10:25 23 Gennaio 2021
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Nei 108 giorni di calvario i familiari e gli armatori non hanno mai smesso di lottare per tenere alta l'attenzione su questa vicenda e riportare i loro cari a casa. Sono grati per la liberazione ma chiedono che si prendano provvedimenti per poter lavorare senza rischiare la vita.

Mazara si prepara ad accogliere i 18 pescatori rilasciati a Bengasi.  Dopo mesi di lotta e paura chiede maggiore tutela per la pesca e i pescatori in acque internazionali, perché vicende del genere non si debbano ripetere.

Un'emozione altissima ha scosso l'Italia alla liberazione dei 18 marittimi trattenuti da 108 giorni a Bengasi, adesso a bordo del Medinea e Antartide, in direzione casa.

“Qunado ci siamo svegliati giovedì mattina, abbiamo percepito nell'aria qualcosa”, ha detto l'armatore del Medinea, Marco Marrone, intervistato da Sputnik Italia.

I pescatori italiani liberati a Bengasi
© Foto : Facebook / Palazzo Chigi - Presidenza del Consiglio dei Ministri
Dopo 24 ore, venerdì mattina Marco Marrone ha finalmente potuto parlare al telefono con il comandante Pietro Marrone, che ha descritto le terribili condizioni della detenzione, terminata ieri con il blitz del premier Conte e del ministro Di Maio a Bengasi. In un lungo colloqui Marco Marrone, armatore del Medinea, ha raccontato a Sputnik Italia le impressioni, le emozioni e le speranze di questi lunghi mesi di mobilitazione per la liberazione dei pescatori.

—Come accoglierete i vostri marittimi?

—Domenica mattina, quando probabilmente arriveranno, sarà un giorno di festa. Saremo tutti ad attenderli al porto. Il sindaco sta organizzando il benvenuto ai nostri marittimi.

—Cos'è successo in queste 24 ore determinanti per il buon esito della vicenda?

—Quando ci siamo svegliati giovedì mattina nell'aria c'era la percezione di qualcosa.  Alle 11 e 30 abbiamo ricevuto una chiamata dal ministro Di Maio che comunicato ufficialmente il rilascio. Lì è esplosa questa gioia, ci siamo abbracciati, abbiamo pianto dopo 108 giorni di paura, preoccupazione e terrore.

—Come mai questa percezione?

—C'era uno strano movimento. Le cose che sentivamo in TV, il nostro vescovo che ci parlava sempre ma negli ultimi giorni veniva a trovarci più spesso. E' stata una sensazione che poi alla fine si è rivelata fondata.

—Questa mattina lei ha finalmente potuto parlare con Pietro Marrone, il comandante. Come lo ha trovato?

—Dalla voce l'ho trovato abbastanza tranquillo. Me lo aspettavo psicologicamente più provato. Pietro è un grande uomo, un grande capitano, un uomo di che sa affrontare le tempeste. Ho ritrovato il Pietro che conosco. La persona sicura di sé, pronto a tornare e anche lui non vede l'ora di tornare.

Mi ha raccontato la loro terribile esperienza, l'incubo che hanno vissuto, durante il quale hanno cambiato quattro carceri, in celle buie per tanti giorni. Se la sono vista brutta, hanno perso le speranze ma poi finalmente è arrivato il giorno della liberazione. E questa notte, all'una del mattino, dopo aver caricato per lunghe ore le batterie del motore completamente a terra, per i tanti giorni di fermo, sono salpati e hanno preso la direzione per Mazara.

—Cosa l'ha colpita di più del racconto di Pietro?

—Mi ha colpito la forza cui raccontava la situazione drammatica in cui hanno vissuto, quella forza che è tipica dei pescatori, di chi affronta la tempesta in un modo incredibile.

Mi raccontava quelle terribili situazioni, inimmaginabili per qualsiasi persona, con la stessa tranquillità di chi racconta una storia a un bambino. 

—Voi avete lottato duramente per riavere i vostri cari a casa. C'è stato un momento in cui vi siete abbattuti e avete perso la speranza?

—Abbiamo sempre tenuto in alto la speranza, anche se in certi momenti è stata dura, sembrava di perderla. Ma non abbiamo mai smesso di mantenere alta l'attenzione, grazie anche alla stampa e a tutte le persone che ci hanno permesso di farlo. Abbiamo lottato nonostante la speranza sembrava veramente finire, ma dovevamo continuare a lottare, dovevamo farlo per i nostri uomini, i nostri pescatori, i nostri pescherecci, per tutto.

—Cosa vi ha dato la forza per affrontare questa tempesta?

—L'amore per i nostri cari, per una mamma verso un figlio, per una moglie verso il marito, ci ha permesso di non arrenderci mai. La forza ce la davano loro.

Sapere che stavano vivendo quell'incubo ci ha spinto ad andare avanti per farli liberare il prima possibile.

—Le istituzioni vi sono state vicine o c'è stato un momento in cui vi siete sentiti abbandonati?

—Quei momenti ci sono stati, soprattutto durante il nostro presidio a Roma a Montecitorio. Però oggi dico grazie per il lavoro svolto silenziosamente che in 108 giorni ha portato ad un esito positivo. Sono tanti però ringrazio per essere riusciti a chiudere le trattative e portare a casa i nostri pescatori.

—Questo non è stato un sequestro come gli altri, i pescatori sono stati trattenuti per tanto tempo senza. Secondo lei perché la liberazione è avvenuta adesso?

—Non lo so, è qualcosa che non sono riuscito a capire neanche io. Ma adesso non importa, l'importante è si sia risolta bene. Che sia di esempio perché non succeda più e che ci mettano in condizione di lavorare in sicurezza.

—E cosa dovrebbe fare il governo per evitare in futuro altri sequestri senza bloccare la pesca?

Dovrebbe proteggere le acque internazionali come quando avevamo una vigilanza pesca tanti anni fa. Non sono un esperto ma credo che ci vogliano accordi internazionali e pattugliamenti delle navi militari.

Un peschereccio in alto mare può trovarsi in situazioni di bisogno ed è bene che ci siano navi della marina italiana a supportarci.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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