03:36 03 Dicembre 2020
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La terrorista italiana Alice Brignoli arrestata in Siria è stata recentemente rimpatriata in Italia. Ora la donna si trova in carcere, mentre i quattro figli sono stati affidati ad una comunità. Non solo vittime, ma anche terroriste. Qual è il ruolo delle donne in Daesh?

I numerosi attentati terroristici in Europa per mano di giovani radicalizzati dimostrano come il terrorismo sia un nemico invisibile pronto a colpire in ogni momento. Il processo di radicalizzazione non riguarda solo gli uomini, ma anche le donne e i bambini. Ad un anno dalla morte di al-Baghdadi un professore francese è stato decapitato per avere mostrato delle vignette su Maometto in classe. Oscurato dall’emergenza del Coronavirus, il terrorismo jihadista non è scomparso.

Fra le fila dei foreign fighters non mancano le donne. Spesso manipolate attraverso il lavaggio del cervello, altre volte invece le donne sposano volontariamente la causa di Daesh. Recentemente è stata rimpatriata Alice Brignoli, partita con il marito e i figli per la Siria nel 2015. La terrorista si trova in galera, mentre dei figli, oltre al fatto di essere stati affidati ad una comunità, si sa ben poco. Che educazione seguiranno? Non vi è il rischio che crescano secondo le regole del Califfato?

Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Marta Serafini, giornalista esperta di terrorismo, autore del saggio “L’ombra del nemico. Una storia del terrorismo islamista” (Solferino), frutto di 5 anni di ricerche e storie raccolte sul campo, un libro che racconta storie come quella di Alice Brignoli e di un’altra terrorista italiana, Maria Giulia.

© Sputnik . Tatiana Santi
Marta Serafini - giornalista esperta di terrorismo

— Marta Serafini, qual è il ruolo delle donne in Daesh? Non sono solo delle vittime, non è vero?

— In questi anni ho studiato il ruolo femminile nei gruppi jihadisti e in particolare nell’ISIS e nei gruppi operativi in Medioriente. Ho seguito la storia di Maria Giulia, una donna italiana che si è unita all’ISIS, l’ho intervistata dopo che era partita per la Siria. È stata condanna a 9 anni di carcere e di cui abbiamo perso oggi le tracce. Si era convertita all’islam, poi ha iniziato un percorso di radicalizzazione e in seguito ha deciso che voleva andare in Siria. Per fare questo aveva bisogno di un compagno, perché partendo da sola avrebbe rischiato di diventare una schiava. Si è sposata a quel punto con un uomo albanese prima di partire.

Spesso si dice che le donne le quali si uniscono all’ISIS hanno subito il lavaggio del cervello e forti pressioni. In molti casi questo è vero, molte donne partono perché costrette dai loro uomini. Ci sono altri casi di donne e di ragazze però che decidono di aderire volontariamente all’ISIS.

— Il caso di Maria Giulia non è isolato. Alice Brignoli è recentemente tornata in Italia dalla Siria. Perché molte ragazze si uniscono alle organizzazioni terroristiche? Che cosa le spinge a fare questo passo?

— La ricerca di un’identità, soprattutto per quanto riguarda le più giovani nel periodo dell’adolescenza. Parliamo di ragazze che hanno origini mediorientali, c’è anche la volontà in questi casi di ritrovare le proprie radici. La propaganda dell’ISIS ha intercettato questa necessità e l’ha manipolata. Per le donne magari ha giocato l’idea di poter avere un ruolo. Alcune ragazze pensavano di diventare delle principesse guerriere, delle combattenti, perché la propaganda di Daesh inganna e ammicca alla donna velata con il kalashnikov. In realtà non è così: le donne vengono relegate al ruolo di madri e mogli.

È vero anche che ci sono stati dei piccoli cambiamenti rispetto ad altri gruppi terroristici, perché alcune donne hanno ottenuto un ruolo importante. Il traffico delle donne yazide viene gestito da una donna, esiste una brigata femminile che si chiama al-Khansaa. Sono ruoli marginali, ma rispetto a prima c’è stato un cambiamento in questo senso.

— Fra i foreign fighters che tornano in Europa ci sono anche delle donne. Recentemente è tornata Alice Brignoli, madre di 4 figli. Ora si trova in galera, ma qual è il destino dei suoi figli? Chi controllerà la loro educazione?

— Questa è una bellissima domanda, perché questi bambini sono stati affidati ad una comunità, però non è dato sapere che tipo di programma seguiranno. Si tratta di minori, di cui due parlano solo arabo, uno è nato in Siria. Sono bambini che hanno vissuto dei traumi importanti, non sappiamo se avranno un supporto particolare psicologico, il giudice dei minori non ha ancora deciso se potranno vedere la madre o meno.

— Secondo te ci possono essere dei rischi che crescano secondo le regole del Daesh?

— Certo! Sono nati e cresciuti in quella dimensione. Bisogna stare attenti che quei bambini un domani non tornino su quei passi e che superino i traumi che hanno subito. Hanno vissuto per due anni in un campo rifugiati, dove sappiamo bene quale sia la situazione. Sono stati cresciuti con l’indottrinamento.

— Gli autori degli attentati terroristici in Europa sono dei giovani radicalizzati che sono nati e hanno vissuto in Paesi europei e che sono pronti a colpire in qualsiasi momento. Qual è il ruolo dello Stato e della società in termini di prevenzione? Che cosa bisognerebbe fare?

— In questi anni si è parlato della necessità di affiancare alla lotta contro il terrorismo le misure di prevenzione che coinvolgano la società civile. È importante l’intervento nelle scuole, entrare in contatto con figure considerate minori come l’allenatore sportivo. Tutte le persone possono contribuire ad accorgersi quando un giovane intraprende un percorso di radicalizzazione e a fermarlo.

Le famiglie sono il luogo dove inizia il processo di radicalizzazione. Tante madri si sono trovate con i figli che cambiavano e non sapevano neanche a chi rivolgersi, perché non volevano denunciare alla polizia la situazione. Stessa cosa vale per gli insegnanti.

Il rischio di questo tipo di programma, attuato in Gran Bretagna per esempio, è che venga trasformato in una sorta di strumento per spiare le comunità musulmane. Hanno un po’fallito nel loro intento, in realtà dovrebbero essere qualcosa di trasversale nella società civile, dovrebbero riguardare tutti quanti. Nel caso del Canada per esempio non sono solo musulmani i ragazzi che si radicalizzano.

— Sono tanti i libri sul terrorismo. Qual è la particolarità del tuo lavoro “L’ombra del nemico. Una storia del terrorismo islamista”?

— Ho cercato di svolgere un lavoro su due binari: un lavoro di ricerca e studio con delle interviste fatte in Italia da una parte, ma ho anche voluto andare ad approfondire sul campo in Medioriente dall’altra. Ho voluto vedere tutti i luoghi dove l’ISIS è nato e si è diffuso. Ho intrecciato questi due filoni di ricerche.

Il discorso sulle conseguenze che il terrorismo ha in Europa rispetto a quello che accade in Medioriente è molto miope. Quello che succede in Europa è il risultato di ciò che avviene in Medioriente e viceversa. Per tanto tempo non ho visto questo approccio nell’affrontare il problema del terrorismo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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