15:59 10 Aprile 2021
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Gli effetti negativi prodotti dall'epidemia Covid-19 hanno amplificato la tendenza al declino di popolazione in atto dal 2015.

Nel 2020 si è registrato un nuovo minimo storico di nascite, sin dall'Unità d'Italia, oltre ad un massimo storico di decessi, a partire dal secondo dopoguerra. Lo ha rilevato l'Istat, nel report "La dinamica demografica durante la pandemia Covid-19 - anno 2020”. 

In particolare, al 31 dicembre 2020 la popolazione residente è inferiore di quasi 384 mila unità (- 0,6) rispetto all'inizio dell'anno, come se fosse sparita una città grande quanto Firenze. Le nascite invece sono diminuite del 3,8%: quasi 16mila nati in meno rispetto all'anno precedente. Sono stati iscritti in anagrafe per nascita 404.104 bambini. I decessi in totale ammontano invece a 746.146, con un aumento rispetto alla media 2015-2019 di oltre 100mila unità (+15,6%). Crolla anche il numero dei matrimoni celebrati: 96.687, -47,5% sul 2019 (-68,1% i matrimoni religiosi e -29% quelli con rito civile).

A che cosa sono dovute queste cifre allarmanti? Come si può fermare il declino delle nascite e arginare il crollo demografico dell’Italia nel post pandemia? Il Covid allargherà il divario tra Nord e Sud? Nel corso di una conferenza stampa online organizzata dall’Associazione della Stampa Estera in Italia, Sputnik Italia ha avuto possibilità di indirizzare tutte queste domande direttamente a Gian Carlo Blangiardo, Presidente ISTAT.

— Noi siamo di fronte ad un malato la cui malattia è chiara, abbiamo già fatto la diagnosi. Sappiamo perché le coppie italiane fanno meno figli, pur desiderandone di più. Di fatto, se noi andiamo a fare l'indagine, scopriamo che i nostri giovani vorrebbero avere mediamente due figli, ma in realtà il valore medio della fecondità nella popolazione italiana, a parte l'esperienza Covid, era intorno 1,3 figli. Quindi, c’è una differenza tra quello che si vorrebbe fare e quello che si fa.

— I motivi?

— Innanzitutto, i figli costano in termini economici e costano in termini di tempo, di organizzazione della vita, di conciliazione tra maternità e lavoro, di incompatibilità tra essere mamme ed essere lavoratrici. Noi viviamo in un mondo dove le donne che hanno investito molto in istruzione, si aspettano ritorno anche nel mercato di lavoro. E questo diventa un problema. Altro fattore – mancanza di strutture per la cura – il target è di fornire almeno un terzo dei bambini in età infantile con gli asili nido ma in realtà non ci arriviamo, soprattutto in certe aree del Paese. Ci sono quindi pochi supporti per aiutare le famiglie a far sì che facciano investimento nel capitale umano che interessa la collettività. Fino ad oggi la logica è sempre stata: “sono i fatti vostri”, cioè ciascuno, se vuole i figli, li deve mantenere da solo. E questo naturalmente far sì che i figli vengono fatti ma in misura più ridotta – si fa il primogenito e si aspetta con il secondo, ma quando si decide, si fa spesso tardi, quindi c’è anche l’aspetto fisiologico da non sottovalutare.

— Via d’uscita?

— Tutti questi fattori sono ben noti, se ne parla da parecchio tempo ma ci vuole senz’altro un’azione d’intervento da tanti punti di vista: economico, normativo e direi anche culturale. Dobbiamo far passare l’idea che i figli degli altri sono una mano a noi stessi, sono quelli che pagheranno le pensioni a noi che eventualmente non abbiamo figli. Quindi, dobbiamo accogliere il comportamento e le scelte di chi si sacrifica per fare figli ed aiutarli (anche con i piccoli interventi) a costruire il futuro di tutti noi come Sistema Paese. È un grande passaggio culturale su cui dobbiamo darci da fare.

Il Family Act, a mio parere, è una buona iniziativa e credo che se si vada avanti in quella direzione, approfittando delle risorse e di tutto ciò che in questo momento abbiamo, si possono tenere delle cose.

​— Cosa possiamo aspettarci dopo?

— Certamente, sul 2021 io mi auguro che avremo meno morti anche perché probabilmente i soggetti più fragili sono venuti a mancare nel 2020. Se riusciamo a venirne fuori, avremo mortalità più contenuta ma dall'altro lato, forse avremo un effetto più accentuato sulla natalità. Tutti i bambini nati nel 2020 sono stati concepiti prima del Covid, quindi l'effetto lo vedremmo solo nel 2021.

— La crisi causata dal Covid rischia di avere ripercussioni profonde non solo sull'aspetto demografico, ma anche sul divario Nord Sud. Come si manifesta questo fenomeno in termini statistici? La pandemia potrà annullare i processi di un decennio?

​— Intanto, non è più un divario demografico. La regione italiana in cui si fa più figli è la provincia autonoma di Trento e non la Sicilia, la Campagna o la Puglia. Perché c’è stato un allineamento su base nazionale da questo punto di vista.

Pochi giorni fa durante l'incontro sul Mezzogiorno voluto dalla Ministra Carfagna abbiamo presentato i nostri indicatori del Bes (Benessere equo e sostenibile) - sono una serie di “termometri” che misurano certi fenomeni che in qualche modo sono riconducibili ad uno stato del benessere della popolazione. Lo fanno nei diversi territori e quindi possiamo vedere quali sono le differenze, i punti critici e le debolezze.

Gli indicatori del Bes hanno messo in evidenza una serie di criticità riguardo la sanità, il mercato del lavoro, la criminalità, le condizioni della donna, ecc. - i fattori e gli elementi sottolineano che il percorso che deve compiere il Mezzogiorno per allinearsi a quella che è la dimensione del Paese, è ancora un percorso lungo e difficile.

Le categorie che sono particolarmente svantaggiate nel Mezzogiorno sono certamente i giovani e la popolazione femminile, soprattutto per quanto riguarda i livelli di partecipazione al mercato di lavoro, e quindi di valorizzazione della formazione che hanno acquisito.

Ci sono poi le differenze di natura economica legate al settore produttivo, al Pil e agli aspetti della povertà. La povertà nel Mezzogiorno è tradizionalmente più alta rispetto al Nord o nel resto d’Italia. Però c’è un particolare che è emerso nell’ultimo dato: nel 2020 l'aumento della povertà è stato sorprendentemente più alto nel Nord, anche se naturalmente il Mezzogiorno, attraverso questi indicatori, risulta comunque essere più povero di quanto non accada nel Nord.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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