18:50 29 Novembre 2020
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Il mondo col fiato sospeso - il conteggio dei voti negli USA potrebbe dare esiti sorprendenti e il percorso legale che attende Trump e Biden potrebbe durare a lungo.

In attesa dell’ufficializzazione gli autorevoli esperti internazionali cercano di definire i possibili scenari per lo sviluppo delle relazioni tra gli Stati Uniti e i principali protagonisti della politica internazionale nei prossimi 4 anni.

Come cambierà lo stato dei rapporti con l’Europa e con l’Italia in particolare se vince Joe Biden? E cosa accadrebbe invece in caso di riconferma dell’attuale inquilino della Casa Bianca? Per parlarne Sputnik Italia ha raggiunto in esclusiva l’Ambasciatore Giampiero Massolo, Presidente dell'Osservatorio permanente sui Temi Internazionali dell'Eurispes, Presidente di Fincantieri e di ISPI. 

L’Ambasciatore Giampiero Massolo, Presidente dell'Osservatorio permanente sui Temi Internazionali dell'Eurispes, Presidente di Fincantieri e di ISPI.
© Foto : Fornita da Giampiero Massolo
L’Ambasciatore Giampiero Massolo, Presidente dell'Osservatorio permanente sui Temi Internazionali dell'Eurispes, Presidente di Fincantieri e di ISPI.

— Ambasciatore, perché gli ultimi elezioni americane sono state così importanti per il Vecchio Continente e per il tutto il mondo?

— L’elezione di un Presidente statunitense rimane ai giorni nostri un accadimento di rilevanza mondiale perché, ancora oggi, agli Stati Uniti è riconosciuta una leadership mondiale. Ciò detto, anche i Presidenti americani sono chiamati a fare i conti con la realtà e ad accettare che non tutto dipende dai propri voleri.

— Come, a Suo avviso, cambierà lo stato dei rapporti con l’Europa e con l’Italia in particolare con l'elezione di Joe Biden? 

— Quanto alla politica estera, la presidenza Biden sarà connotata da maggiore inclusività, maggior lavoro con i partner e ricorso agli strumenti multilaterali. Questo sotto il profilo del metodo. Nella sostanza, però, gli assunti di fondo nei rapporti, ad esempio con Cina e Russia, non muteranno. Essi riguardano equilibri che preesistevano all’amministrazione Trump e che nulla lascia presagire non le sopravvivono. 

Per quanto invece riguarda l’Europa e l’Italia in particolare, ci si attende una generalizzata maggiore attenzione al dialogo. Un dialogo che, tuttavia, di per sé non solleva i partner tradizionali e Roma dall’esigenza di prendere il proprio destino nelle mani, di fare la propria parte di compiti a casa.

— Quali sono le macro linee che Biden prevedibilmente seguirà nella sua politica estera? Prevede un rientro negli accordi di Parigi e la riattivazione del programma nucleare iraniano?

— Biden dialogherà di più con gli alleati, la sua Amministrazione sarà più incline a consultarsi, più consapevole della necessità di lavorare insieme, più propensa a ricorrere agli strumenti multilaterali. Mi aspetto un rientro negli Accordi di Parigi sul Clima, come anche un ritorno ai tavoli negoziali per gli accordi sul disarmo nucleare tanto per la loro prosecuzione quanto per la loro revisione, e un tentativo di rientrare negli accordi sul nucleare iraniano. Insomma una politica estera più “classica”. Ciò non significa, peraltro, che ci si possano attendere “sconti” sulla sostanza. Muteranno cioè i toni, ma non i cardini della politica estera USA, quelli tradizionali che hanno a che fare con le sensibilità dell’opinione pubblica e del Congresso, con le condizioni di ingaggio sulla scena mondiale. Di questi il Presidente non potrà non tenere conto. 

— E quale postura verso la Brexit? Il premier britannico Boris Johnson potrebbe perdere con Donald Trump il partner che lo esortava a liberarsi dell’Unione Europea e ad abbracciare un disinvolto rapporto commerciale con gli Usa... 

— Quanto alla Brexit, con Biden è probabile che assisteremo a un’attenuazione della postura di Washington. Trump nell’incoraggiarla si era posto alla testa del drappello di chi aveva reso forte Johnson della propria intransigenza negoziale. Per Biden, irlandese di origine, la Brexit è sempre stata un errore, insieme a quello di sganciare l’Irlanda dalla UE. Di certo per Londra la Brexit non è un buon affare; forse con Biden questo aspetto potrà emergere con maggiore chiarezza. 

— Possiamo davvero escludere una riconferma di Trump, visto che comunque a prescindere dal risultato finale, milioni di americani hanno votato per lui. A Suo giudizio esiste un trumpismo oltre Trump? Sembra che egli voglia ricandidarsi nel 2024....Cosa ne pensa? 

— A livello procedurale un’elezione non può darsi per acquisita finché il presidente in carica non accetta l'affermazione del suo antagonista e finché non si ha la pronuncia dei grandi elettori. Questo si applica anche al caso attuale. Sarà necessario attendere ancora un po’: molti sono i ricorsi e le difficoltà procedurali. Vi sono però ormai dichiarazioni convergenti anche di fonte repubblicana sulla sostanziale correttezza del risultato elettorale acquisito in favore del candidato dem. 

Sotto il profilo dei numeri e della non scontata messe di voti mietuta da Trump, il risultato fotografa un’America divisa. Chiunque giungerà (o resterà) alla Casa Bianca eredita un paese profondamente diviso e dovrà tener in debito conto il cospicuo numero di elettori che ha scelto chi proponeva il conflitto in luogo della coesione, della conciliazione.

Non vedo invece il fondamento dell’ipotesi di un’eventuale ricandidatura Trump nel 2024. Difficilmente, però, l’attuale inquilino della Casa Bianca si asterrà dal cercare di influire sulla scelta del prossimo candidato repubblicano e ancor più difficilmente il suo partito potrà esimersi di fare i conti con il trumpismo. L’entità della fascia sociale che nel 2016 sostenne Trump e lo condusse al successo e la rilevanza delle esigenze che essa esprime rimangono un dato ineliminabile e vivo nella società statunitense, chiaramente confermato dal recente esito elettorale. 

— E quanto, secondo Lei, inciderà la possibile sconfitta di Trump sui sovranisti europei in generale e sulla Lega e sui Fratelli d’Italia in particolare?

— Indubbiamente i movimenti sovranisti hanno avuto nell’amministrazione Trump un orecchio molto attento. Nondimeno, il sovranismo in Europa non dipende da Trump, ma da condizioni obiettive fortemente connesse alla gestione della globalizzazione, il fenomeno più dirompente degli ultimi decenni, come dalla capacità dei governi di rispondere alle attese dei propri cittadini. Tutto questo, con o senza Trump resta.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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