10:35 23 Aprile 2021
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Parla Mikhail Sadallah Betun uno dei pochissimi cristiani tornati in quella città vecchia di Mosul dove l’Isis aveva il suo quartier generale. E denuncia di non aver ancora ricevuto i soldi per ricostruire la sua casa.

Parla Mikhail Sadallah Betun uno dei pochissimi cristiani tornati in quella città vecchia di Mosul dove l’Isis aveva il suo quartier generale. E denuncia di non aver ancora ricevuto i soldi per ricostruire la sua casa. 

E’ un rifugiato nella sua città. Sopravvive in un tugurio a pochi metri dalle rovine di Al Tahera. Dalla scalinata che scende dalla sua abitazione s’intravvede il palco da dove Papa Francesco pregherà per la città di Mosul. Mikhail Sadallah Betun è uno dei pochi cristiani tornati in quella parte antica della città rimasta per secoli un caposaldo della Cristianità.

Un tempo molti dei 50mila cristiani di Mosul vivevano nell’intrico di questi vicoli dominati dai campanili e dalle mura di quattro chiese. Oggi solo la chiesa siriaco ortodossa di Mar Toma e sopravvissuta alle profanazioni dell’Isis che l’usava come prigione ed è stata in parte restaurata. Nessuna famiglia cristiana ha invece avuto il coraggio di tornare tra questi vicoli ingombri di macerie.

“Se avessi una moglie o un figlio non li porterei qui neppure io, ma non ho nessuno e quindi quando l’Isis è stato sconfitto sono tornato di corsa nella mia città. Speravo di tornare a fare il fotografo, speravo di ricostruire la mia abitazione e di riaprire il mio negozio. Ma m’illudevo. Non mi hanno lasciato fare niente. Dovevo ascoltare gli altri cristiani, quelli che ancora oggi si guardano dal rientrare. Invece ho 63 anni e mi ritrovo senza nulla in mano. L’avessi saputo mi sarei ben guardato dal tornare tra queste rovine” - borbotta Mikhail mentre ti mostra il palco papale eretto tra le macerie di Hosh Al Bieaa, la piazza della Chiesa.

“Nel 2017 quando sono arrivato qui c’erano ancora i cadaveri dei militanti dell’Isis. Ci sono dovuto venire perché la mia vera casa era stata distrutta e la Chiesa mi ha offerto queste tre stanze abbandonate. Speravo di starci poco, speravo che le autorità mi avrebbero aiutato a ricostruire la vecchia abitazione…… invece mi hanno fatto capire che non avrei ricevuto un soldo di risarcimento. “Sei cristiano - mi hanno detto - se ti diamo i soldi ti rivendi la casa e te ne vai all’estero con i soldi…” Allora ho portato al governatore tutti i documenti di proprietà della casa, ma non ho mai ricevuto una risposta.”

Difficile verificare se la storia di Mikhail sia tutta vera, ma una cosa è certa delle 130 famiglie cristiane che ufficialmente hanno fatto ritorno è difficile trovar traccia. Di certo nessuna sembra tornata nel cuore antico di Mosul.

“Erano i nostri fratelli, vivevamo assieme condividevamo i nostri problemi ci aiutavamo a vicenda, ma nonostante la sconfitta e la cacciata dell’Isis non ne ho visto uno solo tornare - ammette Ajem Ismail, un musulmano 62enne, proprietario di uno dei negozi del mercato. - Alcune famiglie cristiane vengono di tanto in tanto a vedere i resti delle loro case, altre tornano a riprendersi le cose che ci hanno lasciato in custodia quando sono scappate dall’Isis. Alcune ci avevano lasciato persino dell’oro e noi abbiamo conservato, custodito e restituito tutto.”

Ma allora come mai nessuno torna? Ajem ti guarda quasi offeso. Gli occhi gli si inumidiscono. “Guarda che i cristiani non sono i soli ad aver sofferto. Io ho perso mio figlio Alì. Quando quelli di Daesh sono venuti a prenderselo aveva 14 anni e tre mesi. Da allora non l’ho più visto. Non ho nemmeno riavuto il suo corpo. So soltanto che qualcuno dei nostri vicini l’aveva denunciato e quelle bestie l’hanno decapitato nonostante fosse solo un ragazzino. Perciò, vi prego, non chiedete a me perché i Cristiani non tornano. Io sarei ben felice di vederli di nuovo qua…. significherebbe che tutto è tornato come un tempo. Significherebbe che l’odio è stato cancellato.”

Ajem ammette, tuttavia, di sapere ben poco della visita di Francesco. “Noi siamo musulmani cosa può fare per noi il Papa? Il nostro problema è questo governo. Il papa può cambiarlo? Può migliorarlo? Se potesse farlo andremmo volentieri a salutarlo. Ma il Papa può aiutare solo i Cristiani, non certo tutti gli iracheni. Perciò felice che venga, ma la sua visita non mi riguarda molto”. Quando riferisci quelle parole Mikhail non si scandalizza e non si sorprende.

“E’ vero - ammette - prima vivevamo assieme, alcuni musulmani ci hanno aiutato e molti di loro sotto l’Isis hanno sofferto anche più di noi. Ma credimi non vale per tutti. Io ero qui quando l’Isis ha sfondato le porte di Al Tahera, la chiesa siro-cristiana, ma non ho visto nessun musulmano tentare di fermarli. Non ho visto nessuno urlargli di non distruggere la croce o di non bruciare i libri sacri. Invece ho visto molta, troppa gente applaudire. Non ho dimenticato i discorsi di chi chiamava “liberatori” gli emiri dello Stato Islamico. Non posso scordare le parole di chi li incoraggiava a dar una lezione a noi cristiani. E lo confesso qui a Mosul continuo a viver male perché percepisco ancora l’odio per noi cristiani”.

  • Le rovine di una chiesa a Mosul, Iraq
    Le rovine di una chiesa a Mosul, Iraq
    © Foto : Gian Micalessin
  • Edifici distrutti a Mosul
    Edifici distrutti a Mosul
    © Foto : Gian Micalessin
  • Mikhail Sadallah Betun
    Mikhail Sadallah Betun
    © Foto : Gian Micalessin
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© Foto : Gian Micalessin
Le rovine di una chiesa a Mosul, Iraq

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