19:37 14 Aprile 2021
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Manifestazioni in tutta Italia per chiedere il ritorno di bambini e ragazzi alla scuola in presenza. I comitati dei genitori: "In aumento depressione e suicidi tra gli adolescenti, la Dad discrimina e penalizza gli studenti".

Decine di manifestazioni a Roma, Milano e altre città italiane per chiedere il ritorno a scuola di milioni di studenti. È la battaglia della Rete Nazionale “Scuola in presenza”, che oggi ha deciso di scendere in piazza per la difesa dell’art.34 della Costituzione sul diritto all’istruzione.

Ad aderire all’iniziativa sono mamme e papà, ma anche studenti e docenti, che nel giro di pochi giorni si sono uniti in comitati cittadini, confluiti nella Rete Nazionale.

In piazza porteranno bandiere bianche, zainetti, i disegni dei bambini costretti a seguire le lezioni dietro uno schermo, e una campanella, che verrà suonata ad intervalli regolari, proprio come in una classe.

“La scuola – spiega a Sputnik Italia Stefania Cecchetti, giornalista, mamma e presidente del comitato “A Scuola!”, tra quelli che hanno dato vita all’iniziativa – deve essere trattata come un servizio essenziale”.

“Lo scorso marzo gli ospedali erano tra i principali luoghi di contagio, ma nessuno si è mai sognato di chiuderli, lo stesso deve accadere per la scuola”, è la proposta dei genitori. “In più, - prosegue Stefania – non c’è nessuna evidenza scientifica del fatto che la scuola sia un luogo pericoloso, ci sono più regole lì che in tanti posti di lavoro”.

La didattica a distanza, spiegano i promotori dell’iniziativa, “acuisce le differenze sociali e mette a rischio la salute dei nostri figli”. “Sono in aumento – assicura la presidente del comitato – i casi di depressione, ansia, disturbi alimentari, autolesionismo, e addirittura tentati suicidi, perché queste chiusure stanno impedendo la socialità di tantissimi adolescenti che in questa fase della vita hanno bisogno di allontanarsi dalla famiglia e per farlo hanno bisogno innanzitutto della scuola”.

“Anche questa, è salute, e in questo momento, ai nostri ragazzi – prosegue – viene negato il diritto al benessere fisico e psicologico”. Non è solo un problema degli adolescenti, assicura Stefania, che di figli ne ha tre, uno  di otto, uno di quattordici e uno di sedici anni: “Anche i bambini soffrono, per loro la maestra o il maestro sono un punto di riferimento affettivo, e poi è uno sforzo sovrumano a quell'età seguire le lezioni da un tablet”.

“Senza contare – va avanti – che noi continuiamo a pagare le tasse per un servizio, quello della scuola, che di fatto non ci viene garantito”. L’attivista ci spiega come stavolta siano stati davvero tanti i genitori spaesati e “offesi” dalle nuove chiusure. “Non ce l’aspettavamo, a questo punto c’è davvero qualcosa che non va – accusa – nella gestione di questa pandemia”.

Fa l’esempio dei test salivari molecolari. “La regione Lombardia aveva chiesto di utilizzarli nelle scuole per prevenire il contagio, ma da gennaio la richiesta giace da qualche parte al ministero della Salute”, attacca.

La chiusura delle scuole, infine, tocca soprattutto le donne. In tante, per seguire i figli a casa sono state costrette a rinunciare al proprio posto di lavoro. “Il decreto sostegni? È una pezza sullo squarcio, – conclude Stefania – lo consideriamo una presa in giro, un contentino”.

“Da Draghi non me l’aspettavo, – commenta – proprio lui che nel suo primo discorso aveva detto che avrebbe protetto le donne e i giovani, i più colpiti dalla pandemia, e invece il suo primo Dpcm è finito per penalizzare più di tutti proprio noi”.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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