20:37 24 Ottobre 2020
Interviste
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Il conflitto nel Nagorno Karabakh, inaspritosi a fine settembre, ha già causato la morte di alcune centinaia di persone, secondo le stime. Ad oggi non è stata raggiunta una pace duratura nonostante gli accordi conseguiti con l’ausilio della Russia. Sputnik ha intervistato sia il leader armeno sia quello azero.

Il direttore generale di MIA ROSSIYA SEGODNYA Dmitry Kiselev ha realizzato un'intervista parallela ai leader azerbaigiano ed armeno. Ad entrambi sono state rivolte le stesse domande e concesso lo stesso tempo per le risposte.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan si è espresso in merito alla sua visione della situazione attuale, ai dati relativi alle vittime e alla presenza nella regione di mercenari stranieri. Il premier si è altresì espresso in merito al motivo per cui il conflitto si sarebbe inasprito e ai compromessi a cui la parte armena è disposta a scendere.

Signor primo ministro, buongiorno! La ringrazio sentitamente per aver acconsentito a questa intervista in un momento così complesso per l’Armenia e per il mondo intero. Qual è la Sua posizione in merito alle operazioni militari in corso dal 27 settembre? Quali perdite hanno sostenuto le parti? Vi sono prigionieri?

La situazione è molto complessa. Entrambe le parti hanno subito importanti perdite. L’esercito del Nagorno Karabakh sta organizzando la propria difesa e a mio avviso la situazione è davvero molto complessa.

Dunque, al momento non è ancora possibile stimare le perdite delle due parti né il numero di prigionieri?

Molti esperti sostengono che sia una guerra senza precedenti per la sua portata nel XXI secolo. Infatti, sono coinvolte tutte le tipologie di armamenti: carri armati, droni, aeromobili, elicotteri, mezzi corazzati, artiglieria, artiglieria missilistica, ecc. Per non parlare poi del gran numero di soldati e truppe. In sostanza, sono in corso combattimenti feroci su larga scala, al momento l’esercito del Nagorno Karabakh non indietreggia.

E di fatto possiamo affermare che sono sfumati per ora i piani di Turchia e Azerbaigian di assumere il controllo del Nagorno Karabakh in una sorta di guerra lampo.

Signor primo ministro, spesso sentiamo parlare di mercenari e terroristi stranieri che combattono a fianco dell’Azerbaigian. Lei per caso ha evidenza di questo fatto? Attualmente a fianco degli armeni combattono soldati stranieri?

Di questo hanno già parlato tutti. È un tema molto importante anche perché consente di capire chi e per quali motivi ha avviato queste operazioni militari. Chiaramente vi sono chiare evidenze del fatto che terroristi siriani abbiano preso parte ai combattimenti contro il Nagorno Karabakh.

Queste testimonianze video sono state pubblicate sui social network e sui media. E oggi appare evidente anche che è la Turchia ad essere il maggiore sponsor di questa guerra. La Turchia ha assunto e dispiegato questi terroristi nelle zone interessate dal conflitto. E previa decisione turca è stata avviata la guerra contro il Nagorno Karabakh. È importante capire perché! Perché era chiaro che l’esercito azero da solo non sarebbe stato in grado di combattere contro l’esercito del Nagorno Karabakh.

Pertanto, la Turchia ha deciso di coinvolgere terroristi e truppe turche i quali sono incaricati non solo della gestione delle operazioni militari, ma sono anche coinvolti nei reparti speciali dell’esercito turco. Stando ad alcune fonti, nel conflitto sarebbero coinvolti anche reparti speciali dell’esercito pakistano. Penso che, perlomeno la partecipazione dei combattenti turchi sia già stata comprovata in quanto già molte testate internazionali ne hanno parlato.

Un dato assai interessante è giunto negli scorsi giorni dal Caucaso settentrionale (Russia) quando in Cecenia e nel Daghestan sono stati catturati dei combattenti. Si diceva che questi fossero giunti in Russia dall’estero, dalla Siria. E a mio avviso qui è possibile stabilire un collegamento diretto: i combattenti siriani erano stati indirizzati dalla Turchia nell’area di conflitto in Nagorno Karabakh per avviare le operazioni militari contro il Nagorno Karabakh e ora compaiono nel Caucaso settentrionale. È un elemento degno di nota a dimostrazione del fatto che la situazione attuale non riguarda più solo il conflitto in Nagorno Karabakh, ma esorbita dai confini locali.

Si tratta di un conflitto regionale che coinvolge gli interessi concreti di diversi Paesi nella regione. E ritengo che la Russia debba per prima prestare estrema attenzione a questo fatto.

Per quanto riguarda la parte armena, chiaramente non vi sono stranieri che combattono a fianco del Nagorno Karabakh. Vi potrebbero essere degli armeni richiamati dalla diaspora per supportare i connazionali. Ma chiaramente non possono essere considerati mercenari.

© Sputnik
Il premier armeno Pashinyan risponde alle domande in videoconferenza

Negli accordi di Mosca del 10 ottobre sono menzionati i principi fondamentali di risoluzione del conflitto. Può parlarci cortesemente di questi principi e della Sua visione in merito?

Questi principi sono universalmente noti: si tratta del diritto di autodeterminazione dei popoli, della non violenza e della tutela dell’integrità territoriale. Il problema è come questi principi vengono interpretati dalle parti. Infatti, durante il processo negoziale è emerso che le parti ne fanno un’interpretazione diversa. E oggi vediamo che uno di questi importanti principi è già stato violato: nello specifico, la non violenza per la risoluzione del conflitto in Nagorno Karabakh.

Signor primo ministro, a quali compromessi è disposto a scendere? Vi è un limite oltre il quale non è disposto a scendere in nessun caso?

Sì, chiaramente c’è un limite di questo genere e lo identifico con il diritto del popolo del Nagorno Karabakh all’autodeterminazione. L’Armenia è stata sempre pronta a trovare un compromesso. Esempio lampante di questa predisposizione è l’Iniziativa di Kazan nell’ambito della quale l’Armenia era pronta a trovare un compromesso concreto. L’Azerbaigian però si rifiutò di sottoscrivere quegli accordi perché non voleva e non vuole accettare il diritto di autodeterminazione degli armeni del Nagorno Karabakh. E questo diritto è chiaramente per noi il limite ultimo oltre il quale non siamo più disposti a fare rinunce.

Mi perdoni, giusto per chiarire, a quale compromesso nel concreto fa riferimento?

Ho detto che l’Armenia si è sempre detta pronta a trovare dei compromessi. Lei poi ha chiesto quale fosse il limite oltre il quale non siamo disposti ad andare. E ho indicato come limite il diritto all’autodeterminazione del popolo del Nagorno Karabakh.

Sì, abbiamo parlato di questo limite, ma non di un compromesso nel concreto. Non voleva forse portare degli esempi di questo compromesso o forse ho capito male?

Sa, nelle dichiarazioni di Mosca sono stati incluse azioni concrete finalizzate a ripristinare nel concreto il processo negoziale. Noi siamo pronti ad attuare queste azioni concrete per risolvere la questione del Nagorno Karabakh. Siamo anche pronti a scendere a compromessi in maniera proporzionale per trovare un punto di incontro con l’Azerbaigian.

Grazie della precisazione, signor primo ministro. Abbiamo constatato effettivamente che questa guerra si distingue per l'estrema violenza e questa violenza è già entrata nella sotria, cosi come i leader sono entrati nella storia come attori di una guerra durissima. Lei come vuole essere ricordato nella storia?

© Sputnik
Un momento dell'intervista

Non è una questione di ambizione personale. Vorrei che alla fine di questo conflitto la questione del Nagorno Karabakh venisse risolta in maniera definitiva. Sulla base del compromesso. Perché si trovi una soluzione accettabile da tutte le parti: Armenia, Nagorno Karabakh e Azerbaigian. E che sia la soluzione definitiva.

Signor primo ministro, le ho posto tutte le domande che avevo prefisso. Vuole dire ancora qualcosa di suo?

Certo. Nella mia risposta alla Sua prima domanda ho sottolineato l’importanza di rivolgere l’attenzione agli obiettivi che la Turchia si è prefissa di raggiungere in questo processo. Sono convinto che la Turchia dopo i ben noti eventi di inizio XX secolo desideri tornare nel Caucaso meridionale per riprendere il genocidio degli armeni in questa regione. È molto importante capire che per la Turchia si tratta di un obiettivo pragmatico. Non emozionale, ma pragmatico.

Infatti, gli armeni del Caucaso meridionale sono l’ultimo ostacolo per l’espansione turca verso nord, est e sud-est. Sono convinto che questo altro non sia che la continuazione della politica imperialista della Turchia. E tutto ciò che sta accadendo oggi nel Caucaso meridionale va interpretato alla luce della politica che la Turchia sta conducendo nel Mediterraneo, in Libia, in Siria, in Iraq, con la Grecia e Cipro.

Ciò che sta succedendo esula dal mero conflitto del Nagorno Karabakh. La Turchia intende prendere il controllo dell’intero Caucaso meridionale e renderlo un proprio avamposto per espandersi ulteriormente verso nord, est e sud-est. A mio avviso, alla luce di questa situazione è in pericolo la sicurezza nazionale di molti Paesi e, in primo luogo, della Federazione Russa.

Non a caso ho fatto menzione delle informazioni provenienti dalla Cecenia e dal Daghestan. Da dove sono comparsi in queste regioni russe dei combattenti siriani? Per me è evidente che siano giunti dalle zone interessate dal conflitto del Nagorno Karabakh. La questione è capire se si tratti di un’azione causale o pianificata per destabilizzare il Caucaso settentrionale, per distogliere l’attenzione della Russia dagli eventi che si stanno verificando nel Caucaso meridionale, dove imperversa il conflitto del Nagorno Karabakh. Si tratta di un aspetto fondamentale che la Russia deve considerare.

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I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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