10:13 23 Gennaio 2021
Interviste
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Il 2020 sta volgendo al termine. Grzegorz Kolodko, celebre economista e politico polacco, vice primo ministro e ministro delle Finanze tra il 1994 e il 1997 e tra il 2002 e il 2003, nonché docente presso la Kozminski University di Varsavia, ha acconsentito a rispondere alle domande di Sputnik per provare a trarre le conclusioni di questo 2020.

— È ormai entrata nell’uso comune la teoria del cigno nero con la quale si indicano quegli eventi imprevedibili dalle conseguenze importanti che cambiano il mondo. Il coronavirus ha toccato molti rilevanti aspetti della nostra vita, dalla politica all’economia, e minaccia persino l’esistenza stessa della nostra specie sulla Terra. Quali sono le sue osservazioni sul 2020?

— È stato un anno complicato. Per fortuna sta volgendo al termine, anche se ciò non significa che il prossimo anno sarà più facile. Il nuovo anno sarà semplicemente diverso. Potrà capitare di dover affrontare qualcosa di totalmente inaspettato o imprevisto. In uno dei miei libri edito ormai alcuni anni fa ho scritto proprio di come possono nascere le epidemie o le pandemie. Ma nel primo trimestre di quest’anno non ci aspettavamo che la pandemia avrebbe assunto la portata che poi ha assunto.

Ricordo che all’inizio di marzo io e i miei studenti siamo subito passati alle lezioni online. Pensavamo che nel giro di un mesetto saremmo tornati all’università, ma così non è stato e ancora così non è. Non sappiamo quando accadrà.

Da un punto di vista economico si nota anzitutto un’estrema disparità. Quando si conducono analisi di questo genere, utilizziamo spesso parametri medi o generali come il PIL sebbene quest’ultimo non sia in grado di fornire una panoramica completa di ciò che accade a livello economico, sociale e statale. Se disponiamo di dati in merito al fatto che la recessione in Polonia, scatenata dallo squilibrio tra domanda e offerta (ed effettivamente la particolarità dell’attuale crisi causata dalla pandemia è proprio lo squilibrio tra domanda e offerta), porterà quest’anno a perdite complessive a livello produttivo pari a circa il 4%, mentre in altri Paesi dell’Unione europea come la Spagna questo parametro sarà tre volte maggiore, allora dovremmo comprendere cosa si nasconde dietro queste grandi differenze. Perdite nell’ordine del 4% possono essere causate dal fatto che il mondo per qualcuno crolla, le aziende falliscono e la gente perde il posto di lavoro, ma dall’altro lato qualcun altro potrebbe incrementare il proprio fatturato e offrire nuovi posti di lavoro. Pertanto, io sarei molto cauto ad affidarmi ai parametri medi. Lo stesso vale per un ipotetico momento futuro in cui penseremo che l’anno seguente sarà sarà caratterizzato da una crescita economica. Ecco, questo sarà solo un parametro generale legato a importanti fluttuazioni ora verso i valori positivi, ora verso quelli negativi.

Questa pandemia avrà conseguenze a lungo termine perché sta compromettendo la struttura sociale. E questa è una grande prova per il senso civico di un Paese il quale è indubbiamente superiore in Giappone rispetto che in Paesi come la Francia, la Russia o gli USA. Questo è un altro aspetto interessante. L’attuale situazione mette alla prova la nostra disciplina perché costringiamo le persone ad adottare un comportamento ben definito, non convenzionale ed esclusivo ad esempio imponendo serrate, limitando il diritto alla libera circolazione o ancora imponendo una semplicissima pratica come quella di indossare le mascherine. E ancora non sappiamo molte delle cose che le persone provano dentro di sé in questo momento. Dunque, si apre un ampio ventaglio di possibilità di studio degli aspetti sociali, economici, psicologici e politici del fenomeno. In Siberia, ad esempio, la situazione sarà diversa rispetto a Mosca. Un’altra situazione ancora sarà quella nel Sahel o in Benelux. Insomma, è facile cadere nella tentazione di operare eccessive semplificazioni.

— A Suo avviso, oggi in che modo le organizzazioni internazionali come l’OMS e l’OMC stanno svolgendo il loro ruolo?

— Apprezzo moltissimo l’attività dell’OMS e ritengo vergognoso e meritevole di condanna l’atteggiamento del presidente degli USA Donald Trump (per fortuna il suo mandato volge al termine) perché in un momento critico ha portato gli USA fuori dall’OMS e ha interrotto i finanziamenti incolpando l’organizzazione di essere troppo cedevole nei confronti della Cina. È stato un atto deplorevole da parte di Trump. Per questo l’OMS si è ritrovata debole proprio nel momento in cui più le serviva sostegno.

Joe Biden ha già promesso che in primo giorno dopo l’inizio del suo mandato, cioè fra meno di un mese, promuoverà immediatamente la riadesione statunitense all’OMS ripristinando i finanziamenti statunitensi nell’organizzazione. E tutto andrà bene. È l’unica organizzazione a nostra disposizione che è in grado di far fronte a gravi criticità e di gestire la vaccinazione su larga scala contro il coronavirus. È un problema globale e non esiste altra organizzazione o altro ente in grado di risolvere questa crisi globale con risultati altrettanto positivi. Ciò non significa che non si presenteranno ostacoli e problemi perché non siamo a conoscenza di tutto e proprio in questo momento pare che ci siano nuove varianti del virus. Un nuovo ceppo, ad esempio, è stato registrato in Gran Bretagna. Dunque, ormai è chiaro che sul contrasto alla pandemia si possano ottenere più informazioni dalla Cina che dagli USA.

Ecco perché dobbiamo seguire le raccomandazioni degli esperti dell’OMS in merito ai prossimi passi, alla gestione logistica della vaccinazione anche considerata la presenza di più vaccini. E ve ne saranno anche di più in futuro.

Quanto all’OMC, anche quest’organizzazione è stata colpita dalle fatali azioni del presidente Trump che di fatto ne ha congelato il funzionamento bloccando la nomina dei giudici del cosiddetto organo di appello (organo di risoluzione delle controversie), una delle istituzioni cardini nell’OMC deputata all’assunzione delle decisioni di arbitrato finalizzate a dirimere le controversie tra i soggetti partecipanti al commercio internazionale. Si prevede che Joe Biden cambi le carte in tavola, ma in questi giorni gli USA (dunque, l’amministrazione Trump) ha chiesto di avviare la procedura elettiva del nuovo segretario generale dell’OMC, il che ne complicherà ulteriormente l’attività. Dunque, speriamo davvero che finisca la presidenza di Donald Trump perché con le sue manie di grandezza espresse mediante il motto Make America Great Again, ha creato molti più problemi per la comunità internazionali di quanti ne abbia di fatto risolti.

— È forse inopportuno parlare di globalizzazione alla luce della pandemia globale e mentre singoli Paesi si trovano costretti a stringere accordi con altri Paesi per la scelta del vaccino? È come se non si fosse pronti a tutelare un bene pubblico globale.

— Il fatto che qualcuno venga convinto e non costretto è in qualche misura legittimo. Tuttavia, lasciamo la questione agli esperti. Ogni Paese dispone di medici, epidemiologi, economisti che conoscono bene il funzionamento dei propri servizi sanitari. E, sebbene io non sia a favore delle sanzioni economiche introdotte, ad esempio, dagli Stati Uniti per costringere alcuni Paesi ad astenersi dall’utilizzo delle tecnologie cinesi Huawei per il 5G, non riesco ad immaginarmi che un qualsiasi Paesi possa essere costretto ad utilizzare vaccini prodotti altrove.

La pandemia da coronavirus non fa che inasprire le criticità sorte in esito al processo di globalizzazione che erano già presenti in passato. Di conseguenza, a mio avviso, la globalizzazione che io definisco come un processo storico e spontaneo di liberalizzazione e integrazione di economie che sono ad oggi ancora troppo isolate in materia di circolazione di capitali, commercio transnazionale, restrizioni, circolazione della manodopera, trasferimento di know-how e tecnologie. Si tratta di un processo irreversibile legato al clima economico creato dalle catene di distribuzione e produzione internazionali e dal relativamente libero commercio.

Ora la pandemia, senza ombra di dubbio, ci costringe a seguire il principio del “non è affar mio”. È naturale che gli americani vaccinino per primi gli americani e i cinesi facciano lo stesso con i loro compatrioti. In Russia le autorità condurranno la miglior politica di vaccinazione per i cittadini della Federazione russa e solo dopo si chiederanno se vale la pena utilizzare il vaccino Sputnik V creato in Russia a fini umanitari o meramente finanziari all’estero. Quest’approccio che predilige gli interessi personali e la tutela dei propri cittadini può essere interpretato da alcuni non come patriottismo, ma come nazionalismo. Se ricordiamo il concetto di “bene comune” ci dovremmo chiedere che significato assume in questo contesto? Il leader cinese Xi Jinping già alcuni mesi fa, prima della comparsa di un vaccino contro il COVID-19, dichiarava che il vaccino avrebbe dovuto essere un “bene comune”.

— In questo contesto, cosa dovrebbe significare il concetto di “bene comune”? Un bene comune a livello universale?

— “Bene comune” è qualcosa di accessibile a tutti a condizioni eque laddove è finanziato a partire da fondi statali. Un “bene comune” è accessibile a tutti ad eque condizioni. Ma renderlo accessibile per tutti a condizioni eque è semplicemente impossibile in termini logistici. Dobbiamo vaccinare circa 8 miliardi di persone. Dunque, dobbiamo capire in che ordine farlo (dato che non possiamo vaccinarli tutti insieme) e chi finanzierà queste operazioni.

È molto interessante capire come si comporteranno in futuro i cinesi. Seguiranno la dichiarazione del loro leader. Non ho dubbi sul fatto che i cinesi con i propri sforzi economici contribuiranno a realizzare programmi vaccinali in molti Paesi, anche molto poveri, in Asia meridionale e Africa. Se ci sarà qualcuno a vaccinare l’Africa, quel qualcuno non sarà il ricco Occidente, ma la Cina. La Cina è in grado di finanziare queste operazioni con il proprio bilancio statale rendendo davvero il vaccino un “bene comune” per gli africani e gli asiatici meridionali. Ma anche così il processo richiederà molto tempo. Non è possibile, infatti, vaccinare in un’unica soluzione tutti gli abitanti dei villaggi nel Sahel o nell’Africa centrale anche solo per il fatto che il vaccino, come sappiamo, deve essere conservato a temperature molto basse sotto gli 0 gradi. E chi ha visitato quei Paesi sa come funzione. Nel mondo vi sono luoghi in cui nessuno ha mai visto nella propria vita né il ghiaccio né i frigoriferi, per non parlare poi delle apposite attrezzature. Pertanto, i problemi in tal senso sono numerosi e l’intero 2021 sarà dedicato alle vaccinazioni. Dobbiamo affrettarci perché il tempo vola e già ci avviciniamo al Capodanno 2021. Per il 31 dovremmo già sapere quante persone saranno già state vaccinate (personalmente spero almeno 1 miliardo). Ma ciò non significa che usciremo subito dalla pandemia. Quest’ultima infatti continuerà.

— Sono d’accordo con Voi sul fatto che prima i Paesi devono vaccinare i propri cittadini. D’altro canto, in tutto in Russia sono giunte richieste per l’acquisto di oltre 1,2 miliardi di dosi del vaccino Sputnik V da più di 50 Paesi. Il ministro tedesco della Salute Jens Spanh ha dichiarato di essere pronto a collaborare per la produzione congiunta dei vaccini russi in Europa. Il Centro nazionale russo di ricerca Gamaleya, la casa farmaceutica anglo-svedese AstraZeneca, il Fondo russo per gli investimenti diretti e la casa farmaceutica russa R-Farm hanno sottoscritto un memorandum di intesa per la collaborazione al contrasto del coronavirus. Secondo Pascar Sorio, presidente di AstraZeneca, la combinazione di Sputnik V e AZD1222 renderà il programma vaccinale flessibile ed efficiente.

— E questo è corretto. Dobbiamo agire come fa la Russia. Non può essere che la produzione di un numero così grande di dosi vaccinali venga prodotto in un unico luogo. Serve che il know-how, le tecnologie e le conoscenze vengano trasferite, che ci sia uno scambio di esperti i quali devono dare il proprio contributo nei processi produttivi. Più si diffonderà questa prassi, meglio sarà. Questo è sintomo del fatto che gli strumenti legati alla globalizzazione economica continuano a funzionare in questi momenti difficili e in questa specifica situazione. Di conseguenza, più saranno gli stabilimenti impegnati nel mondo a produrre dosi contro il COVID-19, meglio sarà perché le dosi saranno più vicine ai pazienti da sottoporre al vaccino. Questo consentirà anche di limitare la diffusione del virus.

Resta solo da capire di quali strumenti si tratta. Se, ad esempio, un Paese offre ad un altro un finanziamento per l’acquisto di vaccini prodotti in quel Paese, allora si tratta di una semplice offerta da valutare in base a dinamiche economiche le quali chiaramente potrebbero indurre tale Paese a rifiutare di utilizzare un vaccino prodotto in un altro Paese. In questo caso, non si tratta di una proposta umanitaria. Di aiuti umanitari si occuperà la Fondazione Bill Gates che probabilmente fornirà il vaccino a molti Paesi poveri dell’Africa (Mali, Malawi, Ciad, Niger) e lo farà gratuitamente finanziando altresì la somministrazione delle dosi. Anche altri player dovrebbero fare la loro parte.

Tuttavia, si noti che le case farmaceutiche che hanno investito ingenti somme nella ricerca e lo sviluppo sono mosse non da motivazioni umanitarie, ma anzitutto dal profitto. Bisogna far confluire tutti gli interessi e non possono essere applicate sanzioni. Non è il caso di applicare sanzioni, bisogna invece cercare di collaborare e trovare l’occasione di parlarsi.

— Cosa significa “big reset” in politica, economia e finanza?

— Alcune settimane fa ho scritto un articolo intitolato La teoria del tutto non esiste. In quest’articolo affermo che da un punto di vista economico la situazione attuale non è la stessa che l’economia dovette affrontare durante la Grande recessione del 1929 quando si venne a creare una nuova scuole di pensiero economico che poi denominammo keynesismo dal nome del suo fondatore John Maynard Keynes. A mio avviso, sarebbe più opportuno parlare di una dialettica per la quale continuano a prodursi cambiamenti. E, secondo me, il tema principale è quello della continuazione e non dei cambiamenti. Ci sarà più la cosiddetta “normalità” perché non ci sarà più la vecchia “normalità”. La normalità erano la neve e il gelo per Natale. Ma le temperature oggi sono sopra lo zero. E non si sa se il Natale sarà più come era quando ero piccolo io perché per via del riscaldamento globali si sono prodotti irreversibili cambiamenti. Dunque, non si tornerà indietro alla cosiddetta “normalità”. Non utilizzo le parole “normalità” o “big reset” nel linguaggio scientifico o pubblicistico perché a prevalere sarà la continuazione degli eventi, mentre in alcuni ambiti della vita sociale si produrranno significativi cambiamenti di natura qualitativa. Tuttavia ritengo che continueremo, ad esempio, a tenere lezioni e a insegnare nelle scuole: i contatti con gli studenti nelle classi rimarranno tali e non si sposteranno online. Continueremo ad andare al cinema e non ci limiteremo solo a Netflix. Continueremo a viaggiare per lavoro o svago anche se nel 2021 lo faremo chiaramente meno che nel 2019 e nel 2022 meno che nel 2018 perché le persone avranno bisogno di tempo per tornare alle loro abitudini e a viaggiare in sicurezza.

Non ci sentiremo al sicuro per un altro anno, o due o tre. Possiamo solo augurarci che questo periodo sia il più breve possibile. Ma cambieranno comunque alcuni modelli comportamentali. Alcuni ambiti economici cominceranno a funzionare in maniera diversa. Il prezzo degli affitti di uffici nel centro delle città potrebbe crollare. Potrebbe diventare evidente l’inefficacia degli investimenti effettuati nella costruzione di grandi grattacieli, siano essi a Manhattan, Mosca, Varsavia o Kiev in quanto potrebbe crollare la domanda di locali per uffici in virtù della diffusione del lavoro da remoto.

Ma questo lo dobbiamo ancora appurare. È probabile che non sarà un “big reset”, ma sorprendentemente nelle ore di punta non ci saranno ingorghi e la mattina si riuscirà ad andare da un punto all’altro della città più facilmente rispetto a prima. Non sarà però un progresso rilevante. Penso che sarebbe eccessivo ritenere che alcune cose che prima erano possibili a livello tecnologico ora ottengano il diritto di cittadinanza. Ci stiamo abituando tutti a queste tecnologie, sono venute meno le barriere psicologiche. È chiaro che si possa lavorare online senza costringerci ad andare in ufficio e a rimanerci dalle 8 alle 16 quando si può invece lavorare da casa allo stesso modo o anche meglio perché non siamo stanchi per via degli spostamenti e del traffico.

Ma questo non è un “big reset”. Restiamo calmi e vediamo come sarà la situazione tra un anno. Non sarà però identica a quella di un anno fa.

— Se analizziamo la situazione a livello globale, sembra che la globalizzazione sia in difficoltà. Dobbiamo temere per una de-globalizzazione?

— Abbiamo altri problemi a cui prestare attenzione. Si tratta di criticità che si riguardavano ancora prima che scoppiasse la pandemia, prendesse piede il nuovo nazionalismo, tornassero le politiche protezionistiche, ecc. In larga misura questi fenomeni si sono manifestati per via della presidenza patologica di Trump che, lo ribadisco, fortunatamente volge al termine. Ora che sono state interrotte alcune catene di distribuzione a causa della pandemia, registriamo squilibri sia in termini di offerta sia di domanda. Al commercio si applicano misure protezionistiche. A risentirne sono anche gli scambi interpersonali perché viaggiamo meno. Ma i fattori della globalizzazione sono così forti che prenderanno comunque il sopravvento. Per questo ritengo che la globalizzazione è irreversibile. Perché lo diventi davvero, dovrebbe diventare più universale. Questo è un tratto che ancora le manca. La globalizzazione non può essere neoliberista favorendo l’arricchimento di una minoranza a discapito della maggioranza. In una certa misura questo è proprio ciò che è accaduto nei primi due decenni del XXI secolo. Pertanto nel terzo decennio, che prende avvio con il 2021, dobbiamo agire per rafforzare il carattere universale della globalizzazione. Dunque, non preoccupiamoci di fare in modo che i risultati della globalizzazione (ad es. miglior produttività e utilizzo dei capitali) siano più equi, bilanciati ed armonici rispetto a quando la globalizzazione non esisteva.

Qui vale la pena chiedersi: quale ruolo svolgeranno le organizzazioni internazionali di cui abbiamo parlato quali l’ONU e la Banca mondiale o le organizzazioni a livello regionale come l’Unione europea, l’ASEAN o l’Unione africana o ancora come si comporteranno i singoli Stati? Per noi polacchi molto dipende dal modo in cui le nostre autorità si rivolgeranno a noi. Dall’atteggiamento del governo russo dipende in larga misura non solo il rapporto con i russi, ma anche con i Paesi vicini della Russia e con il sistema globale. Tuttavia, i principali player globali continueranno ad essere gli USA, la Cina e l’Unione europea che deve adottare una politica più coordinata per evitare i problemi interni che la affliggono. Subito dopo si collocano India e Cina, a mio avviso. Pertanto, è fondamentale capire come si svilupperanno le relazioni russo-cinesi e i rapporti tra l’Unione europea e la Russia, tra USA (amministrazione Biden) e la Russia. Tra India e Cina, India e Russia, India e UE.

È un’ottima cosa che i dieci Stati membri dell’ASEAN, la Cina e altri Paesi ostili alla Cina come Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda abbiano creato la più grande area di libero scambio al mondo con il 16,4% della produzione mondiale e circa il 30% della popolazione globale. Nei prossimi anni proprio in quell’area saranno sviluppato i nuovi processi di liberalizzazione e integrazione, i quali saranno irreversibili.

Ripongo certe speranze anche nel G20 all’interno del quale la Russia dovrebbe svolgere un ruolo più attivo. E se la Russia oggi ha di che essere fiera e può dimostrare nell’ambito del G20 la sua grande esperienza che consentirà di accelerare le vaccinazioni contro il COVID-19, questo le permetterà di sfruttare le possibilità di una tale piattaforma che coinvolge 19 Paesi e l’Unione europea, ossia in tutto 43 economie nazionali. Si tratta di un forum di coordinamento delle politiche economiche in ambito climatico, migratorio, tecnologico, sanitario, formativo e ambientale. Gli strumenti a disposizione sono quelli della globalizzazione: liberalizzazione, integrazione di mercati ed economie nazionali isolati e creazione di un mercato globale interdipendente. In tali condizioni né la Cina né gli USA né la Russia né l’UE costringeranno il mondo intero ad adottare la propria visione. Sarà un mondo multipolare. Il 2021 sarà un altro anno, un altro passo verso la creazione di un ordine mondiale multipolare perché non possiamo di certo definire il 2020 come un anno dell’ordine. Anzi, è stato l’anno del caos e probabilmente il 2021 sarà altrettanto complesso. Dunque auguro a tutti che possa perlomeno essere un po’ meno difficile.

— Siamo alle porte del nuovo anno. Quali sono i Suoi auguri per i nostri lettori?

— Desidero augurare loro di serbare il ricordo di com’erano le cose prima del Natale 2019. Si produrranno nuovi cambiamenti a livello della produzione, dei consumi, della fruizione di contenuti culturali, ma le grandi masse di persone continueranno a frequentare gli stadi di hockey e di calcio e a comprare biglietti per i concerti. Se il 2020 è stato l’anno del caos, il 2021 sarà comunque un anno complesso. Sarà l’anno del continuo, univoco e coerente ripristino di quegli elementi dell’ordine mondiale di cui abbiamo bisogno. Dunque, auguro a tutti che il 2021 non sia perlomeno così difficile come il 2020. 

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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