04:27 16 Maggio 2021
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Il Coronavirus ha spiazzato il mondo intero, ma guardando alla storia fin dall’antichità l’uomo ha dovuto far fronte ai microbi. Si tratta, infatti, di un’eterna battaglia fra la specie umana e i virus. Le epidemie, nonostante il progresso della scienza, suscitano tuttora terrore fra le persone e polemiche fra gli studiosi.

Paura fra la popolazione, caccia all’untore e continue polemiche fra gli esponenti del mondo scientifico. Il Coronavirus è certamente una novità, che fa parte però di un “copione teatrale” rappresentato svariate volte durante la storia. Che cosa c’è in comune fra il Covid-19 e le epidemie scoppiate durante la storia? Come le pandemie del passato possono aiutarci a contestualizzare l’emergenza che viviamo oggi? Questo è il tema trattato nel saggio “Uomini e microbi: l’eterna battaglia. Dalla preistoria al Coronavirus” (Espress Edizioni). Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista l’autore del libro, Francesco Galassi, medico, paleopatologo, professore associato della Flinders University (Australia).

Francesco Galassi
© Foto : Francesco Galassi
Francesco Galassi
— Professore Galassi, possiamo dire che l’uomo ha sempre combattuto contro i virus. Il Coronavirus non è del tutto una novità, nonostante abbia spiazzato tutti?

— Assolutamente, la battaglia è sempre esistita fra la specie umana e i microbi, quella macro categoria che comprende anche batteri, funghi e virus. Questa battaglia ha raggiunto proporzioni ben maggiori di carattere epidemico e pandemico da un momento preciso nella storia dell’umanità: la grande rivoluzione agricola neolitica quando gli animali vengono aggiogati alla volontà dell’uomo per il lavoro dei campi. La grande quantità di animali a contatto con l’uomo ha permesso il salto di specie: malattie che prima erano solo degli animali sono passate all’uomo, parliamo delle zoonosi. Il carattere zoonotico delle grandi epidemie è riscontrabile sin dalle epoche più antiche. Se pensiamo all’Iliade di Omero all’inizio si dice che la malattia scagliata da Apollo contro gli Achei, i quali avevano offeso il suo sacerdote non riconsegnandogli la figlia Criseide, è una zoonosi. Si dice che prima degli uomini a esserne colpiti furono i muli e i cani veloci.

Il Coronavirus in realtà è solo l’ultima riproposizione di uno schema che la storia ha visto tantissime volte. Gli attori sono sempre gli stessi, le reazioni stereotipate a questa malattia sono essenzialmente le stesse da parte delle persone.

— Rivolgendoci alla storia cerchiamo di capire che cosa c’è in comune fra l’emergenza Covid, la peste e le epidemie del passato.

— Intanto il concetto della zoonosi di cui parlavamo prima. Sicuramente le grandi vie di comunicazione. In passato la via che collegava l’Oriente con l’Occidente, la Via della Seta, è stata il veicolo fondamentale per l’arrivo di grandi pandemie. I patogeni seguono gli spostamenti umani, questo fin dall’alba dei tempi. Si nota anche un maggiore grado di sviluppo delle popolazioni e l’aumento della densità abitativa, si tratta di tutta una serie di fattori che ci mostrano come la crescita e il progresso siano fortemente legati a problematiche di natura sanitaria. Oggi per fortuna, almeno nel mondo occidentale, siamo in grado di contenere meglio le patologie batteriche, perché disponiamo degli antibiotici.

I grandi imperi del passato ad un certo punto sono entrati in crisi proprio di fronte alla problematica delle epidemie. Nel libro in un capitolo parlo dei grandi imperi di Roma, che furono costretti a fronteggiare 3 pandemie: la peste di Antonino, la peste di Cipriano e la peste di Giustiniano. Le epidemie misero profondamente in crisi gli imperi, l’Impero Romano non si riprese più dalla crisi nella sua parte occidentale e finì male, come sappiamo, nel 476 d.C. con la deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augusto.

Ci sono grandi parallelismi nelle reazioni stereotipate delle popolazioni, come ad esempio la necessità di addossare la colpa ad un untore. Al tempo della peste di Atene, gli ateniesi non potendo spiegarsi la natura del morbo attribuivano la colpa della malattia al nemico spartano, che secondo loro aveva avvelenato i pozzi. Pensiamo anche alla peste del ‘300, alla morte nera di cui parla Boccaccio. All’epoca si verificarono massacri di ebrei, lebbrosi, stermini di massa giustificati solo dalla superstizione.

— Oggi chi è l’untore?

— Oggi l’untore è una sorta di élite internazionale. Si è parlato di Bill Gates e di altri personaggi della finanza mondiale che secondo alcuni sarebbero all’origine di un patogeno costruito ad arte per uccidere la popolazione mondiale o vendere più dosi di vaccino, insomma, tutti questi deliri di cui si legge anche sui social.

C’è anche il biasimo di natura etnica che implica l’addossare la colpa ad un popolo. I cinesi sono stati attaccati pesantemente, pensiamo anche al presidente americano uscente Trump che ha parlato di “malattia cinese”. Un tempo si sarebbe detto “morbo asiatico” parlando della peste. Pensiamo alle prime settimane della pandemia in Europa, l’Italia era l’unico Paese colpito secondo i dati allora disponibili e si parlava di un “morbo italiano”. Sulla stampa abbiamo visto dichiarazioni secondo cui gli italiani si sarebbero inventati questa malattia.

Questo approccio esisteva anche in passato. Se pensiamo alla sifilide, la malattia venera arrivata in Europa dopo i viaggi di Colombo, veniva definita il “mal francese”, perché i francesi secondo gli italiani l’avevano portata a Napoli. I francesi la chiamavano invece “il mal napoletano”. Quello che salta all’occhio oggi è che, pure in un’epoca di grande avanzamento scientifico e tecnologico, si verificano questi fenomeni.

— Vediamo tanta paura e terrore fra le persone. Nonostante il progresso scientifico questi sentimenti sono invariati durante la storia di fronte ad una epidemia, non è vero?

— Assolutamente sì, queste sono reazioni stereotipate e ancestrali, che appartengono all’uomo preistorico. Nulla è cambiato. Il grande vantaggio è che disponiamo al giorno d’oggi di una scienza che offre soluzioni pratiche nello spazio di pochi mesi o di qualche anno. Pensiamo all’agente eziologico del Coronavirus Sars-Cov-2 che è stato identificato subito. Si capisce bene come viviamo in un’epoca molto privilegiata, ci sarebbe da chiedersi se la Covid-19 avesse colpito l’esercito di Napoleone in ritirata dalla Russia. Sarebbe un parallelismo interessante, valutare l’impatto di una malattia in determinate condizioni igienico sanitarie.

— Analizzare le epidemie del passato aiuta a collocare meglio l’emergenza che stiamo vivendo oggi?

— Sì, questa è la finalità della ricerca che ho riassunto in questo libro: contestualizzare questo fenomeno che è unico per alcuni aspetti, il coronavirus è una novità, ma è fondamentalmente la riproposizione di una trama teatrale che già abbiamo visto in tante epoche della storia.

— In questo contesto che cosa ne pensa dei toni allarmistici usati da diversi esperti?

— È un problema che sembra unico del nostro tempo, ma caratterizzava l’Italia degli anni ’70 del 1500, quando arrivò la peste a Venezia e fu chiamato un grande cattedratico romagnolo come me, esercitante all’Università di Padova, Girolamo Mercuriale. All’epoca era una vera star della medicina, l’equivalente moderno di un Anthony Fauci. Padova e Bologna erano le Harvard dell’epoca per intenderci. Mercuriale andò a Venezia e in barba ai fatti negò fino all’ultimo che fosse peste, sminuendo la portata di una malattia che stava causando una depopolazione importante. Ad un certo punto il doge di Venezia e il comitato di sanità di Venezia furono costretti, nel rispetto del ruolo accademico del Mercuriale, ad esautorarlo da questa posizione e ad adottare tutte le misure di quarantena necessarie. Fino all’ultimo il Mercuriale sostenne di avere avuto ragione.

Queste polemiche fra esperti in tempo di pandemia sono assolutamente sempre esistite. Pensiamo anche al caso di Semmelweis, il medico che scoprì la causa della febbre puerperale: i medici che eseguivano le autopsie non si lavavano le mani e poi trasmettevano la malattia alle partorienti, queste morivano. Il povero Semmelweis fu umiliato dalla comunità scientifica internazionale dell’800. In Italia per quanto riguarda il covid penso che siano stati commessi tre errori.

— Quali?

— Nelle prime settimane tutti hanno parlato troppo dando interpretazioni molto chiare di cose che ancora non conoscevano e non avevano studiato nel dettaglio. In questa fase invece abbiamo gli estremi: per qualcuno da una parte la pandemia è finita e dall’altra abbiamo toni un po’ eccessivi. Secondo me lo sbaglio è stato dopo una fase di lockdown molto dura che ha portato a risultati importanti, sminuire il rischio che la pandemia potesse riprendere e causare tutti questi morti.

Per quanto riguarda le polemiche internazionali nei confronti della Federazione Russa queste hanno contribuito ad aumentare la confusione. Sarebbe opportuno che di fronte a temi così complessi la Federazione Russa, l’Europa e gli Stati Uniti cooperassero molto più strettamente lasciando da parte polemiche dal sapore di revanscismo e di natura squisitamente geopolitica.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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