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    Polizia davanti al Palazzo della Giustizia a Milano. il 9 aprile 2015Il Ministro degl iInterni Angelino AlfanoCarabinieri all'uscita dal tribunale di Milano

    Italiani, siamo al sicuro come al Tribunale di Milano

    © REUTERS/ Stefano Rellandini © AFP 2017/ Georges Gobet © AP Photo/ Luca Bruno
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    Marco Fontana
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    Veniamo subito al dunque: facendo anche finta che sia concepibile che un individuo riesca a entrare armato in un Tribunale…ma che poi possa fuggire dopo aver freddato alcune persone, pare veramente rasentare il ridicolo.

    Ora se ne vedranno delle belle: assisteremo al solito scaricabarile all'italiana su chi deve prendersi le responsabilità. Ci saranno ricostruzioni che verranno poi smentite, testimoni sentiti prima dai giornalisti che dai giudici e che magicamente scompariranno dagli atti ufficiali. Quando ci sono di mezzo interessi grossi — si pensi ai premi assicurativi — e teste importanti che potrebbero saltare, è sempre andata in questo modo. Stavolta, dopo le prime veline stampa che riferivano di funzionari del Tribunale che non si sentivano sicuri al suo interno per la scarsità di misure di sicurezza, e dopo la fonte che raccontava di metal detector non funzionanti, è arrivata la secca smentita del procuratore Edmondo Bruti Liberati, secondo cui tutti i dispositivi di sicurezza nel Tribunale di Milano erano correttamente operanti e il killer si era introdotto con un tesserino falso.

    Marco Biagi era ucciso dalle Br nel 2002.
    © AP Photo/ Luca Bruno
    Marco Biagi era ucciso dalle Br nel 2002.

    Qualunque sarà la ricostruzione "definitiva", quello che lascia realmente basiti è che quest'uomo possa essere scappato in moto. Certo, è stato rapidamente rintracciato e arrestato: ma come è possibile che sia riuscito a fuggire? Su questo punto dovranno scervellarsi a trovare giustificazioni il ministro degli Interni Alfano e quello della Giustizia Orlando.

    Francamente, che quest'ultimo si limiti a dire Bisogna capire se ci sono state delle falle nella sicurezza è qualcosa di desolante, è una frase che rappresenta la misura dell'insicurezza che si respira in Italia. Molto debole anche la posizione di Alfano, che in un'improvvisata conferenza stampa ha dichiarato: Abbiamo ottenuto dai vertici delle Procure di Milano e di Brescia celerità perché vogliamo che sia fatta subito chiarezza su cosa non ha funzionato e su chi è il responsabile dell'ingresso di un'arma a Palazzo di Giustizia. È palese che, a prescindere dalle eventuali responsabilità personali, qui ci sia un problema con i protocolli di sicurezza utilizzati finora. Vogliamo sottolinearlo di nuovo: se è grave che un uomo armato entri in un Tribunale, allora è da fantascienza che riesca a uscirne senza essere bloccato. Dopo questo episodio c'è veramente da domandarsi se l'Italia sia pronta ad affrontare seriamente una minaccia terroristica. È vero, la storia di questi ultimi anni ha dimostrato come di fronte ad attacchi del genere sia difficilissimo porre un freno, ma è chiaro come ci sia molto da rivedere a livello di protezione dei luoghi sensibili.

    Peraltro, quanto successo a Milano non è un caso isolato. Non è la prima volta che vengono presi di mira gli uffici della Pubblica Amministrazione. Si pensi ai fatti del 2013. Il primo, quando negli uffici di Palazzo del Broletto di proprietà della Regione Umbria due impiegate furono uccise da un piccolo imprenditore, esasperato per aver visto revocare l'accreditamento alla sua azienda di formazione per mancanza dei requisiti previsti dalla legge. E il secondo, quando tale Luigi Preiti sparò contro quattro carabinieri davanti a palazzo Chigi, mentre era in corso il giuramento di Enrico Letta da presidente del Consiglio. 

    Il Ministro degli Esteri Angelino Alfano
    © AFP 2017/ Georges Gobet
    Il Ministro degli Esteri Angelino Alfano

    La nostra analisi di questo sciagurato evento non può prescindere da quella dell'attuale situazione economica italiana. Sebbene il Governo continui a raccontarci le favole sulla fine della recessione e sulla ripresa in atto, i dati consegnano un drammatico spaccato sociale del Paese. In tre anni si sono contati ben 439 suicidi per crisi: il 45% erano imprenditori, il 42% disoccupati, soprattutto tra i 35 e i 45 anni. E questi sono solo i numeri ufficiali, consegnati alla cronaca giornalistica: mancano tutti quei cittadini suicidati dallo Stato, che per pudore delle famiglie non verranno mai annoverati in questo triste computo.

    Oggi a essere in discussione è il modello di società in cui viviamo: una questione di priorità e di valori che porta alla decostruzione dell'individuo. Lo spinge a diventare un emarginato anche quando è ancora parte integrante della comunità: figuriamoci quando si trova in difficoltà. In un contesto del genere, potranno solo moltiplicarsi i giorni di ordinaria follia, come quello al Tribunale di Milano. Lo Stato deve dimostrare di essere pronto a rispondere e a reagire a episodi come questi, magari prevenendoli come avviene in altre nazioni. Ma sta soprattutto al Governo dare una speranza al popolo italiano, che da anni vive come un funambolo pericolosamente in bilico su una corda sempre più sottile.

     

     

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    sparatoria, Palazzo della Giustizia, Il Ministro degli Interni Angelino Alfano, Italia
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