02:53 13 Maggio 2021
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Antonello Giannelli, presidente dell'Associazione Nazionale Presidi, in un'intervista a Sputnik Italia, critica la riapertura in ritardo delle scuole superiori: "Andava lanciato uno screening con i tamponi rapidi e potenziato il trasporto pubblico, ma le regioni dovevano muoversi prima".

La didattica in presenza nelle scuole italiane riparte in ordine sparso, con alcune regioni che inizieranno al 50 per cento l’11 gennaio, come suggerito dal governo, ed altre che aspetteranno ancora qualche settimana, o addirittura la fine del mese.

“Il problema vero è che ognuno sta gestendo la cosa per conto suo, quindi abbiamo un’autorità governativa che ha una determinata posizione e gli enti locali che prendono decisioni in autonomia senza coordinarsi con il centro, questo è un problema che ha radici nell’architettura istituzionale dei rapporti tra Stato e regioni”, spiega a Sputnik Italia Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola (ANP).

— Come avete accolto la decisione di posticipare la ripresa delle attività didattiche in presenza?

— Personalmente, credo che ci siano soltanto due opzioni: o c’è una buona ragione di natura sanitaria per non mandare gli studenti delle superiori a scuola, oppure andare in classe è un obbligo per tutti. Non è accettabile questo tira e molla continuo per cui sembra che in alcune aree del Paese sia pericoloso andare a scuola e in altre non lo sia. I dati che provengono dalle autorità sanitarie, dall’Iss e dal Cts, dicono che le scuole sono luoghi sicuri. I problemi sono nel trasporto pubblico locale. Sono mesi che lo sappiamo e mi chiedo perché nessuno sia ancora intervenuto per potenziarlo adeguatamente.

— Bisognava fare di più da questo punto di vista?

— Sì, non è stato fatto abbastanza, bisognava comprare mezzi pubblici, assumere autisti, e personale di controllo per garantire il rispetto delle regole di sicurezza sugli autobus e sulle metropolitane. A Roma, tanto per fare un esempio, i bus viaggiano spesso pieni e non sempre le persone indossano la mascherina.

A scuola le cose funzionano perché ci sono i professori e i bidelli che controllano: un alunno non può andare in giro per il corridoio senza la mascherina tanto per dirne una, non credo che accada lo stesso, ad esempio, su un autobus. Potenziare il trasporto pubblico locale è fondamentale.

— Nei mesi scorsi avevate chiesto anche una campagna di tamponi rapidi nelle scuole, a che punto siamo?

— Da tempo invochiamo che sia fatto uno screening costante di tutta la popolazione studentesca. I tamponi andrebbero praticati in continuazione in attesa che la campagna vaccinale raggiunga anche gli studenti. Ho sentito che in Toscana e anche in altre regioni si stanno organizzando in questo senso. Forse, però, dovevano muoversi prima.

— Chi è che ha perso tempo?

— I piani di prevenzione e monitoraggio provengono dalle regioni, quindi viene da pensare che le regioni non abbiano compreso per tempo l’importanza di attuare queste misure. Ora speriamo che lo facciano al più presto. Passata questa emergenza, però, dovremmo dedicarci a rivedere il rapporto tra Stato ed enti locali. Lo Stato deve essere garante di un certo livello dei servizi e deve essere in grado di intervenire. Non mi piace parlare di colpe e responsabilità perché dobbiamo andare avanti, ma penso che questo meccanismo che si è un po’ inceppato ultimamente debba ripartire al più presto.

— Quali saranno le conseguenze di questa situazione sui giovani?

— Io non ritengo che questa generazione possa uscire segnata in negativo da un’esperienza del genere, anzi. Credo che questa esperienza sia molto più istruttiva di una situazione ordinaria.

Certo il fatto di non vedere i propri compagni per mesi non è un fatto positivo, soprattutto per quei ragazzi più timidi e introversi che proprio attraverso l’interazione con i compagni traggono la forza per la loro crescita psicologica e intellettuale. C’è sicuramente un disagio ma non credo che ci saranno danni per i ragazzi. È un’esperienza formativa anche questa.

Basti pensare che gli stessi ragazzi che andarono al fronte durante la Seconda Guerra Mondiale sono stati gli stessi che poi hanno fatto grande l’Italia e creato il boom economico degli anni ’60. Insomma, non tutto il male viene per nuocere. Certo, noi adulti abbiamo la responsabilità di limitare il male il più possibile.

— La didattica in presenza, quindi, resta una priorità?

— Sì, però bisogna passare dalle parole ai fatti. E in questo frangente in alcuni casi non è stato possibile anche perché è mancata la riorganizzazione del trasporto pubblico locale.

— Cosa dobbiamo aspettarci per i prossimi mesi?

— Non sarà un anno scolastico da buttare, come non lo è stato quello passato. Certamente i nostri ragazzi stanno apprendendo meno nozioni scolastiche ma allo stesso tempo imparano perché partecipano ad un’esperienza collettiva seria, drammatica, e molto formativa. Al futuro guardiamo con speranza e anche con soddisfazione per l’arrivo del vaccino in tempi così rapidi.

Se pensiamo che un anno fa in Italia non sapevamo quasi cosa fosse il Covid e oggi ci sono già le prime vaccinazioni, vediamo come il germe del progresso sia insito in noi. Certo, poi bisogna saperlo gestire. Per ora stiamo procedendo ad un ritmo troppo lento: ricordo che in Israele in dieci giorni hanno vaccinato il 10 per cento della popolazione, da noi siamo lontanissimi ancora da queste percentuali. Serve uno scatto per metterci in pari al più presto.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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