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    Trattativa Stato Mafia. Ordine di morte per il pm Nino Di Matteo mai revocato

    © AFP 2017/ Filippo Monteforte
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    Nel silenzio di un paese oramai abituato alle stragi

    "Di Matteo si stava intromettendo in un processo che non doveva neanche iniziare, quello sui rapporti tra Stato e mafia, si doveva fermare, perché non doveva scoprire certe situazioni". Così il pentito Vito Galatolo, il boss dell'Acquasanta, teste al processo trattativa Stato — Mafia, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Vittorio Teresi —

     "Si doveva dare un segnale che la mafia era sempre pronta a reagire allo Stato". I progetti di attentato nei confronti del pm Antonino Di Matteo erano due. Uno su Palermo, tramite tritolo, e uno su Roma dove Cosa Nostra era pronta a colpire con i kalashnikov nel ristorante di Cucuzza. Il Cucuzza doveva far venire Di Matteo al suo ristorante per parlare del processo Stato-mafia. Nell'appartamento di fronte uomini di Cosa nostra avrebbero controllato se Di Matteo sarebbe arrivato. E lì si sarebbe fatto l'agguato". Sul motivo per cui l'attentato non è stato materialmente eseguito il collaboratore di giustizia ha spiegato che "all'inizio si era pensato di farlo al tribunale dove entrano i detenuti, ma non si poteva trovare una casa per monitorare quando entrava Di Matteo. Poi non è stato operativamente organizzato perché si aspettava il tritolo, di cui cento chili erano stati rimandati indietro in Calabria, e si doveva trovare un appartamento. L'ordine di morte arrivò a fine 2012 dal superlatitante Matteo Messina Denaro. Ma non è mai stato revocato. Io l'esplosivo nei bidoni, 200 chilogrammi di tritolo in possesso di Graziano li ho visti, era in due fusti".

    E aggiunge: "Quando sapemmo che l'artificiere che doveva partecipare all'attentato a Di Matteo non era di Cosa Nostra, capimmo che dietro al piano c'erano soggetti estranei alla mafia, apparati dello Stato, come nelle stragi del 1992".

     Proprio in questi giorni, dopo mesi di attesa, il ministero dell'Interno ha assegnato alla scorta di Nino Di Matteo il ‘bomb jammer', il dispositivo antibomba che blocca i segnali radio dei telecomandi. Da quindici giorni l'auto blindata con due antenne e il dispositivo all'interno è tuttavia parcheggiata all'interno di una caserma dei carabinieri per un problema burocratico che non consentirebbe ai militari l'utilizzo del ‘bomb jammer'.

     E mentre al Tribunale di Palermo si ascoltano parole di morte, in un paese che ha già vissuto le stragi più nefaste ma non ne ha mai svelato i retroscena oscuri, dai vertici dello Stato si percepisce un silenzio sempre più ingombrante, anche dinanzi alle bocciature del Csm alle domande dello stesso pm Di Matteo per un avanzamento di carriera mai arrivato che alleggerirebbe il peso del pericolo stesso.

     

     

     

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