20:40 18 Aprile 2021
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Lockdown, baby-sitting, smart working, ma anche caregiver, location, call, briefing. Sono tantissime le parole inglesi che si infilano nella lingua italiana a sproposito. Anche i documenti della politica e dell’amministrazione pubblica non sono immuni dagli anglicismi inutili. Come l’ideologia politica impatta sulla lingua di Dante?

Non il francese, né il tedesco, né il russo, è l’inglese la lingua che gli italiani amano di più per condire il proprio italiano. Lo stesso premier Draghi in un suo recente discorso si è domandato se valga la pena usare così tanti termini inglesi. Gli anglicismi appaiono anche negli atti del Parlamento e nei testi dell’amministrazione pubblica.

Fra le più recenti tendenze che coinvolgono la lingua del Belpaese c’è anche quella di femminilizzare il più possibile diversi termini esistenti solo al maschile; inoltre si conduce una presunta battaglia di genere attraverso la lingua cercando di imporre forme linguistiche scomode. Dagli anglismi alle forme grammaticali “più inclusive”, che cosa sta vivendo oggi la lingua italiana? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito il professore Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca.

— Il premier Draghi ha sollevato la questione dell’abuso di parole inglesi nei discorsi e nei documenti ufficiali dei politici. Nel periodo della pandemia infatti non si sente che parlare di lockdown, smart working, baby sitting. Professore Marazzini, che cosa ne pensa dell’utilizzo di anglicismi da parte della politica?

— Il premier Draghi ha fatto semplicemente una battuta, ha alzato la testa e ha domandato perché dovremmo utilizzare tutte queste parole inglesi. Molti hanno scoperto questo problema per la prima volta, altri invece da anni sollevavano questo tema. L’Accademia della Crusca tanto tempo fa ha istituito il gruppo Incipit, il quale interviene proprio per proporre sostituti ai forestierismi introdotti nell’amministrazione dello Stato. Lì è soprattutto importante che non ci siano troppe parole oscure, neologismi né parole straniere.

Nelle leggi italiane hanno infilato termini come “caregiver”. Non è il caso del Jobs Act, questa parola è stata usata dai politici ma non è scritta nella legge, dove ha un nome italiano invece. Il politico usa il forestierismo così come lo usa un qualunque cittadino: per esibizione, per farsi vedere, per mostrare di essere moderno. È difficile fermare questo tipo di anglismo che entra nella conversazione comune, nella propaganda politica. Se c’è un posto dove non devono esserci però è il linguaggio della pubblica amministrazione.

— A proposito, Fratelli d’Italia ha presentato recentemente una proposta di legge costituzionale per riconoscere l’italiano come lingua ufficiale della Repubblica e per chiedere l’utilizzo esclusivo dell’italiano negli atti del Parlamento. Che ne pensa di questa iniziativa?

— L’italiano è lingua ufficiale della Repubblica ma per una legge ordinaria, non costituzionale. A Bolzano l’italiano è ufficiale alla pari del tedesco, allora vuol dire che anche l’italiano è ufficiale in questo senso. Già in passato l’Accademia della Crusca aveva proposto che si introducesse l’ufficialità dell’italiano come norma costituzionale, è stata l’iniziativa di Nicoletta Maraschio, ora presidente emerita dell’Accademia.

Io sono molto cauto nel ritoccare la Costituzione, secondo me meno si tocca la Costituzione meglio è. Non è in base ad una legge che un popolo si affeziona alla propria lingua, ci sono altre possibilità. Ci sono costituzioni che prevedono il tema della lingua, altre non lo fanno. Il paese non è più o meno democratico se ha l’articolo sulla lingua. La Francia per esempio accanto alla bandiera e al motto “egalité, liberté et fraternité” mette anche la lingua francese. Altre costituzioni, ad esempio quella spagnola menzionano più lingue, perché vivono il problema del plurilinguismo interno. In Italia paradossalmente la Costituzione nomina soltanto le minoranze e non la lingua nazionale. Semmai il problema sul quale interrogarsi è perché la costituzione sia stata scritta così.

— Perché?

— È stata scritta quando si usciva dal fascismo e quindi il problema erano le lingue di minoranza da proteggere, perché erano state aggredite nel ventennio precedente. L’altro grande problema è che nel ’46 la lingua italiana aveva un potere indiscusso, quindi non era aggredita né dalle minoranze né dalle lingue straniere. Oggi la situazione è certamente diversa. Quando dico che sono cauto non significa che io non capisca le ragioni di chi vuole introdurre la protezione costituzionale della lingua, però dovrebbe essere veramente l’extrema ratio. Un popolo dovrebbe crederci anche senza essere obbligato dalla costituzione.

— In Italia si utilizzano tante parole inglesi anche quando non è indispensabile. Non vengono invece utilizzate quasi mai parole cinesi, russe o tedesche. Perché vengono privilegiati gli anglicismi, è una moda?

— Questo dipende dallo schieramento politico. Essere parte del Patto Atlantico e dell’Occidente dominato da una nazione ha i suoi effetti. Questo dominio di natura politica oggi è poco visibile ai più, ma si accompagna anche ad un dominio economico fortissimo. Tutte le novità che la gente vede arrivano dal mondo anglosassone e le persone attribuiscono quindi a quella lingua il carattere simbolico della novità assoluta.

Mi rendo ben conto che in questo momento l’Italia non è più l’Italia del Rinascimento, quindi è un Paese al traino di altri. Quindi chi non inventa le cose non può avere le parole. Non sono stupito se gli italiani dicono wi-fi, sarebbe imbarazzante chiamarlo in un altro modo. Noi però siamo più anglofili degli altri popoli europei. Anche i francesi e gli spagnoli hanno la parola wi-fi, ma non hanno mai sentito il bisogno di pronunciarla all’inglese. Se lei va in Francia o in Spagna sentirà che lo pronunciano “vi-fi”. Noi ci vergogneremmo da morire. In questo caso comunque si tratta della correlazione fra un oggetto nuovo e una parola nuova.

Purtroppo gli italiani usano parole pescate oltreoceano anche per nominare cose che saprebbero benissimo dire in italiano. Sono stupefatto difronte all’autorità nazionale anticorruzione quando in certi suoi documenti ha usato il termine “maladministration”. Quando sento pronunciare delle parole inutili lì davvero credo che abbiamo raggiunto un punto limite e bisogna frenare. A volte gli italiani pronunciano in inglese addirittura parole latine. A Torino lo stadio della Juventus, “Juventus Stadium”, veniva pronunciato all’inglese -Juventus Stedium-. Risibile. In certi momenti in Italia sono arrivate parole russe: glastnost’, perestroika, soviet. Il problema è sempre quello: in che direzione guarda il popolo. Se guarda fisso da una parte, non vede tutto il resto.

— Un altro tema che divide il dibattito pubblico è la femminilizzazione di tutte le parole possibili e immaginabili. È una tendenza nuova? Fa bene o fa male alla lingua?

— Quello delle professioni non è un problema. Tutte le professioni si possono femminilizzare senza problemi, parliamo di una cosa già avvenuta: abbiamo già le parole sindaca, ministra. Stanno avanzando altre parole dove c’è più resistenza, come nel caso del termine “architetta”, di cui si è parlato giorni fa.

Il vero problema è quando si va oltre, molto oltre alla normale femminilizzazione delle professioni. Vedere il femminile nelle professioni è un decimo del problema. Nella lingua c’è tutto il sistema degli accordi, dei pronomi. Oggi è abbastanza normale per chi fa politica duplicare tutto: le impiegate e gli impiegati di questa fabbrica, gli studenti e le studentesse. Come gesto di cortesia va bene, ma imporre quest’usanza a tappeto diventa impossibile. È difficile che una persona regga tutta una conversazione ricordandosi che quando dice “tutti” deve aggiungere anche “tutte”. Entrando in una stanza bisognerebbe dire “Ah, ci siete tutti e tutte!”.

— Quando si va oltre secondo lei per seguire le nuove forme imposte dai politici e dai media?

— Parliamo anche degli aggettivi. “Il ministro e la ministra sono bravi”. La lingua italiana ha sempre detto che prevale il maschile in questo caso. Questa prevalenza del maschile negli accordi, nei pronomi va vista come un terribile sopruso sessista o come insegnava Claude Lévi - Strauss negli anni ’80 come un puro sistema meccanico con cui la struttura della lingua funziona? Non c’entra con il sesso e con la discriminazione.

Il cosiddetto maschile non marcato o maschile inclusivo resta ugualmente necessario per non distruggere una serie di testi che dovrebbe essere riscritta. Se la Costituzione italiana dice il diritto “dei cittadini” cosa dobbiamo intendere: che è sbagliata la Costituzione oppure che quelle parole valgono per cittadini e cittadine? Ora, che cosa dobbiamo fare: riscrivere tutti i testi del passato altrimenti qualcuno che è diventato molto rigido non riesce a riconoscere i concetti? È difficile in una lingua fare la rivoluzione, buttare via tutto e ricominciare da capo. Questo ragionamento non esiste. Se io mi costringo ad usare regole “antisessiste” in tutte le sfaccettature della lingua io non riesco più a parlare. La lingua è molto liberale e adesso tutto diventa liberale tranne improvvisamente queste norme che diventano una specie di camicia di forza. Questo non ha senso.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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