità per le Autorità locali, comuni e regioni, di opporsi alle decisioni nazionali. Occorrerebbe rimodulare e riformare tutto il settore della giustizia, a partire da quella civile che è la più grande palla al piede per ogni volontà di investimento. E occorrerebbe, infine, riformare la burocrazia e la marea infinita di procedure nelle quali cittadini e imprese si trovano soffocati.

    Per poter fare tutto questo, però, occorre un governo più forte di quello che la prima e la seconda Repubblica, entrambe ancora troppo timorose dell'eredità fascista, ci hanno consentito di avere.

    I contrappesi? Si dirà che in ogni democrazia per temperare la forza di un esecutivo occorrano i giusti contrappesi e che la riforma approvata o quelle in discussione non ne prevedono. E' vero! Eppure, anche se qualche maggiore contrappeso è indispensabile, non dimentichiamo che il Presidente della Repubblica ha già il potere di non controfirmare le leggi e il suo mandato dura sette anni rendendolo così indipendente, almeno potenzialmente, da ogni Parlamento.

     I cittadini, forse, non se ne erano accorti ma Berlusconi, che ha avuto a che fare con tre diversi Presidenti, ha dovuto rendersene conto poiché fu sempre costretto a dover negoziare pressoché tutti i decreti e disegni di legge con i giuristi del Quirinale ancora prima di poterli presentare alle Camere. 

    Dare a un Governo veri e chiari poteri non costituisce solo una questione di efficienza: è l'unico modo per poter finalmente identificare le precise responsabilità e impedire che ciascuno si crei l'alibi che altri gli hanno reso impossibili, o hanno vanificato, le decisioni che si dovevano assumere.

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