18:34 29 Novembre 2020
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Questa domenica, in una lettera inviata al premier Conte e al governatore della Sicilia, Nello Musumeci, il sindaco di Palermo aveva parlato di una “tragedia annunciata” che potrebbe abbattersi sull’isola.

Alla conferenza stampa con cui ha annunciato la nuova stretta su Palermo, Leoluca Orlando appare visibilmente preoccupato, parla di un prossimo tsunami, di una Sicilia “alla possibile vigilia di una tragedia, e invita la cittadinanza a stare a casa.

Ma la preoccupazione del primo cittadino di Palermo non riguarda solo l’entità dei contagi, ma anche la poca trasparenza con cui la regione informa le autorità territoriali sulla reale capacità degli ospedali e la generale opacità relativa alle informazioni sugli effettivi posti letto disponibili, strutture dedicate al Covid, terapie intensive, rianimazione.

“Questi dati non sono stati forniti, continuano a non essere forniti e che io torno a chiedere con tutta la forza possibile che vengano forniti ai prefetti, ai sindaci che devono adottare eventuali ordinanze”, afferma Orlando.

“È anomalo – prosegue - che un sindaco non possa accedere alla piattaforma Gecos, è anomalo che non possa sapere qual è la situazione del suo territorio dei posti ospedalieri e delle attrezzature disponibili e quando dovesse accedere, qualcuno mi può dire che quello che lì è scritto corrisponde alla realtà?”.

Sputnik Italia ha raggiunto Leoluca Orlando per intervista.

— Nella sua lettera parla di una strage annunciata, quali errori hanno portato a questa situazione? 

— Credo che vi sia stata una sottovalutazione a vari livelli istituzionali, ma soprattutto un errore nel messaggio trasmesso ai cittadini. Il primo durissimo periodo del lockdown ha lasciato in Italia come nel resto del Mondo una situazione pesantissima sotto il profilo economico. Si è pensato che la ricetta migliore fosse quella di un sostanziale, anche se non formale "liberi tutti": pur mantenendo prescrizioni e limitazioni formali da più parti sono venuti segnali di apertura che hanno incoraggiato o comunque non scoraggiato comportamenti pericolosi e irresponsabili. L'immagine delle discoteche estive piene di giovani privi di qualsiasi protezione sono la prova di tutto questo.

A questa incoscienza diffusa si è aggiunto un ritardo nell'attrezzare il sistema sanitario, che se durante la prima ondata era stato colto impreparato, per questa seconda ondata avrebbe potuto certamente essere più reattivo.

Non parlo ovviamente del lavoro dei medici e dei sanitari che era ed è rimasto durissimo ed encomiabile, ma delle scelte di programmazione che spettano alla politica e che certamente non hanno avuto i tempi che sarebbero stati necessari.

— Stato e regioni si rimpallano le responsabilità, chi avrebbe dovuto fare di più?

— Credo che il problema non sia legato a chi avrebbe dovuto e potuto fare di più.

Credo che il problema sia che tutti avrebbero e potuto fare di più insieme, collaborando e dialogando fra i diversi livelli istituzionali e fra i diversi territori. Lo hanno già sottolineato altri e non posso che far mia questa notazione: dopo la prima fase è venuto meno lo spirito di unità nazionale che aveva caratterizzato i giorni durissimi del lockdown: si è tornati ad una contrapposizione fra territori e fra istituzioni che ha rallentato le scelte e spesso ha determinato scelte e provvedimenti amministrativi confusi e contraddittori.

Oggi va recuperato il tempo perduto sul fronte del potenziamento del sistema ospedaliero, ma certamente va trasmesso ai cittadini un messaggio corretto. Un messaggio certamente di preoccupazione, ma anche di responsabilità. E' necessario che tutti facciano la propria parte, accantonando divisioni politiche e ideologiche o contrapposizioni fra territori.

— "La tutela della vita è la priorità", scrive. La politica sta rischiando di mancare questa priorità per evitare decisioni impopolari? 

— Quali che siano, oggi le decisioni rischiano di essere impopolari perché anche in questo delicato momento che come ho detto richiederebbe unità e collaborazione si assiste ad una polarizzazione mediatica e comunicativa che non aiuta gli interessi collettivi.

Non mi riferisco ai cosiddetti negazionisti quanto piuttosto a coloro che pur consci della gravità del momento si focalizzano sugli interessi di singoli gruppi sociali di singoli territori. Mai come ora nella storia d'Italia, ma credo nella storia dell'umanità, è stato evidente che la sfida che stiamo affrontando sia una sfida globale nella quale davvero si vince o si perde tutti. E quando dico "tutti" mi riferisco a tutti i cittadini, a tutti i popoli, a tutti gli Stati. La minaccia del virus, in un mondo globalizzato che non potrà a lungo rimanere sospeso nel mondo cyber e "mediato" dalla comunicazione digitale, una minaccia come questa resterà sempre globale e senza confini di alcun tipo, né geografici né sociali.

Da questo punto di vista credo che a livello nazionale vi siano state scelte giuste che a volte qualcuno ha tentato di comunicare come impopolari. Per esempio, in questo secondo periodo di limitazioni alle attività imprenditoriali, il Governo ha messo in campo un pacchetto di aiuti alle imprese di grandissima entità e molto velocemente. Tutti coloro che stanno subendo un danno, riceveranno un aiuto. Purtroppo una parte della politica, per fortuna molto marginale, ha provato in un primo momento ad alimentare le paure degli imprenditori e dei lavoratori, ma è stato chiaro fin da subito che l'entità degli aiuti avrebbe limitato i danni economici e sociali. Non è un caso che lì dove le proteste sono sfociate in violenza sia stata accertata la presenza di elementi dell'estrema destra neofascista e della criminalità organizzata, che hanno interesse ad alimentare disordine sociale, che sono state stigmatizzate anche dai rappresentanti delle categorie produttive.

— Nel primo lockdown a Palermo c'è stato un tentativo di assalto al supermercato. Una nuova stretta potrebbe mettere a rischio l'ordine sociale? 

— E' vero che nei primi giorni del lockdown c'è stato un caso, per altro uno solo, di tensione. E' altrettanto vero che proprio quegli autori dell'assalto, insieme ad altre 13.000 famiglie per complessive 45.000 persone sono state assistite dal Comune con un efficiente sistema di contributi economici ed aiuti dirette. Anche in questo caso, lo Stato e il Comune si sono attrezzati per garantire aiuti a tutti coloro che si trovano o si troveranno nuovamente in difficoltà. Credo che anche per questo, per un clima sociale meno pesante che altrove, i palermitani abbiano accettato alla fine in larghissima maggioranza le restrizioni del lockdown per cui Palermo è stata l'ultima città per contagi e per morti legati al Covid-19.

Oggi, interventi nazionali come il Reddito di emergenza ed interventi locali come i buoni spesa o l'assistenza domiciliare a chi è costretto a casa, contribuiscono ad evitare che il dramma sanitario diventi sempre più un dramma sociale. Ovviamente occorre che questi aiuti proseguano nel tempo fin quando sarà necessario, mettendo in campo ed utilizzando al meglio tutte le risorse disponibili, incluse quelle che l'Europa ha messo a disposizione dell'Italia e degli altri Stati membri. Oggi Palermo è nella classica situazione di essere sull'orlo del burrone, ma credo che alla fine prevarrà il senso di responsabilità e si eviterà che si ripetano qui la strage e i lutti che sono avvenuti altrove.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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