10:24 29 Ottobre 2020
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Claudio Pica, vicepresidente nazionale della Fiepet-Confesercenti, intervistato da Sputnik Italia, lancia l'allarme sul rischio di nuove chiusure dopo la stretta sugli orari per bar e ristoranti: "Solo a Roma rischiamo di perdere 150 milioni di euro di incassi".

Con il Dpcm dello scorso 13 ottobre ristoranti e bar della Capitale rischiano di mandare in fumo oltre 150 milioni di euro di incassi da qui a Natale. È la fosca previsione della Federazione Italiana Esercenti Pubblici e Turistici/Confesercenti di Roma. “Numeri che potrebbero aggravarsi se il governo, nelle prossime ore, dovesse decidere per un’ulteriore stretta nei confronti delle attività di ristorazione”, spiega a Sputnik Italia, Claudio Pica, vicepresidente nazionale della Fiepet-Confesercenti e presidente della sezione romana e del Lazio della stessa organizzazione di categoria, che oggi ha pubblicato un appello accorato al governo di Giuseppe Conte su due importanti quotidiani italiani.

— Cosa chiedete all’esecutivo?

— Di aiutare il settore della ristorazione a rimanere in piedi. Bar e ristoranti ce la stanno mettendo tutta per garantire la sicurezza di lavoratori e cittadini. Purtroppo, invece, il Dpcm dello scorso 13 ottobre penalizza ulteriormente la nostra categoria e svuoterà ancora di più le città d’arte. È naturale che con questo terrorismo mediatico la gente non partirà più.

Secondo le nostre proiezioni soltanto a Roma potremmo arrivare a perdere fino a 28 milioni di euro di mancati incassi a settimana. Parliamo di 150 milioni da qui a Natale.

Cifre che potrebbero aggravarsi con un ulteriore stretta, anche perché tutti rispettano le regole e sono veramente pochissime le pecore nere.

— Quindi si rischiano nuove chiusure?

— Avevo parlato tempo fa di autunno caldo, ora credo che invece ci aspetterà un autunno gelido, contrassegnato dalla morte di tantissime aziende che riconsegneranno la licenza.

Su 330mila attività già in 20mila hanno chiuso i battenti per colpa del lockdown. Secondo le nostre previsioni ora fino a 50mila esercizi in tutta Italia potrebbero decidere di abbassare la serranda. Solo a Roma ci sono 5mila imprese a rischio che potrebbero non farcela a sostenere costi di gestione, affitto e tasse.

— Quali sono le attività più svantaggiate?

— Con riferimento all’ultimo Dpcm, quello del 13 ottobre, sicuramente i pub, i cocktail bar e tutta la ristorazione moderna, come i bistrot. Chi soffre meno è la ristorazione classica, parliamo di 4mila attività su Roma, che con la chiusura a mezzanotte riescono comunque a lavorare.

— Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ieri ha parlato della necessità di aumentare ulteriormente lo smart working portandolo al 70 per cento, cosa ne pensate?

— A Roma lo smart working ha fatto calare del 40-50 per cento il fatturato di bar, ristoranti e pizzerie, con picchi dell’80 per cento nei quartieri che ospitano prevalentemente uffici, come l’Eur ad esempio, oltre a creare problemi a tutta un’altra serie di professioni e categorie che lavoravano con gli uffici.

Finora per colpa dello smart working si sono persi 600 milioni di euro, quindi è una pratica che incide negativamente in modo significativo sul nostro settore. Su scala nazionale, dall’inizio della pandemia, si parla di mancati incassi per 1,5 miliardi di euro.

— Come bisognerebbe intervenire in questa fase per supportare baristi e ristoratori?

 Il governo dovrebbe mettere in campo aiuti selettivi perché la pandemia colpisce a macchia di leopardo. Vanno supportate, ad esempio, soprattutto le attività dei centri storici, che si sono svuotati di turisti e lavoratori. Il bazooka promesso dal premier Conte deve essere usato per erogare finanziamenti in base al fatturato e i prestiti devono essere concessi per periodi più lunghi. Amiamo il nostro Paese e per questo diciamo di no agli aiuti a pioggia: non servono e sarebbero un ulteriore aggravio per le casse dello Stato. Però chiediamo di studiare bene le politiche del lavoro, con il prolungamento della cassa integrazione, di rivedere le tasse comunali, come l’immondizia, perché non si fa più smaltimento come una volta, e di istituire una cabina di regia fra le varie istituzioni per prendere decisioni come quelle delle ultime settimane.

E poi vogliamo norme certe e rispetto delle regole. Sarebbe una beffa se alcune attività, come ad esempio i minimarket, continuassero a vendere alcol oltre l’orario consentito, con il rischio che si vadano a creare in strada gli stessi assembramenti che si vogliono evitare proprio con le chiusure anticipate dei locali.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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