03:39 03 Dicembre 2020
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Secondo Marco Di Liddo, Senior Analyst e responsabile del Desk Africa per il Centro Studi Internazionali (CeSi), un ruolo chiave nella trattativa per la liberazione di Padre Pier Luigi Maccalli e Nicola Chiacchio potrebbe essere stato ricoperto dall'imam salafita Mahmoud Dicko, fautore dell'apertura agli islamisti “moderati”.  

La liberazione di circa duecento jihadisti da parte del governo maliano e il mistero sul pagamento di un riscatto: sono molti i punti oscuri sulla liberazione di Padre Pier Luigi Maccalli e Nicola Chiacchio, tenuti in ostaggio assieme alla cooperante francese Sophie Pétronin, e al politico maliano, Soumaïla Cissé, da tre diversi gruppi jihadisti legati alla galassia di al-Qaeda. Secondo Marco Di Liddo, Senior Analyst e responsabile del Desk Africa per il Centro Studi Internazionali (CeSi), intervistato da Sputnik Italia, un ruolo chiave nella trattativa potrebbe essere stato ricoperto dal controverso imam salafita Mahmoud Dicko, fautore del dialogo con i gruppi islamisti considerati più “moderati”.  

— Pensa che le decine di miliziani usciti dalle carceri maliane nei giorni scorsi possano essere la contropartita per la liberazione dei nostri connazionali?

— Sicuramente questa circostanza fa pensare che ci possa essere stato uno scambio e tende a diminuire le possibilità che possa esserci stato il pagamento di un riscatto. È anche vero però che la mappatura jihadista del Sahel è molto fluida e lascia ampio spazio all’autonomia dei gruppi più piccoli e delle singole cellule. Per questo non si può escludere che ci sia stata qualche trattativa parallela, ma questo è un caso molto diverso da quello, ad esempio, di Silvia Romano, visto che il governo di Mogadiscio non tratta con i gruppi terroristici come al-Shabaab. Qui invece c’è stato un ruolo forte del governo maliano per ragioni di politica interna, assieme ovviamente al ruolo dei servizi segreti esterni italiani e francesi.

— Cosa intende?

— A condurre la trattativa potrebbe essere stato il capo dell’opposizione islamista maliana, l’Imam Mahmoud Dicko, l’ex capo dell’Alto consiglio islamico nazionale del Mali. Una figura politica tanto influente quanto controversa, tra i sostenitori del dialogo con i jihaidsti più moderati, sul modello afghano. Ad esempio, sostiene che il jihadismo sia l’espressione di un malessere sociale e una “punizione divina” per il dilagare dell’omosessualità nel Paese. È possibile che abbia fatto da trait d’union non istituzionale con i miliziani che operano nel nord del Paese.

— Per molti di questi gruppi, però, quello dei rapimenti rappresenta un vero e proprio business. Si può davvero escludere che sia stato pagato un riscatto in denaro?

— Questa tendenza era più forte qualche anno fa. Ora, con la guerra civile e la territorializzazione del jihadismo, le dinamiche sono cambiate, i rapimenti non sono l’unica fonte di guadagno perché i gruppi si finanziano con il controllo del territorio che include la tassazione sui traffici illeciti, compreso quello di esseri umani, le rapine e altri traffici illeciti. Le realtà del Sahel sono molto attive per le operazioni di guerriglia, ma meno abili a gestire le trattative con gli Stati. L’ipotesi dello scambio di prigionieri è la più probabile perché tutti ci guadagnano: i jihadisti la liberazione dei loro commilitoni, i governi occidentali quella dei propri concittadini, l’imam il prestigio politico e la giunta maliana credibilità agli occhi dei partner occidentali, di cui si mostra capace di tutelare gli interessi. E questo assume particolare rilevanza in un momento come questo, in cui la comunità internazionale sta chiedendo ai militari al potere di velocizzare la transizione verso un governo civile.

— Quali saranno le conseguenze di questa operazione sul piano dei rapporti di forza tra il governo maliano e il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (GSIM)?  

— Tutto dipenderà dal ruolo che assumerà l’imam Dicko e l’opposizione islamista in Mali. Lui è per isolare i più cruenti e includere nel dibattito politico le realtà che sono salite sul carro dei jihadisti più per protesta contro il governo che per ragioni ideologiche. La giunta militare, invece, vuole lasciarli fuori. Sullo sfondo, ci sono ovviamente le fratture etniche tra chi vive al sud e i Tuareg e i Fulani che popolano il nord del Paese. Non è un caso che tra gli ostaggi liberati ci sia il capo dell’opposizione laica del Paese. Con il ritorno di Cissé il governo punta a spaccare l’opposizione e ad indebolire Dicko.

— Dove finiranno i jihadisti liberati?

— Dipende da molte variabili: quanto sono radicalizzati, come sono stati trattati in carcere. Il Mali è già il principale hub del terrorismo regionale, se Dicko continua ad accrescere il suo peso potrebbe verificarsi l’apertura di una trattativa tra alcuni movimenti islamisti e il governo. Il rischio è che con la crisi portata dal Covid, che ha creato migliaia di nuovi poveri, il bacino di reclutamento di questi gruppi possa ampliarsi.

— Ma se fosse davvero andata così, non sarebbe un precedente pericoloso?

— Non è detto che lo scambio di prigionieri debba rappresentare un trend. Non sempre ci sono le condizioni, questa volta i gruppi erano composti da Tuareg e Fulani e c’è stato un margine di trattativa con il governo del Mali. Ma non sempre è così. Certo, se passasse il concetto che se si rapiscono gli occidentali vengono liberati i miliziani in prigione, il rischio sarebbe quello di un boom di nuovi sequestri ai danni dei cittadini europei e occidentali.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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