00:48 06 Marzo 2021
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Nel momento attuale di pandemia globale si stanno intensificando gli sforzi per individuare farmaci in grado di combattere l’infezione da Covid-19. Tra i farmaci che stanno rivelano la loro efficacia contro questa patologia c’è anche l’ivermectina.

L’ivermectina è un antiparassitario che viene utilizzato nella cura di alcune gravi malattie tropicali. La scoperta del suo uso come antivirale è stata brevettata per la prima volta nel 2009 da un gruppo di ricercatori italiani guidato da Eloise Mastrangelo e Mario Milani, dell’Istituto di Biofisica (Ibf) del CNR di Milano. 

Della capacità dell’ivermectina di inibire la replicazione del SARS-CoV-2 “in vitro”, entro 48 ore dall’infezione, ne ha parlato uno studio australiano pubblicato sulla rivista scientifica Antiviral Research nel giugno dell’anno scorso. 

Le sperimentazioni sull’uso dell’ivermectina contro il Covid, anche sotto il profilo clinico, sia all’estero che in Italia stanno già mostrando dati e sviluppi significativi.

Per il professor Bruno Cacopardo del reparto di Malattie infettive, all’ospedale Garibaldi Nesima di Catania, che ha utilizzato il farmaco nei casi più gravi di infezione da Covid, l’ivermectina ha dimostrato la sua efficacia: “Noi abbiamo utilizzato questo antiparassitario in quattro casi di polmoniti bilaterali tutte e quattro gravi, con pazienti soggetti ad alti flussi di ossigeno, con ossigenazione veramente carente, e dopo l’inserimento nella terapia dell’ivermectina si è registrato nell’arco delle successive 48 ore un miglioramento impressionante del quadro clinico, con importanti benefici sul’ossigenazione...”. 

Anche i ricercatori dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria a Negrar di Valpolicella stanno sperimentando l’ivermectina e, secondo i test condotti, essa sarebbe in grado di ridurre la carica virale del 99,99% in 48 ore in cellule coltivate “in vitro” infettate da SARS-CoV-2.

Nuovo coronavirus SARS-CoV-2 al microscopio
Nuovo coronavirus SARS-CoV-2 al microscopio
Con tali prerogative l’attività antivirale dell’ivermectina potrebbe dunque rappresentare una nuova arma efficace contro il Coronavirus. Sputnik Italia ne ha parlato direttamente con Eloise Mastrangelo, la ricercatrice dell’Istituto di Biofisica di Milano che col collega Mario Milani nel 2009 ha scoperto l’attività antivirale di questo farmaco.

La dottoressa Eloise Mastrangelo, autrice di decine di pubblicazioni scientifiche, ha conseguito un PhD in Molecular and Cellular Biology al Dipartimento di Bioscienze dell’Università di Milano, e dal 2005 è ricercatrice al CNR di Milano.

— Dottoressa come siete giunti a questa scoperta?

— Fin dal 2005 ci occupiamo dell’identificazione di farmaci contro i virus a RNA, in particolare dei virus “neglected”, cioè trascurati perché, fino a qualche anno fa, diffusi solo nelle zone più povere del pianeta, come la febbre gialla, la dengue, la Zika.

Lo step fondamentale per identificare questi farmaci, nella maggior parte dei casi, consiste nell’individuare il “bersaglio”, ovvero l’elemento su cui intervenire per combattere la malattia. Nel caso dei virus, questi bersagli non sono altro che le proteine che permettono al virus di replicarsi, formando copie di sè stesso, una volta entrato nella cellula ospite.

Mediante studi strutturali e computazionali sulla proteina virale scelta come “bersaglio”(chiamata elicasi) abbiamo passato al setaccio un gran numero di sostanze biologiche (migliaia e migliaia) e fra queste abbiamo individuato l’ivermectina. In seguito abbiamo dimostrato sperimentalmente che l’ivermectina, come da noi atteso, blocca il funzionamento dell’elicasi virale. Abbiamo poi mostrato che essa è in grado di inibire la replicazionedei virus a RNA da noi studiati e così abbiamo brevettato la scoperta.

Attività antivirale dell’ivermectina

—Quali secondo Lei gli sviluppi e le prospettive dell’uso di questa molecola in funzione antivirale?

— L’azione antivirale dell’ivermectina contro il Covid, che è un virus a RNA, non è ancora del tutto nota a livello molecolare. Si pensa che potrebbe bloccare il trasporto delle proteine virali verso il nucleo della cellula ospite, che è un’azione essenziale per propagare l’infezione.

Tuttavia, in un’analisi che coinvolge 36 studi, 255 autori e più di 10.000 pazienti sembra che l’ivermectina riduca notevolmente la carica virale dei pazienti, soprattutto se somministrata nelle fasi iniziali della malattia. Inoltre, alcuni articoli scientifici riportano che, se usata come profilassi, è in grado di ridurre l’incidenza di infezione. Quindi potrebbe essere usata non solo come cura, ma anche come profilassi. Ovviamente sono tutti studi che devono essere confermati e approvati dagli appositi enti di controllo.

Laboratorio del IBF del CNR di Milano
© Foto : Eloise Mastrangelo
Laboratorio del IBF del CNR di Milano
— Tra i risultati ottenuti da sperimentazioni “in vitro” e “in vivo” ci sono differenze?

— La differenza maggiore è la complessità dell’organismo utilizzato, ovviamente! Per “in vitro” s’intendono gli studi al di fuori di un organismo vivente, solitamente proteine, tessuti, organi o cellule isolate. I test “in vivo” servono inizialmente a capire se un farmaco può essere tossico, cioè può fare male ad un organismo animale o umano.

Ovviamente passando da sistemi sperimentali più semplici ad altri più complessi i risultati possono cambiare, ci sono migliaia di variabili in gioco. Tuttavia, almeno nel caso dell’ivermectina, sembra che col dosaggio sperimentato ad oggi sui volontari sani o su pazienti Covid, si stiano ottenendo risultati promettenti, senza grossi effetti collaterali. Ricordiamoci che l’ivermectina è un farmaco noto, e che ad oggi sono stati somministrati circa 3.7 miliardi di dosi da quando è stata sviluppata nel 1987 come anti-parassitario.

Uso clinico dell’ivermectina

— I medici che stanno usando l’ivermectina in funzione anti Covid, pare stiano ottenendo ottimi risultati, mi riferisco soprattutto al professor Bruno Cacopardo di Catania. Ha dei dati, o una casistica su quanto questo approccio clinico si stia diffondendo tra i medici?

— Io faccio parte del mondo dei ricercatori, quindi non sono a stretto contatto con i medici. Posso soltanto segnalare, però, che sto ricevendo decine di e-mail da parte di medici, italiani per la maggior parte, ma anche stranieri, che mi chiedono se conosco le procedure e i protocolli per la somministrazione d’ivermectina ai pazienti Covid. Ovviamente rimando ai nomi di medici che stanno già facendo questo tipo di sperimentazione, ma tutte queste richieste mi portano a pensare che l’approccio clinico con ivermectina si stia effettivamente diffondendo, anche in Italia.

Mancanza di finanziamenti

— Com’è stata recepita la sua scoperta a livello internazionale? E a livello italiano?

— Con la diffusione di una nuova pandemia, i primi rimedi che si cercano nell’immediato sono basati su farmaci già usati sull’uomo, per cui l’aver brevettato l’uso dell’ivermectina come antivirale, è servito a suggerirla alla comunità medica come possibile farmaco da testare contro il Covid-19.

Infermieri ed operatori sanitari durante Covid
© Foto
Infermieri ed operatori sanitari durante Covid
Ovviamente, non appena saputo della diffusione del nuovo virus a RNA, anche noi abbiamo pensato di testare l’ivermectina su cellule infettate dal SARS-CoV2, in collaborazione con il Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologia (Icgeb di Trieste). Ma nonostante i nostri sforzi e le nostre richieste di finanziamento (per alcune delle quali non abbiamo ancora ricevuto alcuna notizia dallo scorso giugno!) non ci è stato possibile proseguire gli studi in questa direzione.

Solo dopo aver attivato una campagna di crowdfunding (Farmacovid) abbiamo potuto cominciare a fare i primi timidi acquisti di materiali necessari all’attività sperimentale di ricerca sul Covid. Ma il mondo medico e scientifico nel frattempo è andato avanti con gli studi sull’ivermectina, ottenendo i risultati oggi pubblicati su un centinaio di riviste scientifiche all’avanguardia. E da un lato ne siamo contenti, perché abbiamo sempre avuto un occhio di riguardo per questa molecola!

— Quali secondo Lei gli sviluppi e le prospettive dell’uso di questa molecola in funzione antivirale?

— Attenendomi a quanto riportato su riviste scientifiche peer-reviewed, o quanto discusso nei vari congressi a cui ho partecipato (rigorosamente online), tenderei a pensare che questa molecola potrebbe rappresentare, accanto alla diffusione dei vaccini, un’arma ulteriore per uscire al più presto fuori dall’emergenza sanitaria in atto.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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