07:24 23 Gennaio 2021
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Nel 2020 la situazione in Siria si è stabilizzata, ma rimane esplosiva: infatti, permangono le tensioni nel nord-est del Paese in cui continuano gli scontri tra i curdi e le truppe pro-turche e dove si acuiscono criticità di natura socio-economica e umanitaria.

Nell’intervista rilasciata a Sputnik il viceministro russo degli Esteri Sergey Vershinin ha condiviso la sua opinione in merito alle modalità in cui la situazione in Siria potrebbe svilupparsi alla vigilia delle elezioni presidenziali previste per il 2021. Vershinin si è altresì espresso in merito alla risoluzione della questione libica e all’eventuale svolgimento del vertice dei Nuclear Five.

— Come giudica Mosca i risultati ottenuti l’anno scorso nella risoluzione siriana e le prospettive di conseguire dei progressi nell’attività del Comitato costituzionale siriano a Ginevra?

— La situazione in Siria si è stabilizzata, ma rimane esplosiva e complessa. Permangono le tensioni sui territori che esorbitano dal controllo di Damasco, ossia Idlib, la regione del Transeufrate e Al-Tanf. Si acuiscono le criticità di natura socio-economica e umanitaria anche in esito al giro di vite delle sanzioni unilaterali e alla pandemia di coronavirus.

Nella regione del Transeufrate si registra un’escalation di tensione in relazione all’attività dell’ISIS e ai continui scontri tra la milizia curda delle Forze democratiche siriane (SDF) e le milizie pro-turche nel perimetro dell’operazione “Sorgente di pace”.

Complessa permane anche la situazione in cui versano i campi degli sfollati interni, nello specifico ad al-Hawl e Rukban, i quali ricadono sotto la responsabilità del Paese occupante, ossia gli USA. Oltre alle gravi necessità umanitarie i profughi devono far fronte anche alla eventuale diffusione del coronavirus.

Nonostante l’invito da noi supportato del segretario generale delle Nazioni Unite alla mitigazione delle sanzioni unilaterali in considerazione della pandemia di COVID-19, i Paesi occidentali non solo non hanno mitigato le pressioni esercitate sulla Siria, ma anzi incrementano di mese in mese il volume delle restrizioni imposte. In esito ai divieti imposti ai danni della Repubblica Araba di Siria a gran parte della popolazione del Paese mancano pane e petrolio, medicinali e apparecchiature sanitarie, materiali edili, tecnologie. Alla luce della minaccia rappresentata dalle azioni punitive di Washington e Bruxelles si è arenato anche il processo di normalizzazione delle relazioni tra Damasco e gli altri Paesi arabi.

È evidente che le necessità umanitarie dei siriani vengono strumentalizzate a fini politici per creare instabilità e tensioni interne.

Viene politicizzata anche la cooperazione finalizzata a far ritornare i profughi e gli sfollati interni nei loro luoghi di residenza. Molte capitali occidentali, in sostanza, non nascondono di non essere intenzionati a contribuire alla ricostruzione post-bellica della Siria finché non vi sarà un cambio di passo del governo siriano.

Nonostante questi elementi negativi e le restrizioni legate al coronavirus, a Ginevra continua il lavoro del Comitato costituzionale. Tra il 25 e il 29 gennaio si svolgerà, secondo le previsioni, il quinto turno di consultazioni inter-siriane durante le quali si prenderanno in esame i principi costituzionali. I siriani dovranno impegnarsi per trovare soluzioni valide per tutti i portatori di interesse. Tra l’altro, in alcuni contesti internazionali si parla già dell’adozione rapida della nuova costituzione e del mancato riconoscimento delle imminenti presidenziali siriane. Ai siriani viene di fatto negato il diritto di eleggere un proprio governo e, così facendo, si mina il funzionamento stesso delle istituzioni statali. Vale la pena sottolineare che la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e le norme procedurali del Comitato prevedono chiaramente la promozione del processo politico il quale dev’essere condotto e implementato dai siriani stessi senza qualsivoglia ingerenza proveniente dall’esterno o imposizione di mandati fittizi. Proprio sulla base di queste disposizioni si renderà possibile una risoluzione a lungo termine della situazione politica in Siria.

— In che misura la stabilizzazione della situazione, avvenuta negli ultimi mesi, consente di affermare che nel Paese vi siano ormai le condizioni necessarie per lo svolgimento di elezioni generali sotto l’egida dell’ONU?

— La comunanza di intenti in merito allo svolgimento in Libia di elezioni nel mese di dicembre del 2021 è stata raggiunta nell’ambito del primo turno, tenutosi a Tunisi all’inizio di novembre del 2020, del Forum per il dialogo politico libico, organizzato sotto l’egida dell’ONU e con la partecipazione della missione ONU in Libia.

Si parta comunque dal presupposto che ad avere la responsabilità del processo decisionale e dell’implementazione delle soluzioni prescelte saranno i libici. Queste soluzioni devono essere elaborate nell’ambito del dialogo a livello nazionale a condizione che vi sia una partecipazione il più possibile ampia di forze politiche libiche, inclusi Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico, e i sostenitori di Muammar Gheddafi.

In altre parole, se la stragrande maggioranza dei libici riterrà necessario lo svolgimento di elezioni nei termini stabiliti, si procederà in tal senso. L’ONU, chiaramente, è tenuta a svolgere il proprio ruolo prestando eventualmente aiuto affinché la sovranità del Paese venga rispettata. Al contempo, noi siamo convinti del fatto che le elezioni non siano di per sé l’obiettivo in quanto debbono essere iscritte in un contesto di riforme che appaiono vitali per la Libia e che siano finalizzate al conseguimento di una perdurante tregua nazionale, alla conservazione dell’integrità statale e alla formazione di organi efficienti che esercitino il potere statale.

— Qual è il giudizio di Mosca in merito ai traguardi conseguiti dall’operazione Barkhane condotta dalla Francia in Sahel e nel Sahara con l’obiettivo di stabilizzare la regione? Si prevede una adesione della Russia a questi sforzi? Mosca ritiene che nella regione possa verificarsi un’ulteriore escalation di violenza? Quali sforzi potrebbero essere profusi in questo contesto dalla comunità internazionale?

— Non nascondo che la situazione nel Sahara-Sahel è per noi fonte di preoccupazione: infatti, sembra non calare la minaccia terroristica, aumentano i conflitti interetnici e intercomunitari, peggiora a vista d’occhio la situazione umanitaria. Alla luce di tutto ciò, bisogna concentrarsi sulla lotta alla diffusione delle ideologie fondamentaliste e sulla risoluzione delle criticità socio-economiche.

Una ulteriore sfida per la sicurezza regionale è stato il colpo di Stato in Mali dell’agosto 2020. Registriamo con soddisfazione che le nuove autorità si stanno dimostrando pronte nel riportare il Paese nell’alveo del diritto costituzionale con il supporto della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (ECOMOG) e dell’Unione africana.

La situazione in Sahel è al centro dell’attenzione della comunità internazionale e viene regolarmente dibattuta in sede di Consiglio di sicurezza dell’ONU. In Mali è dispiegata una delle maggiori missioni di peacekeepeing dell’Organizzazione la quale si impegna per garantire la sicurezza nel Paese.

Si ricordino altresì gli sforzi profusi nella lotta al terrorismo dai Paesi della regione. Le forze congiunte dal G5 Sahel (Burkina Faso, Mauritania, Mali, Niger e Ciad) stanno conducendo operazioni in questo senso sui territori frontalieri. Godono del supporto dei caschi blu e dell’operazione francese Barkhane che Lei ha menzionato. In Mali il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha assegnato ai soldati francesi presenti sul territorio un mero ruolo ausiliario come è sancito chiaramente nelle risoluzioni.

Oltre alla partecipazione attiva agli sforzi internazionali in qualità di membro permanente del Consiglio di sicurezza, la Russia offre a una serie di Paesi della regione aiuti tecnico-militari su base bilaterale, conduce gli addestramenti dei militari e dei dirigenti di polizia. Contribuiremo anche allo sviluppo del potenziale delle forze armate del G5 Sahel e delle altre nazioni della regione al fine di ripristinare e mantenere la pace nel rispetto del principio “ai problemi africani si trovino soluzioni africane”.

— L’anno scorso la settimana dedicata agli incontri di alto livello dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite si è tenuta in modalità online per via della pandemia. Ritiene probabile che tale formato venga riproposto anche nel 2021? Non è stata ancora risolta la questione relativa allo svolgimento del vertice dei Nuclear Five. Le parti hanno conseguito qualche progresso a livello organizzativo? È possibile che il vertice si tenga nella prima metà del 2021 e in quale modalità si svolgerà: in presenza o a distanza?

— Effettivamente, alla luce della complessa situazione epidemiologica determinata dalla pandemia di coronavirus, i dibattiti politici nell’ambito della settantacinquesima Assemblea generale dell’ONU si sono tenuti in modalità “ibrida”, con la trasmissione dei comunicati video dei leader nazionali e con la presenza in sala plenaria di un solo membro per delegazione. Proprio in questa modalità  è intervenuto innanzi ai partecipanti all’evento del 22 settembre il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin.

Chiaramente, la decisione di svolgere gli eventi di alto livello nella sala quasi vuota non è stata presa a cuor leggero, considerata la natura plenaria della sessione e le grandi aspettative riposte in quello che si preannunciava essere l’evento chiave dell’anno in materia di politica estera. Tuttavia, alla luce della contingenza attuale quello era l’unico modo in cui era possibile tutelare la salute dei delegati e dei collaboratori del Segretariato dell’ONU.

Abbiamo sempre sostenuto che una comunicazione vis-à-vis e contatti basati sulla fiducia siano elementi imprescindibili dell’attività diplomatica che consentono di risolvere in maniera operativa ed efficiente le più gravi criticità internazionali. In merito dobbiamo sperare che nel prossimo futuro, considerata l’avviata campagna vaccinale contro il coronavirus, riusciremo a ripristinare la modalità in presenza dei lavori dell’ONU.

In presenza dovrebbe anche essere organizzato il vertice dei 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza, la cui organizzazione è stata proposta da Putin. Siamo fermamente convinti che solamente la modalità in presenza consentirà di scambiare opinioni in maniera franca e consistente in merito ai principi di cooperazione negli affari internazionali e alle modalità di risoluzione dei principali problemi della contemporaneità. In caso contrario, la discussione verrebbe privata di significato.

Dunque, contiamo sul fatto che il vertice abbia luogo non appena la situazione epidemiologica lo consentirà. Di concerto con i partner abbiamo già cominciato ad accordarci in merito all’ordine del giorno e agli elementi da includere negli eventuali documenti conclusivi. Prevediamo di passare all’organizzazione vera e propria dopo che saranno risolte le questioni relative al contenuto dell’evento.

— Qual è il suo giudizio in merito alle prospettive di un ritorno degli USA nell’alveo dell’Accordo di Parigi sul clima e all’intenzione di concludere nuovi accordi in questo settore entro il mese di novembre 2021 quando si terrà la COP26 di Glasgow?

— Il ritorno o meno degli USA nell’Accordo di Parigi è una decisione sovrana della data nazione. Dal canto mio vorrei notare che la Federazione Russa ha un approccio responsabile nei confronti della lotta al cambiamento climatico. Non intendiamo, come invece fanno gli USA, cambiare continuamente le proprie politiche in questo ambito a vantaggio della congiuntura esistente in un dato momento temporale.

La comunità internazionale deve concentrarsi sul conseguimento degli obiettivi già prefissati in materia di sostenibilità e non tentare di crearne di nuovi che sì possono essere interessanti, ma che rischiano di rivelarsi irrealizzabili. La Russia nel mese di novembre del 2020 ha presentato un proprio primo contributo a livello nazionale nella realizzazione dell’Accordo di Parigi ed è intenzionata ad incrementare in futuro su base regolare il grado di “ambizione climatica” in linea con le decisioni sancite nel menzionato strumento giuridico internazionale.

Siamo sempre aperti al dialogo con tutti i partner, USA inclusi. E questa predisposizione riguarda anche le questioni di carattere ambientale. La Federazione Russa invita a cooperare per la tutela dell’ambiente lasciandosi alle spalle le divergenze politiche.

Purtroppo la delegazione americana durante i negoziati per la tutela ambientale politicizza in maniera mirata e costante alcune questioni tecniche generando inutili scontri. Speriamo che in futuro questo comportamento poco costruttivo cambierà in favore di uno costruttivo e pragmatico.

Quanto, invece, ai traguardi raggiunti dalla Russia in termini di decarbonizzazione, sottolineo nuovamente la necessità di un approccio responsabile. Il nostro Paese ha già ridotto considerevolmente le emissioni contribuendo in maniera decisiva, senza esagerare, alla riduzione dell’impatto negativo di queste sull’atmosfera. Rimane ancora molto da fare. Ma chiaramente, bisogna tenere a mente le peculiarità del nostro Paese: il clima, i fenomeni naturali, le foreste, l’assetto economico, la necessità di profondere ulteriori sforzi.

— È possibile che venga impugnato il Rodchenkov Act approvato dagli USA il quale in sostanza si sostituisce alle norme in materia anti-doping della WADA (Agenzia mondiale antidoping)? È possibile che a livello internazionale venga sollevata la questione dello squilibrio che tali iniziative unilaterali possono generare?

— Anzitutto vorrei porre l’attenzione sul fatto che il cosiddetto Rodchenkov Act è una legge nazionale statunitense. Non è possibile contestare la legislazione nazionale di qualsivoglia Paese facendo ricorso a meccanismi giuridici internazionali. Potrebbe essere motivata una contestazione qualora si creeranno precedenti nell’applicazione di detta legge.

Ad ogni modo, è doveroso e possibile attirare l’attenzione sulle leggi “problematiche”, sottolineare la loro difformità e politicizzazione rispetto alle norme internazionali, azionando diversi strumenti giuridici. Ad ogni modo è doveroso e possibile sottolineare sia all’ONU sia mediante convenzioni l’unilateralità di questa legge statunitense e il suo intento di sostituirsi alle norme internazionali sull’anti-doping. Chiaramente le risoluzioni dell’Assemblea generale dell’ONU così come le conclusioni raggiunte dagli organi negoziali in esito alla disamina delle relazioni nazionali o ancora le stime prodotte dai relatori speciali del Consiglio dell’ONU per i diritti umani sono mere raccomandazioni. Tuttavia, questi fondamentali strumenti riflettono gli approcci adottati dalla maggior parte degli Stati membri dell’ONU e da rinomati esperti del settore. Infatti, annualmente l’Assemblea generale e il Consiglio per i diritti umani dell’ONU adottano risoluzioni che condannano l’applicazione di misure coattive unilaterale o, in altri termini, di sanzioni. Ricordo che l’imposizione di sanzioni è una prerogativa esclusiva del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

E come viene recepita l’adozione di tali leggi unilaterali e politicizzate come il Rodchenkov Act dalla comunità internazionale? Il Comitato olimpico internazionale e la WADA hanno già espresso il loro parere negativo in merito. Quanto invece al Tribunale arbitrale dello Sport, come ogni organo giudicante dovrà prendere in esame delle cause vertenti su questa specifica materia prima di esprimersi in merito.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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