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    La memoria dei partigiani sovietici ricordata e onorata in Italia

    Italia
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    Marco Fontana
    0 1509193

    Ormai sta scomparendo la generazione dei combattenti che a rischio della vita propria e dei propri congiunti si impegnarono contro la sopraffazione, il razzismo e la disgrazia in cui era caduta l'Italia.

    Sono trascorsi 70 anni dalla fine della II Guerra Mondiale e 50 dalla sistemazione di parte del Cimitero Monumentale di Torino a "Sacrario della Resistenza", in cui sono conservate le spoglie dei partigiani caduti nella lotta al nazifascismo. Tra questi si trovano una novantina di soldati venuti dall'Unione Sovietica. Inizia così il libro "Dal recupero dei corpi al recupero della memoria" scritto da Anna Roberti, presidentessa dell'Associazione culturale Russkij Mir di Torino, pubblicato da Imprex — Edizioni Visual Grafika. A dispetto della vergognosa propaganda con cui certi giornali nazionali cercano di mutare l'atteggiamento della gente verso la Russia, c'è ancora in Italia chi lavora per non sciupare la memoria di quei militi russi che si batterono insieme ai partigiani contribuendo alla fine del fascismo.

    Proprio in occasione degli imminenti anniversari storici di aprile e maggio che accomunano Italia e Russia, abbiamo deciso di intervistare Anna Roberti, perché mai come in questo momento storico è giusto ricordare il passato. Insomma, scrivere per non dimenticare, scrivere perché la loro vita non sia stata sprecata e continui a servire questo monito: la libertà è una conquista da coltivare e non va mai data per scontata.

    - Non è la prima volta che l'associazione culturale Russkij Mir si occupa dei partigiani sovietici, vero?

    - Esatto. Dieci anni fa abbiamo realizzato il documentario "Ruka ob Ruku —  Fianco a fianco", nel quale raccontiamo la storia dei partigiani sovietici in Piemonte. In quell'occasione abbiamo scoperto che ne erano passati più di 700 nella nostra regione e tra i 4mila e i 5mila in tutta l'Italia. Molti di loro erano arrivati nel nostro Paese dopo essere stati catturati dai nazisti durante la Campagna di Russia. Molti erano stati messi in carcere o mandati nei lager, e alcuni erano stati costretti ad arruolarsi nella Wermacht. Solo quasi al termine della guerra, non fidandosi di tenerli in patria, Hitler ordinò di spostarli all'estero. Tra il 1943 e nel 1944 vennero quindi trasferiti in Italia e in Jugoslavia e in piccola parte in Francia.

    - L'approdo in Italia li convinse a entrare nelle file dei partigiani?  

    - Sì, molti di loro iniziarono a combattere insieme ai partigiani. Una storia che era passata sotto traccia almeno fino all'uscita del nostro documentario. Lo studio però non si è fermato lì: abbiamo continuato a lavorarci sopra con passione e ostinazione. Siamo stati in grado di riscoprire la figura di Nicola Grosa, un personaggio centrale nella storia dei partigiani sovietici nel nostro Paese. Dopo la guerra, durante la quale aveva militato nelle file della Resistenza, Grosa girò per vent'anni a recuperare le salme di tutti i morti, specialmente nella zona del Canavesano, nel nord-ovest del Piemonte. Il suo obiettivo era portare i corpi a Torino per alloggiarli nel "Campo della Gloria", che oggi è diventato il "Sacrario della Resistenza".

    - Quindi il libro mette un tassello in più nella vicenda, anche personale, di questi soldati.

    - Certamente. Il libro nasce dall'esigenza di correggere gli errori nella compilazione in lingua russa delle targhette sulle lapidi, che riportano nomi e cognomi dei partigiani sovietici ospitati nel cimitero di Torino. Con l'approssimarsi del 70° anniversario della fine della II Guerra Mondiale, avevamo chiesto al Comune di Torino rifare tutte le targhette, per dare un giusto ricordo ai parenti che vengono ogni anno in visita al Sacrario. L'Amministrazione comunale ci ha così domandato di fornire la documentazione in nostro possesso e da qui è partita l'idea di elaborare il tutto in forma di saggio.

    - Nel libro troviamo le storie di questi militi?

    - Attraverso l'incrocio meticoloso tra i database russi, quelli dei Ministeri italiani e tante altre fonti, abbiamo ricostruito le loro singole storie e di alcuni abbiamo rintracciato anche la foto.

    - Tra i tanti personaggi a quale è più affezionata?

    - Tamara Firsova fu l'unica partigiana sepolta a Torino. Una figura interessantissima, molto "femminile" e con un destino tragico. Sposò il partigiano Giuseppe Gioia, ne rimase incinta e morì a ventun'anni dando alla luce il bambino.

     

     

    Tags:
    Memoria, Partigiani, Torino, Italia
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