11:36 16 Maggio 2021
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L’assedio e l’irruzione nel Congresso degli Stati Uniti ha sconvolto tutto il mondo. Sulla sorte di Trump e degli Stati Uniti di Joe Biden, Sputnik Italia ha parlato con Stefano Graziosi, che si occupa di politica internazionale su La Verità e Panorama.

Abbiamo chiesto come saranno i rapporti degli Stati Uniti con Europa, Cina e Russia, quale futuro aspetta a Donald Trump e se è possibile applicare il 25esimo emendamento per destituirlo prima del 20 gennaio.

Stefano Graziosi
© Foto : Fornita da Stefano Graziosi
Stefano Graziosi

— L’assedio e l’irruzione al Campidoglio è stato provocato da Trump? Quanta colpa si può dare a lui?

— Trump ha commesso un grave errore politico, aizzando di fatto i manifestanti prima della certificazione della vittoria di Joe Biden. Un errore che mette adesso a repentaglio la sua eredità presidenziale, il rapporto con il Partito Repubblicano e il suo stesso futuro politico. Trump si è, in altre parole, messo nelle mani di quegli avversari che non aspettavano altro per screditare i quattro anni della sua presidenza. Una presidenza che, nonostante limiti ed errori, aveva conseguito anche importanti risultati (dall’economia alla politica mediorientale). Chiarite le oggettive responsabilità individuali di Trump, va anche detto che il clima incattivito che contraddistingue gli Stati Uniti ha radici antiche e responsabilità diffuse. La crisi istituzionale statunitense viene da lontano e va di pari passo con la crisi della globalizzazione che oltreatlantico è stata scandita da vari eventi drammatici (la guerra in Iraq, la Grande recessione, la stessa pandemia). Entrando poi nel dettaglio, è indubbiamente vero che Trump, negli ultimi mesi, abbia cercato di delegittimare la vittoria di Biden, gettando così benzina sul fuoco. Ma è altrettanto vero che, per quattro anni, sono stati i democratici a delegittimare la vittoria di Trump del 2016, parlando di una collusione russa che non è mai stata dimostrata.  

— Perché la polizia, più di 2000 persone, non ha fermato la gente, ha "permesso" di entrare nel Congresso degli Stati Uniti?

— Questo è un punto che si spera venga prima o poi chiarito. Le falle che si sono verificate nella sicurezza costituiscono un elemento inquietante e ai limiti dell’assurdità.

— I dubbi sulle elezioni "pulite" hanno i fondamenti?

— Credo che vadano distinti due lati in questa questione. Dal punto di vista strutturale, la situazione è opaca. Per anni sono infatti stati espressi dubbi sul voto postale negli Stati Uniti. Nel 2005, la Commission on Federal ElectionReform – organo bipartisan presieduto dall’ex presidente democratico Jimmy Carter – manifestò preoccupazioni sull’integrità del voto per posta. Preoccupazioni che furono evidenziate anche dal New York Times nell’ottobre del 2012. Dal punto di vista specifico, eventuali brogli – nel concreto – devono essere dimostrati. I ricorsi legali del team di Trump sono stati generalmente respinti. E lo spartiacque in questa vicenda credo sia stato costituito dal rifiuto della Corte Suprema di trattare l’azione legale intentata dallo Stato del Texas contro Michigan, Georgia, Wisconsin e Pennsylvania: con quella decisione, le speranze legali del presidente, per ribaltare l’esito delle elezioni, sono definitivamente tramontate.

— Dopo questo atto, come vede il futuro di Trump a livello politico? Avrà qualche possibilità di correre per le Presidenziali nel 2024?  O per affossarlo definitivamente i democratici faranno ricorso al 25esimo emendamento?

— Credo che, dopo i fatti di Washington, i margini di manovra di Trump si siano notevolmente ridotti. Fino a pochi giorni fa, era in procinto di diventare l’“uomo forte” del Partito Repubblicano. Adesso rischia di essere una figura ingombrante e, non a caso, molti suoi alleati al Congresso hanno preso negli ultimi giorni le distanze da lui. Non è quindi scontato – ammesso voglia continuare a fare politica – cheTrump resti nel Partito Repubblicano: non si può escludere possa fondarsi una compagine autonoma (un po’ come – mutatis mutandis – Roosevelt nel 1912). La sfida per i repubblicani adesso sarà quella di salvare l’eredità politica del trumpismo. Perché – questo va sottolineato – quattro anni di trumpismo non possono essere semplicisticamente ridotti ai gravi eventi dell’altro giorno in Campidoglio. In questi quattro anni, il trumpismo ha allargato la base del Partito Repubblicano alla working class e alle minoranze etniche. Abbandonare ipso facto questa strada significherebbe tornare in una sorta di torre d’avorio elitaria, lasciando amplissimo spazio di manovra politica ai democratici. Credo che sarà su questo punto che verterà il dibattito interno all’elefantino nei prossimi anni. Infine, l’ipotesi di una destituzione tramite il XXV emendamento non è escludibile ma – almeno per ora – sembrerebbe improbabile: parrebbe infatti che il vicepresidente, Mike Pence, non abbia intenzione di seguire questa strada. Vedremo comunque come si evolverà la situazione nei prossimi giorni.

— Si calmeranno le manifestazioni di protesta con l’insediamento di Biden il 20 gennaio?

— Come detto prima, il clima incattivito negli Stati Uniti ha una natura sistemica. Le turbolenze – a destra e a sinistra – saranno quindi destinate a proseguire.

— Con Joe Biden, quale sarà la politica degli Stati Uniti verso Europa, Cina e Russia?

— Sfaterei innanzitutto il mito del ritorno in grande stile delle relazioni transatlantiche. Al di là della retorica, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha chiarito la propria linea di voler continuare ad allontanarsi da Washington: pensiamo all’intesa con la Russia sui vaccini o all’accordo sugli investimenti con la Cina. In secondo luogo, credo che Biden tenderà una mano alla Turchia, per cercare di allontanarla dalla Russia. Tutto questo, mentre con la Cina i rapporti saranno altalenanti. Se su alcuni dossier militari e d’intelligence la Casa Bianca resterà aggressiva verso Pechino, sul piano commerciale la situazione risulterà più grigia. Biden deve infatti accontentare due quote elettorali ben diverse: gli operai della RustBelt (che invocano la linea dura verso la Cina) e la Silicon Valley (che non ne vuole invece sapere di turbolenze tariffarie con Pechino).

— Il ruolo di vicepresidente sarà cruciale con i nuovi inquilini della Casa Bianca? Chi governerà realmente?

— Vista l’età avanzata del presidente in pectore, è chiaro che il peso politico del vicepresidente nella nascitura amministrazione risulti particolarmente rilevante. D’altra parte, Biden si avvia a dover gestire un partito internamente dilaniato. E il fatto stesso che il Senato sia stato riconquistato dai dem aumenta il potere contrattuale di quella sinistra che vuole imporre al nuovo presidente la propria agenda. Il che tenderà prevedibilmente ad aumentare la conflittualità tra la stessa sinistra e le correnti centriste dell’asinello.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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