14:33 15 Maggio 2021
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Il Digital divide, il divario tra chi ha accesso adeguato a Internet e chi non ce l'ha, è una delle problematiche strutturali più pensante dell’Italia, emerso con la necessità delle persone di ricorrere allo smart working o alla DAD.

La pandemia ha messo in difficoltà parecchie famiglie italiane su due aspetti, in primis sulla capacità di avere dispositivi digitali e l’altro sulle connessioni. Infatti, in Italia ci sono 3 milioni e 100 mila gli studenti tra i 6 e i 17 anni che hanno riscontrato difficoltà nella didattica a distanza per la carenza di strumenti informatici.

Edoardo Magnotta
© Foto : Edoardo Magnotta
Edoardo Magnotta
Quali conseguenze ha prodotto l’esclusione digitale? Chi ne soffre di più e perché? Per parlarne Sputnik Italia si è rivolto a Edoardo Magnotta, Senior Advisor Lead Ventures (UAE) per i processi di marketing innovativo e trasformazione digitale.

— Edoardo, potrebbe dare la Sua definizione al Digital Divide? È una nuova forma di discriminazione sociale e culturale?

— L’effetto “disruptive” della trasformazione digitale sta sconvolgendo non solo i modelli di business in tutti i settori economici, ma anche la vita di ciascuno di noi. E poiché la rivoluzione digitale presuppone che siamo tutti connessi attraverso un device, quello del digital divide è uno degli aspetti più sfidanti del prossimo futuro. Il punto è che non tutte le comunità possono vivere la stessa esperienza online.

Le nuove opportunità tecnologiche come l’intelligenza artificiale, la blockchain, le criptovalute, le tecnologie digitali che stanno influenzando profondamente la vita di miliardi di persone presuppongono quasi sempre uno smartphone ed una connessione. È chiaro che senza una infrastruttura tlc che regga la contemporaneità degli impressionanti volumi di scambio di dati e senza un'adeguata diffusione degli strumenti (smartphone, tablet, pc), si rischiano forme di discriminazione sociale e culturale. I problemi di raggiungibilità della didattica a distanza in tempo di pandemia ne sono esempi lampanti in molte aree.

— Come si manifesta questo fenomeno in Italia dal punto di vista statistico? Quali sono le categorie più minacciate dall’esclusione digitale?

— In Italia ci sono dati ancora preoccupanti: si stima che il 12% della popolazione non abbia ancora accesso alla banda larga, una criticità in buona parte dovuta alla difficoltà delle compagnie telefoniche a raggiungere aree spesso remote e impervie (soprattutto con riferimento sia all’arco alpino sia alla catena appenninica che taglia in due l’Italia). Secondo i criteri della Commissione europea, il digital divide infatti significa mancata copertura di banda larga fissa ad almeno 2 Megabit (il sistema ADSL per intenderci) che in Italia riguarda oltre il 5%, un'enormità perché vuol dire più di 3 milioni di persone. Per la banda ultra-larga, la situazione è ancora peggiore con punte pari al 20-40% della popolazione. Sicuramente i piccoli borghi di montagna e le categorie sociali più deboli che non possono sostenere un abbonamento a Internet o un device sono a rischio, come ha dimostrato spesso soprattutto la DAD.

— Come giudica la tenuta delle reti di telecomunicazione durante il lockdown? Quali criticità sono emerse e come si superano? 

— Rispetto a quello che dicevo prima, direi che tutto sommato la tenuta del sistema ci sia stata sia lato smart working sia lato didattica a distanza sia lato entertainment (ricordiamo l’esplosione di viewers su Youtube, TikTok o Netflix, solo per citarne alcuni). Il 5G rappresenterà senz’altro una soluzione per il suo approccio sistemico.

— Essere offline porta all’esclusione sociale e ostacola l’accesso ai servizi pubblici. Lo smart working ha messo anche a dura prova la maturità digitale di istituzioni, aziende, scuole e pubblica amministrazione. Cosa è mancato?

— Una vera e propria cultura dell’innovazione digitale che ha agito da freno! Come ha dichiarato Mauro Facondo, Consulente strategico sui processi di trasformazione digitale e formatore executive, “lo stesso smart working resta un termine più associato al lavoro a distanza che al vero concetto di smart working. Qualcosa di simile è accaduto con la didattica a distanza che è stata relegata esclusivamente ai vari strumenti, come Zoom, Webex, Weschool, Skype. Però non è così, l’innovazione digitale è un fattore culturale, di innovazione e cambiamento delle metodologie. Da questo punto di vista c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto in termini di apertura mentale al cambiamento e all’innovazione”. 

— A un anno dal primo lockdown, e nonostante i fondi messi a disposizione dal Ministero dell’Istruzione, la didattica a distanza non funziona come dovrebbe. Come mai?

— Si tratta di una grande occasione sprecata per una profonda innovazione della politica di istruzione! Quando la pandemia ha colto tutti di sorpresa costringendoci a restare a casa, si è fatto il meglio che si poteva con le risorse disponibili: si è attivata la didattica a distanza usando la tecnologia solo per comunicare, con le video lezioni, e per consegnare i compiti. Tuttavia, passato lo shock iniziale, dalla fine di marzo dello scorso anno si sarebbe dovuta impostare una profonda riforma dell’intero sistema di istruzione mettendo al tavolo sia alcune big tech, a cominciare da Google, Apple e Microsoft che sono estremamente attive nell’education, sia altri stakeholder con lo scopo non solo di prepararsi ad una eventuale seconda e terza ondata che avrebbe tenuto di nuovo a casa bambini e ragazzi (come realmente è poi accaduto), ma anche per intervenire sull’uso stesso della tecnologia come strumento potenziante che amplifichi, rafforzi e innovi profondamente la learning experience.

È necessario intervenire urgentemente sia sui contenuti, stimolando le cosiddette future skill nei nostri bambini, quali il pensiero critico, il problem setting ed il problem solving, la creatività, sia le metodologie di insegnamento: il nostro sistema educativo, infatti, si basa fondamentalmente ancora su forme passive di apprendimento come l’istruzione diretta, le lezioni frontali e la memorizzazione di concetti appresi (ma non necessariamente imparati), piuttosto che su metodi interattivi che promuovono il pensiero critico necessario all'innovazione. Quando mi sono occupato di education come uno dei casi del mio libro (“Digital Disruption on Marketing and Communication”, Routledge, 2019), peraltro in tempi non sospetti, ho richiamato l’importanza sulla necessità di spostare l'attenzione da approcci basati sull'istruzione come qualcosa da ricevere dall'esterno ad approcci basati sull'istruzione come qualcosa da generare attraverso l'esperienza. Inoltre, bambini e ragazzi hanno esigenze, attitudini e obiettivi di apprendimento diversi che richiedono la possibilità di personalizzare i percorsi per consentire loro di riconoscere, raggiungere ed esprimere il loro vero potenziale. E in questo senso, la tecnologia offre strumenti e possibilità infiniti. Insomma, i Governi devono intervenire in modo sistemico subito perché è l’unico modo che abbiamo per cambiare il futuro!

— A Suo avviso, i progetti solidali come “Digitali e Uguali” per raccolta fondi per comparare i computer e "Informatici Senza Frontiere", il team che sistema i pc usati, potrebbero aiutare a superare questa situazione?

— Assolutamente sì! Sono iniziative lodevoli e meritevoli di sostegno. La necessità di un device in ogni famiglia è improcrastinabile: bisogna assicurare la connettività a tutti, senza lasciare isolato nessuno. Internet resta il più grande fenomeno di democratizzazione della comunicazione, e deve essere un diritto basilare per tutti.

— Il “rinascimento digitale” è ancora lontano? La responsabilità di colmare il divario deve essere condivisa?

— Se non si interviene con una riforma radicale, resterà ancora lontano! Le persone devono comprendere che lo smart working non significa semplicemente lavorare da casa ma usare una serie di tool digitali (tra cui quelli di tipo collaborativo come Trello o Salck) che arricchiscono il lavoro, lo rendono più performante e veramente “smart”. Oppure che la didattica a distanza non significa la video lezione su Zoom ma l’uso delle tecnologie digitali (come, ad esempio, la Realtà Aumentata e la Realtà Virtuale) per amplificare e personalizzare l’esperienza di apprendimento.

Lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, nel suo messaggio generale su “Istruzione e Covid19”, parla della imprescindibile necessità di re-inventare l’istruzione consegnando un servizio di qualità a tutti in grado di lanciare i “Sustainable Development Goals” dell’ONU. L'azione del governo deve essere propulsiva della creazione di un enorme ecosistema dell’innovazione tecnologica e digitale che dia impulso alle imprese (a quelle esistenti ed alle start-up, esattamente come tanti virtuosi esempi frutto di iniziativa privata), che dia nuova forma alla pubblica amministrazione, che ridisegni completamente il sistema di istruzione.

Si stima che il mercato cosiddetto EdTech (la tecnologia applicata all’istruzione) registrerà investimenti per $87 miliardi fino al 2030, circa il triplo del decennio appena trascorso, e che la spesa digitale nell’educazione passerà dai $153 miliardi nel 2018 ai $342 miliardi nel 2025, soprattutto su Realtà Virtuale e Aumentata (fonte: HolonIQ, gennaio 2020). La costruzione di un futuro di innovazione passa proprio da nuovi approcci sui bambini ed i ragazzi, che saranno i leader di domani: solo per dare un’idea di quanto sia importante questo concetto, una ricerca di Accenture nel 2018 stima che circa $11,5 trilioni potrebbero essere aggiunti al PIL globale entro il 2028 se i paesi preparassero meglio gli studenti ai bisogni della futura economia.

— A Suo avviso, il molto discusso e criticato 5G permetterà di eliminare una volta per tutte l’Italia a due velocità? Qual è la Sua ricetta?

— 5G è il futuro, e da questo non si torna indietro! Le reti 5G sono il prossimo grande passaggio tecnologico attraverso l'aumento di quantità e latenza, insieme alla velocità di trasmissione di dati. La tecnologia 5G consentirà innovazioni ulteriori incredibili per le imprese e cito qualche esempio. La cosiddetta Digital supply chain twin non è altro che la creazione di un gemello virtuale del complesso sistema logistico di un’azienda con la tecnologia digitale. Una sorta di back-up potente che può aiutare a prendere decisioni sul funzionamento delle catene dei fornitori.

Il concetto di continuous intelligence consente di utilizzare sistemi di analisi automatica dei dati in tempo reale per avere risposte in tempo reale su quello che succede all'interno della catena dei fornitori o dei clienti. In questo senso, ad esempio, i negozi possono realizzare offerte su misura per i clienti. Il tema dell’edge computing significa l’eccellenza dell’automazione, come ad esempio muletti senza guidatore nei magazzini oppure droni per gli spostamenti o l'irrigazione in agricoltura, e così via. Infine, le esperienze immersive: la Realtà Virtuale e la Realtà Aumentata portano potenzialità enormi per il sistema della Piccole e Media Imprese. Si pensi ai tour virtuali con visore o alla possibilità di “vedere” un’intera collezione di abbigliamento o provare un abito senza cambiarsi. Per il sistema produttivo italiano, queste tecnologie sono un'opportunità unica di crescita e sviluppo. Il futuro è oggi e la cultura del cambiamento deve contaminare tutti!

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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