15:38 05 Marzo 2021
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Dopo la protesta dei ristoratori dissidenti, le associazioni di categoria chiedono risposte al governo. Claudio Pica presidente della Fiepet Confesercenti di Roma a Sputnik Italia annuncia un incontro con il ministro Patuanelli e il Cts: "Non ci sono dati scientifici che giustificano il sacrificio delle nostre attività".

Ieri in molte città d’Italia è andata in scena, tra brindisi e blitz della polizia, la “disobbedienza gentile” dei ristoratori che hanno sfidato i Dpcm del premier Conte, spalancando ai clienti le porte dei loro locali anche oltre l’orario consentito.

Decine quelli che hanno aderito all’iniziativa “io apro”, nata sui social e diffusa grazie ai canali Telegram. Le principali associazioni di categoria però non hanno aderito. Sputnik Italia ne ha parlato con Claudio Pica, presidente della Fiepet Confesercenti di Roma.  

— Avete scelto di non aderire alla protesta di venerdì sera, perché?

— Ci siamo dissociati perché la nostra categoria sarebbe andata incontro a sanzioni amministrative abbastanza importanti in un momento come questo. Sanzioni che sarebbero potute sfociare anche in sanzioni penali. Per noi imprenditori significa essere penalizzati in futuro. Siamo per il rispetto delle regole e per manifestare pacificamente il dissenso. Anzi, al governo chiediamo di inasprire le sanzioni per chi viola i Dpcm, che siano esercenti o semplici cittadini, perché il risultato di queste azioni è quello di far salire ulteriormente i contagi.

— Cosa pensate di chi ieri ha aperto la serranda?

— Siamo esercenti anche noi, quindi comprendiamo le ragioni di chi protesta e siamo arrabbiati allo stesso modo, forse anche più di loro. Come associazione però abbiamo un duplice obiettivo: portare la categoria alla ripartenza e dare un’assistenza psicologica e consigli ai nostri colleghi che non ce la fanno più.

Per questo abbiamo chiesto ed ottenuto per la prossima settimana un incontro sia con il ministro per lo Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, sia con i rappresentanti del Cts, Giovanni Rezza e Silvio Brusaferro.

— Cosa direte al governo?

— Intanto che non capiamo questo attacco continuo alla ristorazione, noi non siamo gli untori e questo lo dicono i dati. Non ci sono dati scientifici che dicono che al ristorante si prende il Covid. E poi nei tre mesi in cui i ristoranti sono stati chiusi i contagi sono aumentati. Questo deve far riflettere chi decide.

Penalizzando la ristorazione fanno un danno ad un’intera filiera agroalimentare che raggruppa migliaia di imprese e oltre cinque milioni di persone. È assurdo che a Natale abbiano permesso la riapertura dei megastore senza nessun tipo di controllo oltre quello della temperatura e che invece i ristoranti siano dovuti rimanere chiusi. Non capiamo perché a vantaggio di chi o di cosa si debba sacrificare la ristorazione.

— Cosa vi aspettate da questo incontro?

— Innanzitutto ci aspettiamo risposte su queste questioni. Saremmo anche disposti ad un inasprimento delle regole, sul numero massimo di persone a tavola o sulle sanificazioni, pur di riaprire. Chiudere così non ha senso. Al governo chiediamo dei ristori adeguati, è impensabile che siano stati dati ristori a pioggia basandosi sui dati di aprile. Bisogna prendere in esame il periodo compreso tra giugno e dicembre e aiutare le attività che hanno avuto le perdite maggiori di fatturato.

Paradossalmente i locali sul mare non hanno sentito questa crisi come quelli del centro della Capitale. Per questo bisogna aiutare in modo diverso in base alle perdite effettive. E ancora, se bloccano le entrate devono trovare il sistema per bloccare anche le uscite, come tasse e affitti.

Su questo punto, è vero che hanno fatto il blocco degli sfratti, ma è un blocco sulle esecuzioni, ma ci sono stati casi in cui l’istanza è stata accolta in tribunale. E anche se lo sfratto ci sarà tra sei mesi o un anno, l’azienda che lo subirà ha già perso tutto. Infine, l’aumento a quindici anni dei tempi del rimborso dei prestiti che abbiamo preso dallo Stato.

— Quali sono stati i danni provocati finora dalla crisi?

— Fino ad oggi hanno abbassato definitivamente la serranda dal 5 al 10 per cento delle attività. Se arrivassimo a marzo nelle stesse condizioni, il 30 per cento delle aziende rischieranno di chiudere. In tutta Italia vuol dire 70mila imprese. Per quanto riguarda il Lazio sono in bilico 15mila aziende su circa 50mila.

— Tra poco il Lazio diventerà arancione, come si stanno preparando i ristoratori?

— In queste ore stiamo ricevendo centinaia di chiamate, solo io ho risposto a 180 colleghi. Al momento, non si sa ancora se si dovrà chiudere da domenica o da lunedì. I nostri colleghi non sanno se fare la spesa o no. Qualcuno l’ha fatta lo stesso. Se si dovrà chiudere già da domani forse doneremo gli alimenti che andrebbero buttati alle organizzazioni caritatevoli, visto che le file davanti a quelle porte sono sempre più lunghe.

La burocrazia è la vera sconfitta di questo Paese, non si possono lasciare gli imprenditori nell’incertezza più totale.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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