19:12 29 Novembre 2020
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Il settore dello spettacolo duramente colpito dall'emergenza sanitaria provocata dal Covid-19 oggi sta vivendo un periodo di grandi difficoltà che rischia di metterlo in ginocchio con ricadute pesanti che potrebbero protrarsi ben oltre la crisi sanitaria.

Una categoria artistica come quella teatrale si è ritrovata a dover interrompere la sua attività con la chiusura forzata e l’impossibilità di proseguire la stagione in calendario. Per sbloccare questa situazione di stallo oltre 400 gli operatori culturali hanno sottoscritto la lettera aperta sia contro lo stop generale dello spettacolo dal vivo, sia per chiedere un ristoro immediato a fondo perduto per gli organismi di tutta la filiera culturale, oltre ad un sostegno ai lavoratori dell’intero comparto artistico.

Quali conseguenze avrà il lockdown per la cultura? Com'è stato trattato il mondo dello spettacolo dallo Stato? Cosa stanno facendo i teatri per sopravvivere? E quanto è utile la divulgazione attraverso la multimedialità? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto uno dei firmatari della lettera sopramenzionata Tonino Tosto, Direttore artistico del Teatro Porta Portese di Roma.

Tonino Tosto
© Foto : Tonino Tosto
Tonino Tosto
— Maestro Tosto, che effetto hanno avuto il Covid e le misure anti-pandemia sul lavoro del Teatro Porta Portese? È stata dura accettare questa drammatica situazione? Immagino che avete fatto un investimento serio per garantire i posti ridotti, nuova aerazione, sanificazione, ecc.

— Le necessarie misure contro la pandemia hanno avuto sul nostro teatro, così come per tutti i teatri e i centri culturali del nostro Paese – effetti devastanti. Dal marzo 2020 ad oggi abbiamo annullato 45 spettacoli per oltre 150 giornate di lavoro; otto concerti dedicati ai cantautori italiani, dieci presentazioni di libri ed incontri con autori, quattro mostre d’arte, le lezioni delle accademie di teatro e i laboratori per bambini, adulti e anziani che organizziamo presso il nostro teatro.

Dal 15 giugno, come previsto dal DPCM, a stagione teatrale ormai conclusa, abbiamo provato a ripartire con lo slogan “Riapriamo per non chiuderci”. Questo ha comportato un aumento dei costi: adeguamento impianti di condizionamento e aerazione, sanificazione, igienizzazione continua, misurazione della temperatura, registrazione dati dei presenti, riorganizzazione dei luoghi per il flusso degli spettatori con conseguente aumento del personale del teatro.

A fronte di tutti ciò gli incassi si sono ridotti notevolmente sia per la necessaria diminuzione dei posti occupabili, per via del distanziamento, sia per la paura del pubblico rispetto alla frequentazione di luoghi chiusi o affollati.

— E i vostri attori e il personale che lavora dietro le quinte come stanno vivendo questo periodo così lungo di non lavoro?

— Noi siamo un'associazione culturale composta da autori, attori, registi professionisti impegnati sia nel nostro teatro sia con diverse compagnie teatrali nazionali. È naturale che tutti viviamo con grande preoccupazione sia la difficoltà di affrontare i costi per la gestione del nostro spazio che, comunque,  corrono (affitti, utenze, mantenimento del luogo, pulizie…) sia per l'assoluta mancanza di lavoro e la difficoltà di ricevere gli aiuti promessi (insufficienti e spesso non pervenuti o in ritardo) e anche per tutte quelle opportunità artistiche saltate: tournée in tutta Italia, spettacoli a Siracusa, concerti, partecipazione a film, allestimenti di spettacoli per la stagione estiva…

Purtroppo ci stiamo trasformando. Da operatori culturali interessati a coniugare socializzazione e cultura per contribuire ad un nuovo modo di vivere territorio, rapporti interpersonali e partecipazione e di combattere il crescente isolamento proponendoci come agenti della coesione sociale attraverso la conoscenza e i saperi, ci siamo trasformati, dicevo, in elaboratori di progetti per partecipare a bandi e soprattutto in lettori e traduttori di DPCM per trovare, tra Ristori e “ristorini” il passaggio che ci interessa o che ci esclude da un possibile contributo a “fondo perduto”.   

— Avete lanciato qualche attività alternativa online oppure offline per tenerli impegnati e per mantenere un legame stretto con il pubblico, visto che il teatro in primo luogo è un dialogo? Fate gli spettacoli in streaming?

— Premesso che per noi lo spettacolo è e sempre sarà dal vivo e, senza per questo disdegnare le tecnologie che mai lo sostituiranno, al momento non realizziamo spettacoli in streaming. Anche perché - almeno per noi – per lo streaming l'investimento necessario per garantire la qualità delle produzioni (alla quale teniamo particolarmente) non è alla nostra portata.

Se il governo, e in particolare il ministro Franceschini, tiene alla idea di una piattaforma per promuovere la Cultura italiana faccia in modo che non trovino spazio solo i soliti noti ma anche le produzioni di tutte quelle realtà off (teatri sotto i 100 posti) che rappresentano una parte importante della ricerca, della sperimentazione e della ricchezza culturale del nostro paese. Il legame con il pubblico cerchiamo di mantenerlo attraverso la nostra pagina Facebook, il sito, i social e la newsletter che inviamo periodicamente ai nostri associati (5.758). Continuiamo a tenerli aggiornati sulle nostre prese di posizione, sull'attualità, sulla situazione del settore, sugli spettacoli che stiamo allestendo e sui progetti in cantiere in attesa della riapertura.

— Lei è stato tra circa 400 operatori culturali che hanno sottoscritto la lettera aperta sia contro lo stop generale dello spettacolo dal vivo, sia per chiedere un ristoro immediato a fondo perduto per gli organismi di tutta la filiera culturale. Cosa L'ha spinto a mettere la Sua firma sotto questo documento? 

— Riconfermo la scelta di firmare e di tutto quello che avevamo contribuito a scrivere insieme a tanti colleghi in quell’appello. I teatri, i concerti, i cinema, sono, e saranno, tra i luoghi più sicuri del Paese. In questi luoghi abbiamo svolto una funzione anche educativa sulle attenzioni necessarie per evitare il contagio. In questi luoghi non abbiamo permesso, né sono previsti assembramenti e vicinanze senza alcuna cautela come è accaduto in discoteche, spiagge, luoghi della movida…

È evidente che oggi, a fronte dello sviluppo della pandemia (frutto anche dei comportamenti suddetti) le chiusure (tra zone gialle e zone rosse) appaiono inevitabili.  Così come giusti, inderogabili e dovuti sono gli ultimi provvedimenti del governo per i lavoratori dello spettacolo, le produzioni e i teatri. È evidente anche che permanendo questa situazione che, prevediamo, non si concluderà prima della metà del 2021 la stagione teatrale 2020/21 può considerarsi in buona parte “non rappresentabile” e quindi sarà necessario che proseguano le misure di sostegno per tutto il comparto dello spettacolo dal vivo e delle attività culturali e formative.

La parola d'ordine non può che essere semplificazione. Non si può più permettere che i sussidi o ristori che siano, arrivino “a babbo morto” (cioè troppo tardi) e che siano inserite norme che non tengono conto della peculiarità del settore che vive di “intermittenza”, di poche giornate di lavoro l'anno, di giornate spesso non riconosciute (prove e allestimenti). Come si fa a pensare di escludere dai sussidi un lavoratore solo perché ha avuto la “fortuna” di lavorare tre giorni (TRE!) ad agosto?

Ci si domanda: ma chi elabora queste parti dei decreti, ha mai parlato con qualche rappresentante della categoria? Oppure si pensa che questo mondo sia composto solo ed esclusivamente da quei pochi che hanno visibilità sui mezzi di comunicazione, appaiono in televisione o fanno parte del mainstream?

— E quali sono le vostre controproposte?

— Le nostre controproposte, che definirei proposte per e non contro qualcuno, sono articolate e saranno ancora più efficaci se saranno il risultato di un confronto ampio e di una condivisione diffusa.

Occorre, per la ripresa, un nuovo modo di affrontare le questioni del comparto dello spettacolo dal vivo e del mondo culturale e associativo che unitamente ai 327.812 lavoratori dello spettacolo con almeno una giornata retribuita nell'anno 2019 (con una retribuzione media annua di 10.664 euro) interessa tutti i lavoratori dell'indotto che significa arrivare a circa 1.500.000 persone.

Per dirle in sintesi queste alcune delle proposte:

  • NUOVA LEGGE SULLO SPETTACOLO DAL VIVO (ferma in Parlamento dalla sua approvazione dell’8 novembre 2017).
  • AUMENTO DELLA DOTAZIONE per il Fondo Unico Spettacolo passando dall’attuale 0,018% allo 0,05% del PIL (percentuale ben al di sotto della media europea) e riforma generale del FUS che non escluda ma includa tutti i soggetti che partecipano alla produzione culturale. È necessario eliminare tutti i criteri discrezionali attualmente presenti per passare ad analisi oggettive delle attività svolte e del servizio culturale prestato; è necessario che nelle analisi oggettive sia considerata la presenza di drammaturgia italiana contemporanea, la concessione di spazio a nuovi autori e registi, la distribuzione equa delle risorse tra nord, centro e sud del paese.
  • PORTARE L’IVA AL 4 % come è già previsto per altri settori in crisi (editoria ad esempio).
  • ESTENSIONE DELL’ART BONUS O DEL TAX CREDIT anche a Teatri e produzioni.
  • SOSTEGNO ALLE PRODUZIONI INDIPENDENTI e nuove forme di contenimento del costo del lavoro.
  • REGISTRO PROFESSIONISTI DELLO SPETTACOLO Riconoscimento della professione e del mestiere dell’operatore dello spettacolo anche attraverso l'istituzione del registro delle professioni dello spettacolo (al momento è depositata in Parlamento la proposta di legge per l'istituzione del registro degli attori e delle attrici).
  • PORTARE IN DETRAZIONE L'ACQUISTO DI BIGLIETTI per assistere a spettacoli dal vivo.

— Comunque sembra che il governo abbia preso in considerazione anche le vostre richieste ed è pronto a stanziare 1 miliardo per cultura e turismo. Lei è soddisfatto con questo provvedimento?

— I provvedimenti e le risorse impegnate rappresentano un impegno certamente importante ma insufficiente per quello che sono i reali bisogni di un settore disastrato. È evidente che si debba rimanere all’interno delle compatibilità economiche di un paese in crescita vicino allo zero già prima della pandemia. Attenzione però: è giusto aiutare chi ha perso qualsiasi possibilità di lavoro ma, al tempo stesso, è assolutamente necessario preparare il futuro di un comparto fondamentale per la ripresa.

La Cultura può essere volano economico e, insieme a Sanità, infrastrutture, Innovazione, Formazione e Conoscenza, settore importante in un nuovo, necessario, modello di sviluppo e paradigma sociale. Il mondo culturale nelle sue diverse espressioni ed attività potrà contribuire alla ripresa culturale, economica e morale del nostro Paese, anche attraverso un fortissimo rilancio della fruizione dell'immenso patrimonio culturale d’Italia, ponendo in primo piano il ruolo aggregativo, formativo, distensivo, preventivo e socio-culturale dello spettacolo dal vivo.

— Prima o poi la pandemia finirà. Secondo Lei, molti teatri sono destinati a fallire? Chi ne uscirà salvo: quelli più bravi o quelli più ricchi?

— Molti teatri, così come diversi esercizi commerciali e attività imprenditoriali stanno per chiudere o hanno già cessato la propria attività. E questo collasso, questa lenta moria proseguirà ancora per mesi. Il rischio è quello della desertificazione culturale.

Chi ne uscirà salvo? La risposta più semplice è quella che porta a dire: naturalmente i più ricchi e quelli che hanno continuato a ricevere contributi e aiuti previsti dalle leggi.

La risposta di chi - come me - dirige un piccolo teatro è quella che afferma: voglio resistere, chiedendo, insieme a tanti altri operatori culturali, attenzione vera e aiuti forti che ci permettano di rimanere in piedi e progettare il futuro (innovazione, formazione, adeguamento dei luoghi, utilizzo del patrimonio pubblico spesso abbandonato, incentivi al pubblico per riabituarlo a frequentare i luoghi dello spettacolo dal vivo, della formazione e dell’aggregazione).

Affermo questo perché ho chiaro quanta importanza ha un centro culturale che, unitamente agli spettacoli, organizza una serie di attività culturali e formative che tengono accesa una piccola luce in territori che si fanno sempre più bui e tristi.

Salvare i presidi culturali (che spesso sono avamposti unici in diversi territori delle città e dell’Italia minore) è una grande battaglia di civiltà, una delle poche, concrete speranze che si possa battere l’individualismo, la frammentazione e tornare alla partecipazione, alla voglia di conoscenza e sapere, alla produzione di spettacoli, mostre, concerti, incontri con autori e poeti per il benessere della comunità e la coesione sociale.

Per me quando sarà possibile varrà lo stesso slogan dell’estate 2020: “RIAPRIAMO PER NON CHIUDERCI”.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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