03:10 29 Novembre 2020
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Negli ultimi anni, con un aggravamento negli ultimi mesi, l’emergenza immigrazione non solo ha coinvolto i confini marittimi del Sud Italia, ma anche i confini terrestri orientali del Friuli Venezia Giulia.

È infatti sui numerosi valichi di questo confine che separa l’Italia dalla Slovenia che transitano sempre più numerosi migranti in arrivo sulla cosiddetta “rotta balcanica”: la rotta terrestre che dalla Turchia convoglia migranti di svariate nazionalità prevalentemente verso l’Italia.

La situazione, come lamentato dai sindacati di Polizia è sempre più critica.

Il segretario generale provinciale di Gorizia della FSP (Federazione Sindacale di Polizia) Polizia di Stato Fabrizio Marras contatto di proposito per un aggiornamento ha rilevato: “La situazione è invariata, gli arrivi si sono intensificati, ma i rinforzi promessi da parte del ministro degli Interni non si sono visti. La situazione è evidentemente complicata dall’emergenza sanitaria del Covid, non dimentichiamo che tutti i migranti in arrivo devono essere sottoposti a tampone e alle successive misure di quarantena, anche se poi, in effetti, una parte di loro fugge subito dopo l’arrivo nelle strutture d’accoglienza diventando, qualora positivi, possibili fonti di contagio verso la popolazione locale”.

La faccenda già di per sé grave per le sue ricadute sanitarie, assume significative connotazioni politiche se si considera che non esistono più frontiere interne allo spazio Schengen. Con l’entrata della Slovenia in Schengen nel 2007 la frontiera esterna dell’omonimo spazio si è ulteriormente spostata verso sud-est, di fatto posizionandosi sul confine sloveno-croato. È lecito quindi chiedersi il perché di una tale pressione migratoria sul confine del Friuli Venezia Giulia.

L’avvocato Gualtiero Mazzi di Verona (presidente del Corecom – Comitato regionale per le comunicazioni della regione Veneto) e l’eurodeputato Paolo Borchia (Lega) contattati da Sputnik Italia hanno tracciato il quadro normativo e politico entro il quale la questione potrebbe essere collocata:

— Avvocato, qual è il quadro normativo del trattato di Schengen entro il quale i vari Stati membri in relazione alla sicurezza delle frontiere comunitarie dovrebbero adeguarsi e in seguito comportarsi?

Gualtiero Mazzi
© Foto : Eliseo Bertolasi
Gualtiero Mazzi
— Ogni paese ha il dovere di verificare le persone che entrano nello stesso, sia chi entra regolarmente, quindi con i visti e i permessi previsti, con i documenti di viaggio passaporto o altri documenti d’identità, oppure dovrebbe provvedere alla identificazione dei cosiddetti clandestini, che si differiscono dagli irregolari. Questi ultimi, infatti, sono soggetti che sono entrati con un permesso, ma poi si sono trovati in una situazione con lo stesso permesso di permanenza nel paese scaduto. Il clandestino, invece, è colui che entra in un determinato paese senza alcun titolo. Pertanto ogni paese dovrebbe verificare chi entra nei propri confini, soprattutto i paesi dell’area Schengen perché sono vincolati non solo alle norme interne ma a tutta l’area di pertinenza; il dovere quindi non è solo nazionale ma comunitario legato a dei trattati. 

— Toccando la questione migratoria, da dati ministeriali si evince che molti dei migranti che arrivano sul suolo italiano fanno poi richiesta per il riconoscimento dello status di rifugiato. Dal punto di vista del diritto internazionale qual è lo Stato che dovrebbe farsi carico della domanda e della registrazione di un richiedente asilo?

— In base al trattato di Dublino, entrato in vigore nel 1997 e successivamente modificato nel 2003 e nel 2013, si prevede che il paese che abbia aderito allo stesso trattato debba farsi carico in via esclusiva dell’identificazione e dell’accoglimento, o del diniego della domanda del richiedente asilo, quindi di valutare se la data persona abbia o meno il titolo per rimanere in quel paese, di beneficiare di tal diritto e di poter poi circolare negli altri paesi dell’area Schengen, se il paese che accoglie ne sia membro. Questo a volte non avviene perché è verosimile il sospetto che ci siano paesi che permettono il transito di queste persone senza identificarle proprio per liberarsene al più presto e non gestirle sul proprio territorio. 

Inevitabile coinvolgimento di Slovenia e Croazia

Paolo Borchia
© Foto : Michel CHRISTEN
Paolo Borchia
L’eurodeputato Borchia dal suo punto di vista politico non ha esitato ad allargare il focus in direzione della Slovenia e della Croazia:

— Deputato, alla luce delle norme internazionali vigenti, com’è possibile che in Italia tramite la “rotta balcanica” arrivino così tanti migranti?

— In base a quanto disposto dal trattato di Dublino, se parliamo della cosiddetta “rotta balcanica” dovrebbero essere la Croazia oppure la Slovenia a farsi carico dell’identificazione di queste persone. Per ciò che concerne i punti d’entrata in Italia, in Friuli, si tratta di un confine molto complicato da gestire da un punto di vista operativo. Si tratta di una linea di confine di oltre 80 km, di un’area montana e carsica che richiederebbe delle caratteristiche di pattugliamento particolarmente complicate. Va anche segnalato che il ministero dell’Interno a livello di allocazione di risorse umani e di mezzi dovrebbe fare molto di più, proprio perché il numero degli ingressi testimonia una situazione deficitaria dal punto di vista del controllo del confine. È da auspicare un intervento diverso, più incisivo da parte del governo per risolvere questa problematica. Una problematica che poi ha ripercussione anche a livello sociale per quanto riguarda i piccoli centri della regione che si ritrovano un numero di richiedenti asilo a volte maggiore della popolazione stessa, nella misura in cui vengono poi alloggiati nelle caserme dismesse o in strutture analoghe. Senza dimenticare poi le problematiche che una gestione così deficitaria e approssimativa sta portando nei confronti delle Forze di Polizia.

— Questi flussi di migranti non dovrebbero essere precedentemente intercettati almeno sul confine sloveno-croato? O addirittura dalla Croazia che seppur non ancora in Schengen ha aderito al trattato di Dublino?

— In base al trattato di Dublino, certamente! Ci si deve rendere conto però che le Forze di Polizia locali, sia croate che slovene, hanno dei limiti a livello di risorse umane e a livello d’intercettare questi ingressi. Ciò non toglie che la Croazia e la Slovenia nonostante le loro difficoltà non stanno espletando il loro dovere. Stanno contravvenendo quanto pattuito dal trattato di Dublino, questo è un dato significativo che non deve essere sottovalutato. Ad esempio il premier croato Plenkovich, fervente europeista, è poi europeista a geometria variabile soltanto quando conviene e non quando ci sono da mettere in atto disposizioni contenute in un trattato che è stato negoziato a livello dei governi europei.

— A livello del Parlamento Europeo questa questione viene valutata?

— Partiamo dal presupposto che il trattato di Dublino nasce in una fase storica diversa, dove i numeri erano nettamente inferiori rispetto adesso e va a normare un quadro di previsione che è radicalmente mutato. Molti hanno proposto che si vada verso un superamento del trattato di Dublino che dovrebbe portare ad una ridefinizione automatica dei ricollocamenti. Personalmente penso sia un approccio, mi passi il termine, “suicida” perché in questo modo, visto che stiamo ragionando su termini numerici molto importanti e molto delicati, con un tal approccio si andrebbe a fornire a tutti gli effetti un incentivo affinché chi in partenza o dall’Africa sub-sahariana, o dal Medio Oriente, o da altri teatri particolarmente complicati arrivi in Europa senza il minimo dubbio di poter trovare collocazione, se non in Italia, in altri stati europei, magari ambiti per svariate ragioni, ad iniziare dal livello di protezione sociale del quale questi soggetti potranno beneficiare.

Meccanismo di Protezione Civile Europea

— Perché secondo Lei il governo italiano non fa nulla per bloccare questi flussi soprattutto in questo momento di emergenza Covid: controlli nelle città per osservare il rispetto delle drastiche misure dei DPCM e confini orientali scoperti come sostenuto dai sindacati di Polizia?

— Personalmente ricordo che quando la Lega era al governo l’Europa additava all’Italia, con l’allora ministro degli Interni Matteo Salvini, un approccio molto concreto sul tema dell’immigrazione. Fondamentalmente, perché l’Italia ora sta facendo poco? Come mai la Lamorgese è ferma? Io, da un certo punto di vista, penso che ci sia scarsa volontà di risolvere la situazione. Questa scarsa volontà non è semplicemente una mia opinione, ma è denotata dal fatto che a livello di risorse umane, di effettivi e di mezzi attuali a disposizione, oggettivamente, senza queste risorse diventa difficile pattugliare un confine con le caratteristiche che ho descritto. Inoltre un’aggravante, della quale mi dispiace nessuno ne parla: esiste un meccanismo che si chiama “Meccanismo di Protezione Civile Europea” che per queste situazioni potrebbe mettere a disposizione beni strumentali per aiutare il pattugliamento di queste zone, penso ad esempio ai droni, o ad altri mezzi che possano fornire un sostegno concreto alle Forze di Polizia locali.

Il commissario europeo alla Protezione Civile Janez Lenarchich è uno sloveno per cui conosce bene la situazione e conosce bene questo problema. Purtroppo analogamente a quanto successo nella fase iniziale del Covid col rimpatrio d’italiani bloccati all’estero, problematica che ho seguito in prima persona, la Protezione Civile Europea dispone di numerosi strumenti che potrebbero darci una mano nel gestire determinate situazioni, ma non vengono richiesti dal nostro governo. I regolamenti parlano chiaro: sono meccanismi che possono essere attivati, ma soltanto su iniziativa e richiesta degli Stati membri. È un peccato per la seconda volta! È un ambito dove noi mettiamo soldi per pagare degli strumenti dei quali poi non andiamo a beneficiare.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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