07:44 02 Dicembre 2020
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Da lunedì è in vigore in Italia il nuovo decreto governativo che vieta il funzionamento di bar e ristoranti dopo le 18:00, la chiusura di teatri, cinema, palestre, piscine, centri termali e casinò. Le misure rimarranno in vigore almeno fino al 24 novembre.

I danni all'economia italiana causati dalla pandemia di coronavirus potrebbero essere superiori alla quota italiana del Fondo UE per la ripresa, per questo saranno necessarie riforme oltre agli investimenti in progetti di sviluppo per guidare il Paese fuori dal declino, ha detto la vicepresidente di Confindustria per l'internazionalizzazione Barbara Beltrame in un intervista a Sputnik.

— Qual è stato l'impatto della pandemia di coronavirus sulle relazioni commerciali dell'Italia con i suoi principali partner commerciali? La situazione è migliorata ultimamente? In che modo la pandemia ha influenzato le relazioni commerciali dell'Italia con l'Eurasia?

La vicepresidente di Confindustria per l'internazionalizzazione Barbara Beltrame
© Foto : Barbara Beltrame
La vicepresidente di Confindustria per l'internazionalizzazione Barbara Beltrame
— La pandemia ha avuto un impatto molto forte sulla dinamica dell’export globale. Gli ultimi dati disponibili dell’Organizzazione Mondiale del Commercio prevedono un calo del 7% del volume del commercio mondiale di merci e servizi per il 2020, seguito da un possibile aumento del 7% nel 2021. Per un paese come l’Italia, il cui export vale un terzo sul PIL, gli effetti sono particolarmente negativi. Le nostre stime sono di un calo del 14,3% delle esportazioni italiane nel 2020 con una risalita di circa l’11% nel 2021. Il rimbalzo della produzione industriale registrato nel terzo trimestre ha dimostrato il dinamismo e la capacità di reazione delle imprese italiane, tuttavia la nuova ondata di contagi preoccupa molto ed è necessario agire con decisione per evitare ulteriori chiusure aziendali tutelando la salute dei lavoratori. I Paesi dell’Unione Euroasiatica rappresentano una grande opportunità di business, dove nella fase pre-Covid, il nostro Made in Italy, dai macchinari al sistema moda, ha toccato ampi spazi di crescita, mentre i dati dei primi sei mesi del 2020 evidenziano invece un netto calo del nostro interscambio verso tutti i cinque paesi dell’Unione. L’impossibilità di spostarsi liberamente ha interrotto la catena di comunicazione tra gli operatori economici, innescando l’impossibilità di presidiare adeguatamente i mercati esteri di interesse con un impatto eterogeneo a tutti i settori produttivi.

— Quando, secondo Lei, le relazioni commerciali dell'Italia con l'Unione economica eurasiatica (UEE) potranno tornare ai livelli pre-Covid?

— Fare una stima rispetto a quando si tornerà ai livelli pre-Covid è, in questa fase, molto difficile. Dipenderà dal livello di diffusione della pandemia nei prossimi mesi. Per invertire questi trend è necessario promuovere il più possibile la cooperazione tra governi, organismi sovranazionali, enti finanziari e organizzazioni di rappresentanza delle imprese nazionali ed europee. Una tale collaborazione dovrà mirare a individuare le azioni atte ad incentivare la dotazione dei tessuti produttivi di quegli strumenti, finanziari e normativi, funzionali alla ricostruzione di un rapporto commerciale internazionale in cui operare in sicurezza.

— Il 24 ottobre il governo italiano ha emesso un nuovo DPCM con misure anti-Covid. Le misure includono chiusure di bar e ristoranti alla sera e di palestre e piscine. Quanto costeranno queste misure agli imprenditori italiani? Riusciranno a sopravvivere il secondo lockdown, se ci sarà il secondo?

— Purtroppo la sensazione è che ci si sia fatti trovare impreparati, nonostante questa volta sapessimo che ci sarebbe stata una seconda ondata. Queste nuove misure fanno temere un peggioramento della caduta del Pil per quest’anno, che solo poche settimane fa il nostro Centro Studi aveva stimato in un -10%. Prevediamo infatti un'ulteriore discesa tra l'uno e il 2 percento, quindi -11/-12% del Pil, con un danno per l'economia di 216 miliardi, superiore ai fondi del Recovery Fund. Quello che chiediamo è di essere coinvolti nelle scelte che vengono prese, per contribuire e dare aiuto al governo in una fase difficile per il paese.

— Gli imprenditori italiani si sono adattati agevolmente al cosiddetto “smart working”? Quanti di loro (in percentuale), secondo Lei, non torneranno mai al lavoro in presenza?

— Nell’emergenza molte aziende hanno risposto prontamente e si sono adeguate, anche per garantire le misure di distanziamento anti-Covid. Certo, con il lavoro in presenza alcuni processi sono più semplici e quindi occorrerà trovare il giusto bilanciamento perchè non credo si tornerà ai livelli pre-Covid. Tuttavia occorre avere una visione anche in questo processo e valutare l'impatto dello smart working sul complesso della attività produttive, quindi anche sui servizi. Nelle città il rischio “desertificazione” oggi è concreto. Per evitarlo, serve trovare il giusto equilibrio tra la riduzione del personale in presenza - che può potare vantaggi ad esempio in termini di minore congestione di traffico e sui trasporti - e l’impatto negativo che la minore presenza in ufficio genera sull’indotto dei servizi.

— L'Italia avrà l'opportunità di ottenere dei fondi dal Recovery Fund dell'UE. Imprenditori di quali settori in Italia, secondo Lei, dovrebbero accedere a questi fondi prima di tutto?

— Il Recovery Fund rappresenta una grande opportunità per il nostro paese per fare degli investimenti in ambiti strategici per la crescita economica. Bisogna però concentrarsi su poche decisive priorità perché gli interventi a pioggia alla fine non producono risultati. Occorre quindi rendere più efficiente la pubblica amministrazione, aumentando e velocizzando la qualità dei servizi pubblici e rivedendo le modalità con cui le decisioni pubbliche vengono tradotte in norme. Serve inoltre imprimere una forte accelerazione agli investimenti pubblici, determinanti per la costruzione di capitale fisico, umano e di conoscenza, puntando su infrastrutture tradizionali, ricerca, digitalizzazione, innovazione, formazione e sostenibilità ambientale. Ma soprattutto è importante avviare una politica di investimenti a sostegno del Piano Industria 4.0. La trasformazione in chiave 4.0 delle imprese deve essere inoltre stimolata da investimenti pubblici per realizzare reti e infrastrutture intelligenti e da agevolazioni e incentivi a favore di programmi di Ricerca & Sviluppo & Innovazione nazionali e internazionali. I processi di digitalizzazione e innovazione tecnologica del sistema produttivo, in linea con la politica verde, rappresentano i più importanti driver di crescita delle imprese per i prossimi decenni".

— Di quanti soldi in investimenti e sostegno governativo ha bisogno l'economia italiana per riprendersi completamente dalla pandemia di coronavirus? Il Recovery Fund dell'UE sarà un vero aiuto?

— L’Italia deve scegliere se investire le risorse provenienti dagli strumenti europei in grandi progetti di sviluppo del Paese, potenziandone gli effetti attraverso la realizzazione di riforme troppo a lungo rinviate. Diversamente, l’Italia sarà condannata a rimanere un Paese in declino, gravato da un enorme debito pubblico che non riuscirà a ripagare.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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