03:11 28 Novembre 2020
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Per individuare i nuovi focolai Covid in Italia, Università di Milano-Bicocca, Istat, Istituto Superiore di Sanità e altri enti hanno messo in piedi uno strumento statistico, il “Covidalert” per l'individuazione rapida e con un anticipo di 2-3 settimane dei cluster di contagio.

Il “Covidalert” scopre le situazioni che stanno andando fuori controllo in Italia, incrociando un enorme numero di banche dati: dalle richieste di radiografie ai polmoni agli acquisti di paracetamolo o anti-infiammatori, dalle chiamate al 118 alle ricerche su Google su tema Covid e simili.

Sputnik Italia ne parla con Giovanni Corrao, professore di Statistica medica all’Università di Milano-Bicocca che sul momento attuale dice: «Da alcune settimane stiamo osservando una certa attenuazione della velocità di diffusione dell’epidemia. Molto probabilmente per effetto delle misure restrittive dei vari DPCM, e dei comportamenti “in media” virtuosi che ne sono generati».

Giovanni Corrao
© Foto : Giovanni Corrao
Giovanni Corrao
Professore, come funziona il “Covidalert”?

— Stiamo lavorando su questo strumento. Partiamo dal fatto che il sistema di segnalazione attualmente in uso, quello messo a punto dall’Istituto Superiore di Sanità e al quale collaborano Regioni e Province Autonome, comporta un “fisiologico” ritardo informativo, perché richiede che i pazienti sintomatici si rivolgano al medico, che quest’ultimo prescriva il tampone, che il tampone venga analizzato, che il referto sia reso disponibile e venga comunicato al sistema di segnalazione. Lo strumento al quale stiamo lavorando, al contrario, registra informazioni “aspecifiche” man mano che certi farmaci (ad esempio paracetamolo, anti-infiammatori non steroidei) vengono erogati in farmacia, certe prestazioni (ad esempio lastre polmonari) vengono prescritte dal medico, certi servizi vengono richiesti dai pazienti (chiamate al 118 o presentazioni in pronto soccorso) e certi comportamenti lasciano traccia sui social (ad esempio digitazioni di termini quali febbre, coronavirus, ageusia, disgeusia, anosmia, ecc…). Lo strumento consiste nel verificare quando una o più di queste informazioni supera il livello atteso definito sulla base di alcuni criteri prestabiliti. In tal caso si “accende una lampadina” che fa scattare l’allarme. Ovviamente le cose sono un po' più complesse rispetto a quanto descritto, ma spero almeno di aver messo il lettore nelle condizioni di intuire come funziona lo strumento.

— Questo strumento è applicabile anche ad altri Paesi? Avete riscontrato un qualche interesse?

— Sappiamo che progetti simili sono allo studio in numerosi altri paesi. Simili, non uguali. Anche perché spesso ci dimentichiamo che il nostro Paese dispone di un raffinatissimo sistema di raccolta di dati sanitari, spesso di ottima qualità. Purtroppo, non sempre accessibili e adeguatamente utilizzati.

— Visto che è uno strumento di previsione, potrebbe essere utilizzato dal Governo e dal Ministero della Sanità per individuare e chiudere preventivamente le zone di focolaio?

— Questo è il nostro intento, mettere le istituzioni, Ministero e Regioni, uno strumento che si aggiunga a quelli disponibili per capire con un po' di anticipo dove intervenire con in via prioritaria.

— Secondo Lei, la strategia migliore è chiudere tutto il Paese, agire sulle singole regioni o sulle piccole zone-focolai?

— Proviamo a circoscrivere le competenze. Io mi occupo di strumenti/modelli/metodologie statistico-epidemiologiche tese a misurare i fenomeni complessi di pertinenza sanitaria. Non mi permetto di suggerire agli esperti di politiche di sanità pubblica cosa devono fare. Dietro questa domanda c’è tutta la complessità insita nei rapporti tra i cosiddetti scienziati e l’opinione pubblica. Non conosco alcun tuttologo, se lo conoscessi non stimerei molto costui. Conosco però molti seri professionisti della ricerca che dietro la sua domanda vedono un metodo di lavoro. In sintesi, cosa è stato pubblicato in merito all’efficacia delle singole misure restrittive sulla riduzione del contagio? Gli studi pertinenti consentono di giungere a conclusioni solide? In più, in carenza di evidenze solide, come ci stiamo attrezzando per verificare, almeno a posteriori, se le nostre decisioni, inevitabilmente prese con l’incertezza insita con le nostre poche conoscenze, generano gli effetti sperati? So di deludere lei e i lettori, sarebbe molto meglio ricevere risposte secche. Ma spesso le risposte secche non hanno nulla a che vedere con la scienza.

— Basandovi sul vostro strumento, che previsioni può dare sulla Lombardia nelle prossime settimane?

— Lo strumento di cui le ho parlato non è ancora operativo. Come dicevo, stiamo lavorando per raccogliere i dati e perfezionare lo strumento. Attualmente le nostre previsioni si basano sulla modellizzazione dei dati disponibili. Da alcune settimane stiamo osservando una certa attenuazione della velocità di diffusione dell’epidemia, che inevitabilmente comporterà una riduzione del carico sulle terapie intensive e successivamente della mortalità. Quello che osserviamo è molto probabilmente l’effetto delle misure restrittive dei vari DPCM, e dei comportamenti “in media” virtuosi che ne sono generati. Attenzione però, questo trend continuerà a condizione che i comportamenti individuali che limitano all’essenziale i contatti sociali continuino. In caso contrario sarebbe inevitabile una risalita della curva.

— Secondo Lei, quando potrebbe finire l’epidemia, o almeno quando si potrà parlare di un ritorno alla vita (quasi) normale, senza chiusure e limitazioni?

— Il nostro compito, in questo momento, è rallentare la velocità di diffusione, e come abbiamo visto questo non è semplice. Per andare verso un deciso contenimento dobbiamo cambiare registro. Siamo tutti fiduciosi sulla prossima disponibilità di vaccini, e anche di cure, sicure ed efficaci. Ma abbiamo davanti un percorso ancora lungo e pieno di ostacoli.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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