03:09 03 Dicembre 2020
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Dopo quasi un anno di lockdown, restrizioni, contagi in aumento e il rischio di una nuova chiusura totale ci troviamo davanti ad una nuova sfida, la stanchezza pandemica - è una sindrome con risvolti psicologici come depressione o senso di alienazione, disperazione e indifferenza.

Secondo i sondaggi di Economist e YouGov, questa costante incertezza che ci accompagna da mesi, ha portato la popolazione, in alcuni casi fino al 60% degli intervistati, a sperimentare quella che l’Oms chiama “pandemic fatigue”. 

Come si riconosce la nuova sindrome? E quali effetti collaterali potrebbe avere sulla nostra salute mentale? Per un approfondimento Sputnik Italia ha raggiunto la Dott.ssa Maddalena Castelletti, psicologa clinica e del pronto soccorso psicologico Covid-2019.

Dott.ssa Maddalena Castelletti – psicologa clinica e del pronto soccorso psicologico Covid-2019
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Dott.ssa Maddalena Castelletti – psicologa clinica e del pronto soccorso psicologico Covid-2019

— Dott.ssa Castelletti, qual è la Sua definizione della pandemic fatigue?

— Il termine “pandemic fatigue” è stato introdotto dall’OMS recentemente per definire clinicamente una risposta naturale e prevedibile ad uno stato di allerta prolungato di cui non si intravvede la fine, che esita uno stato di prostrazione, fatica psico-fisica cronicizzata e demotivazione, con conseguente diminuzione dell’aderenza alle prescrizioni e ai protocolli anti-contagio.

Ciò che accade a livello neuropsicologico durante il picco di risposta ad una minaccia imminente è una massiccia attivazione di aree cerebrali deputate alle regolazione del sistema “fight or flight” ovvero un coinvolgimento prevalente del sistema nervoso simpatico che rende gli individui molto reattivi, concentrati, focalizzati e responsivi alle strategie da mettere in atto per affrontare il pericolo stesso (in questo caso specifico ci si riferisce a tutti quei comportamenti quali il distanziamento fisico, l'igiene respiratoria e delle mani, l’uso di mascherine e la limitazione degli spostamenti e dei contatti sociali).

 Se però il pericolo diventa una condizione abituale, il vissuto- e con esso il pattern neurale- cambiano e si evolvono in stress cronicizzato in cui la percezione del rischio diventa in qualche modo familiare e meno impellente.

I costi percepiti per mantenere un determinato comportamento diventano troppo elevati sia socialmente sia economicamente e a ciò segue un vissuto di fatica, impotenza e inutilità.

Si tratta di un sistema psicofisiologico adattivo, ovvero funzionale alla sopravvivenza, che però depotenzia la percezione della minaccia e talvolta porta ad una vera e propria negazione della stessa.

—  In una recente conferenza Hans Kluge, direttore Oms per la regione europea, ha annunciato che oltre il 60% degli europei ne soffre al momento. Perché siamo arrivati a queste cifre preoccupanti?

—  Da psicologa clinica ritengo che ciò dipenda da una molteplicità di fattori. Certamente la drammaticità, l'imprevedibilità e l’impatto della pandemia sull’intera collettività sono stati devastanti non solo per gli aspetti strettamente sanitari ma anche perché le uniche strategie per il momento efficaci nel limitare i danni confliggono fortemente con la struttura nella nostra società. Ribadisco con convinzione che si tratta di misure necessarie da cui non si può prescindere, ma che hanno un impatto psicologico e adattivo enorme.

Il distanziamento fisico è stato inizialmente chiamato “sociale distancing” e ciò ha creato una spaccatura ancora più profonda perché le parole hanno un peso. Limitare i contatti sociali, la celebrazione dei riti di passaggio e dei traguardi è qualcosa che richiede una profonda ristrutturazione cognitiva e che ci penalizza sebbene se ne comprenda la necessità.

La dimensione della socialità è inibita anche dall’uso di mascherine che coprono il volto e limitano la percezione dell’altro nel senso che esistono specifici network neurali deputati al riconoscimento dei volti e delle micro espressioni facciali e che permettono una migliore comprensione dell’altro, dei suoi pensieri, delle sue emozioni e ci permettono conseguentemente di strutturare le nostre in relazione ad esse.

Aggiungo una considerazione che vede unanime il nostro Ordine Professionale Nazionale (CNOP), ovvero che la cultura e gli investimenti sulla salute psicologica in Italia sono ancora troppo scarsi; si accede ai servizi di cura solo quando i sintomi diventano incompatibili con una qualità di vita accettabile, ma è ancora scarsa o nulla la prevenzione psicologica diffusa e gratuita per tutti i cittadini.

— Come si riconosce la pandemic fatigue?

— Innanzitutto è fondamentale divulgare informazioni scientifiche corrette riguardo a questa condizione in modo da rendere il più possibile accessibile a ciascuno la consapevolezza che uno stato di prostrazione, demotivazione e scoraggiamento sono fenomeni normali nella condizione presente.

Quando si avverte insofferenza alle restrizioni e alle regole, quando ci si focalizza unicamente su informazioni (notizie, opinioni sui social media, ecc) polarizzate sulla minimizzazione del pericolo o addirittura sul complottismo, quando si sente che il comportamento individuale non può fare la differenza sulla reale diffusione del virus… allora si può riconoscere una pandemic fatigue. A questa prima reazione possono seguire stati ansiosi e/o vissuti di rabbia che vanno riconosciuti prima ancora che giudicati e occorre chiedere un aiuto professionale perché la salute mentale è a tutti gli effetti una questione di salute pubblica.

— Il fatto che il virus è iniziato a correre di nuovo e con tanta forza è dovuto al nuovo fenomeno? La stanchezza ci fa abbassare la guardia?

— Come comunità professionale non abbiamo gli strumenti per dire con certezza quale sia la causa e quale l’effetto, ma certamente nei mesi estivi abbiamo visto un calo dei contagi che ci ha fatto abbassare il livello di guardia facendoci tornare ad una vita più simile a quella che consideriamo “normale”.

La riacutizzazione della numerosità e velocità dei contagi autunnali ha comportato vissuti di frustrazione, tristezza, disillusione e demotivazione che sono tutti fattori coinvolti nei meccanismi neurali della convivenza con un pericolo prolungato di cui abbiamo parlato prima.

— A Suo avviso, il governo italiano, che non ha ancora annunciato un lockdown generalizzato, prende in considerazione pandemic fatigue dalla quale profondamente soffre la popolazione italiana? Le autorità hanno scelto questa strategia per non far trasformare la frustrazione in rabbia e in aggressione?

— Suppongo che le decisioni politiche tengano conto di una molteplicità di fattori quali la salute pubblica per prima, ma anche gli aspetti economici e psicosociali che la gestione della pandemia comporta.Certamente la nostra comunità professionale è attiva e presente nel comunicare alle autorità i dati riguardanti gli aspetti psicologici che impattano sulla comunità e ci auguriamo che sempre più interventi a sostegno della salute mentale vengano messi in atto.

— Potrebbe commentare la lettera-appello di una donna italiana indirizzata al premier Conte? Vorrei citare la frase più drammatica: “Questo virus ci sta uccidendo dentro. Sta uccidendo le nostre vite. Sta intaccando il nostro lavoro, le nostre famiglie e la nostra libertà. E non abbiamo nessuno che riesca a curarci e a prendersi cura di noi. Al contrario stiamo cadendo giù, in picchiata fino a schiantarci. E mentre voi studiate per cosa sia giusto fare, noi dobbiamo lottare per ottenere una visita perché ad oggi è più importante il virus che poter prevenire una malattia che possa essere grave o meno. Noi qui siamo stanchi di lottare”.

— E' una lettera che tocca corde profonde di ciascuno di noi proprio perché esplicita la dissonanza cognitiva che tutti stiamo sperimentando: la volontà di proteggere la salute della comunità ma anche il bisogno di provvedere alle esigenze economiche e di benessere personali e familiari. Nelle parole di questa donna ritroviamo lo scoraggiamento e la stanchezza legati alle misure prese e troviamo anche un vissuto di solitudine e abbandono da parte delle istituzioni. Viene anche toccato il tema della libertà personale che subisce drastiche limitazioni. La dimensione collettiva e personale si scontrano e questo, dopo la gravità medica in senso stretto, è uno dei peggiori sintomi del virus a cui stiamo tutti lavorando per trovare una cura.

— C’è un modo per contrastare e combattere la crescente tristezza da virus? Quali sono le Sue consigli pratici per le persone stanche, ansiose e demotivate?

— Questo dolore si affronta parlandone. Parlare, comunicare, sono elementi cardine della dimensione sociale e hanno il potere di rafforzare il senso di appartenenza ad una comunità, ad una dimensione collettiva.

Oltre a ciò sento di appoggiare le linee guida suggerite dall’OMS stessa ovvero, come già sostenuto, potenziare gli interventi di salute psicologica diffusi e capillari, targettizzati per le esigenze di specifiche fasce di popolazione. 
Provare sintomi psicologici non è mai una colpa né deve essere fonte di vergogna: gli interventi professionali sono una risposta efficace a questa condizione e mi auguro che siano sempre più accessibili e diffusi. Incoraggiare le persone a sentirsi parte della soluzione oltre che del problema e rafforzare così il senso di autoefficacia nell’aderenza alle regole.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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