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    Silvio BerlusconiSilvio Berlusconi dichiara di voler ricominciare la lotta politica

    Trattativa Stato Mafia: "Berlusconi fu pedina della mafia".

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    Dalle deposizioni del pentito Carmelo D'Amico emergerebbero connessioni importanti tra la politica italiana e cosa nostra.

    "I nomi che farò oggi sono di persone capaci di tutto, possono entrare nelle carceri e uccidere simulando suicidi e morti naturali. Sono loro che dirigono la politica e cercheranno di togliermi di mezzo come volevano fare con lei, dottor Di Matteo". Esordisce così il pentito messinese Carmelo D'Amico, teste al processo sulla trattativa Stato —Mafia. In passato, come "uomo d'onore" ha confessato 30 omicidi, mentre reggeva gli affari della cupola nel messinese.

    "Finora non ho detto tutto per paura. temo per me e per la mia famiglia, ma se mi tutelate, dico tutto".

    Lo ha detto il pentito Carmelo D'Amico che sta oggi facendo rivelazioni inedite.

    "Tra i politici che hanno fatto accordi con cosa nostra ci sono anche Angelino Alfano e Renato Schifani, che sono stati eletti con i voti della mafia". D'Amico ha detto di avere appreso la circostanza in carcere. "Alfano — ha aggiunto — lo aveva portato la mafia, ma lui poi le ha girato le spalle". Il collaboratore di giustizia ha anche aggiunto: "Forza Italia è nata perché l'hanno voluta i servizi segreti, Riina e Provenzano, per governare l'Italia. Berlusconi era una loro pedina". D'Amico ha anche rivelato che in carcere i boss votarono tutti Forza Italia. 

    Silvio Berlusconi
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    Il pentito si addentra nei misteri d'Italia e afferma: "Il boss Nino Rotolo mi rivelò in carcere che i mandanti delle stragi di Falcone e Borsellino furono Andreotti, altri politici e i servizi segreti. Spinti da questi ultimi, i ministri Mancino e Martelli si rivolsero a Ciancimino, tramite Cinà, per arrivare a Riina e Provenzano". D'Amico ha continuato nelle dichiarazioni affermando che "Riina inizialmente non voleva accettare i contatti, ma poi fu convinto da Provenzano e insieme scrissero alcuni punti come quelli sull'alleggerimento delle normative sui sequestri dei beni".

    Inoltre, secondo la testimonianza resa oggi in aula, "la condanna a morte di Nino Di Matteo era stata decretata da cosa nostra e dai servizi perché stava arrivando a svelare rapporti costanti ed era peggio di Falcone". Il pentito ha riferito anche che i servizi, che inizialmente volevano uccidere anche l'ex pm Antonio Ingroia, avevano mandato a Provenzano l'ambasciata di uccidere i due magistrati. Ma il boss non voleva più bombe e allora si decise di procedere con un agguato. "I boss Nino Rotolo e Vincenzo Galatolo — ha aggiunto D'Amico — aspettavano in carcere la notizia dell'omicidio di Di Matteo, ma avevano deciso che se ciò non fosse accaduto, avrei dovuto pensarci io una volta uscito dal carcere".

    Queste dichiarazioni, all'interno di un processo fortemente temuto dalle alte sfere della politica e che ha visto anche la testimonianza dell'ex presidente della repubblica Napolitano, insieme alle indagine portate avanti dal pool di Palermo, potrebbero aiutare a fornire una nuova chiave di lettura degli ultimi 30 anni della storia d'Italia.  L'iter burocratico della giustizia ci dirà se sarà possibile un giorno scoprire le verità nascoste di questo paese.

     

     

     

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    Stato, Mafia, Silvio Berlusconi
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