15:12 29 Marzo 2017
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    Rivoluzione Jobs Act. Addio all'articolo 18 per i nuovi assunti.

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    Al via le assunzioni con contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e il riordino della normativa sugli ammortizzatori sociali con l'applicazione del nuovo sussidio di disoccupazione, Naspi, anche per i collaboratori.

    Ecco in sintesi le novità:

    — Contratto a tutele crescenti, addio reintegro neoassunti. Per i nuovi assunti il reintegro nel posto di lavoro resta solo in caso di licenziamento nullo o discriminatorio e nei casi di licenziamento disciplinare nel quale il giudice riconosca che il fatto materiale contestato "non sussista". Negli altri casi ingiustificati e nei licenziamenti economici la tutela è rappresentata da un indennizzo economico "certo e crescente" con l'anzianità di servizio (due mensilità per ogni anno di servizio con un minimo di 4 e un massimo di 24 mensilità).

    — Indennizzo monetario anche per licenziamenti collettivi in caso di violazione delle procedure e dei criteri di scelta sui lavoratori da licenziare (da 4 a 24 mensilità).

    — Naspi, Nuova prestazione di assicurazione sociale per l'impiego, dal primo maggio. Chi perde il lavoro e ha almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi 4 anni avrà diritto a un sussidio pari alla metà delle settimane per le quali si sono versati i contributi. Il sussidio è commisurato alla retribuzione e non può superare i 1.300 euro mensili.

    — Dis-Coll, trattamento di disoccupazione introdotto in via sperimentale nel 2015 per i collaboratori: presuppone tre mesi di contribuzione nel periodo che va dal primo gennaio dell'anno precedente la disoccupazione. La durata dell'indennità non può superare i 6 mesi.

    — Asdi, l'assegno di disoccupazione mensile che verrà riconosciuto a chi, scaduta la Naspi, non ha trovato impiego e si trova in una condizione "economica di bisogno". Sarà prioritariamente riservato ai lavoratori in età vicina al pensionamento e a chi ha minori a carico. La durata dell'assegno, pari al 75% della Naspi, è di 6 mesi e verrà erogato fino a esaurimento dei 300 milioni del fondo specificamente costituito.

    Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, afferma che "nell'arco del 2015 ci saranno 150 mila posti di lavoro in più".

    Tuttavia, oggi non sappiamo se la maggioranza di tali numeri corrisponderà a effettivi nuovi posti di lavoro oppure a mere variazioni contrattuali.

    Sappiamo, però, che il nuovo contratto determinerà una mutazione genetica: nella stessa azienda ci saranno lavoratori diversi, a seconda del tipo di contratto a tempo indeterminato utilizzato, vecchi e nuovi assunti; e questa differenza sarà evidente anche in caso di licenziamenti collettivi che, nel caso vengano riconosciuti come illegittimi, determineranno la reintegra per alcuni (i vecchi assunti) e l'indennità monetaria per altri (i nuovi).

    Il vecchio contratto a tempo indeterminato resterà in vigore, infatti, per le assunzioni in atto, mentre ai nuovi rapporti di lavoro sarà applicato il contratto a tutele crescenti.

    Secondo una nota di Unimpresa, non si tratterà al 100% di nuovi posti di lavoro perché i neoassunti saranno soprattutto 'ripescati' da almeno tre bacini. Anzitutto, parte dei nuovi contratti "sarà semplicemente il frutto della stabilizzazione di attuali precari: si tratta dei contratti a tempo determinati, dei contratti a progetto e di collaborazione, delle partite Iva. La seconda fonte di lavoratori è quella dell'occupazione parzialmente irregolare o completamente in nero, vale a dire gli individui più o meno sconosciuti sia all'amministrazione finanziaria sia agli enti di previdenza. Il terzo bacino potrebbe infine essere quello composto dai disoccupati veri, cioè soggetti che non hanno occupazione di alcun tipo e che saranno assunti a tempo indeterminato beneficiando delle tutele crescenti".

    "Gli sgravi contributivi — 8.000 euro all'anno per ogni nuova assunzione — rendono vantaggioso il nuovo contratto a tempo indeterminato, ma certamente il governo deve mettere il piede sull'acceleratore per migliorare le condizioni in cui operano le imprese italiane, a cominciare dalla riduzione del carico fiscale per poi passare allo snellimento della burocrazia e al miglioramento delle infrastrutture: l'area di disagio sociale è composta da oltre 9 milioni di persone e la strada per ridurla è lunga" — commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.

     

     

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