02:35 28 Febbraio 2021
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Attualmente, in Italia ci sono 33 mila metri cubi di scorie nucleari che vanno stoccate in sicurezza almeno per i prossimi 300 anni, il tempo necessario a far calare la radioattività fino a valori trascurabili. Altri 45mila metri cubi saranno prodotti nei prossimi anni ma da settori come la medicina, l'industria e la ricerca.

Dopo anni di rinvii, Sogin - la società pubblica che ha il compito di smantellare le centrali nucleari presenti in Italia e di mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi provenienti dalle attività industriali, di ricerca e di medicina nucleare, ha pubblicato la Mappa Nazionale composta da 67 siti potenzialmente idonei a ospitare il deposito unico di rifiuti radioattivi individuati in sette regioni: Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia.

Il Programma sul Deposito Nazionale, che ospita a lungo termine i rifiuti di bassa attività e, “temporaneamente”, i rifiuti di media ed alta attività, può davvero risolvere la questione definitivamente? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto Giuseppe Onufrio, Direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

— Dott. Onufrio, come il Greenpeace Italia ha reagito alla notizia che riguarda la pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee? 

— Abbiamo ribadito la nostra contrarietà alla strategia del governo, come avevamo già fatto formalmente nel 2017 durante la fase di consultazione pubblica.

— Se ne parla da quasi vent’anni e la mappa è pronta dal 2005. Perché finora era sempre rimasta coperta da segreto ed è stata rivelata solo adesso, dopo anni di rinvii?

— Non lo sappiamo. La norma che prevedeva la strategia è del 2010, la Guida Tecnica di Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che definiva i criteri per la localizzazione è del 2014 e la fase di consultazione si è svolta nel 2017. È verosimile che la mappa fosse già disponibile da qualche anno almeno, certo è un tema che non crea molto consenso politico.

— Su quali criteri sono stati individuati le regioni? Le “zone” candidate sono i luoghi adatti, visto che molti governatori e sindaci sono sul piede di guerra e apertamente minacciano rappresaglie?

— Nella sopra citata Guida tecnica 29 di Ispra sono definiti i numerosi criteri per l’identificazione delle aree potenzialmente idonee a ospitare il Deposito nazionale. La reazione delle autorità locali è comprensibile, si tratta di vincolare – con diverse limitazioni di utilizzo - un’area di territorio per circa tre secoli.

— Cosa valuta la strategia scelta dal governo italiano? È stata presa in considerazione l’esperienza della Francia, della Spagna e della Germania?

— Abbiamo criticato la strategia scelta perché non condividiamo l’idea di “nuclearizzare” un nuovo sito, bensì riteniamo più opportuno gestire questa lunga transizione gestendo i rifiuti nucleari nei siti esistenti, ovviamente con interventi strutturali e gestionali adeguati. 

Nella strategia del governo (e, in precedenza, delle commissioni parlamentari che se ne sono occupate) l’esperienza di altri Paesi è stata analizzata. Ma non ci risulta che altre nazioni gestiscono in un solo deposito unico rifiuti a bassa e media attività assieme a quelli ad alta attività e quelli a lunga vita.

— Stoccare questo tipo di materiale in sicurezza non è semplice, ci sono ancora i rischi ambientali che Vi preoccupano?

— Al mondo non esiste ancora una soluzione definitiva per lo smaltimento dei rifiuti nucleari. Semplificando, possiamo dire di avere due categorie di rifiuti: quella a bassa e media attività, per la quale servono circa tre secoli per disattivarsi, e quella ad alta attività e a lunga vita che invece hanno tempi di decadimento lunghissimi e che andrebbero stoccati in depositi geologici. Se per la bassa e media attività la “soluzione” di un deposito di superficie è la “meno peggiore” delle soluzioni - e dunque se gestita correttamente è accettabile - per gli altri rifiuti, quelli più pericolosi e radioattivi a lungo termine, la soluzione al momento non esiste (e la tenuta dei progetti in corso in alcuni Paesi la si capirà solo molto tempo dopo che i rifiuti sono stati messi nel deposito geologico). In Italia il volume di questi ultimi è relativamente limitato e il governo vuole trovare una soluzione in sede europea, ma per questo si prevede ci vorranno almeno cinquanta anni. Per questa ragione c’è la necessità di gestire una lunga transizione in sicurezza.

Al momento le preoccupazioni maggiori riguardano la gestione attuale di alcuni rifiuti particolarmente problematici come, ad esempio, i circa 300 metri cubi di rifiuti liquidi ad alta attività conservati al centro di Saluggia (in provincia di Vercelli) la cui cementazione si aspetta da circa venti anni.

— Quali sono le Vostre controproposte riguardo la gestione dei rifiuti radioattivi sul suolo italiano?

— Come detto prima, noi non riteniamo opportuno “nuclearizzare” nuovi siti. Invece pensiamo sia più logico sviluppare un programma di gestione che utilizzi i siti esistenti o parte di essi (alcuni sono pericolosi e vanno del tutto smantellati: il citato sito di Saluggia è circondato dall’acqua ed è in zona alluvionale). Per il resto, la ricerca di una soluzione geologica in sede europea richiederà un periodo piuttosto lungo.

Non è solo una questione italiana: un deposito geologico non c’è nemmeno negli Stati Uniti dove, dopo il fallimento del progetto di Yucca Mountain, l’autorità di sicurezza ha deciso una gestione “secolare” in situ del combustibile irraggiato che, tra i rifiuti nucleari, è certo tra i più complicati e rischiosi da gestire.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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