10:36 29 Ottobre 2020
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Il 7 ottobre del 1985 avvenne il famoso dirottamento della nave da crociera Achille Lauro, una vicenda che portò alla crisi di Sigonella e allo scontro diplomatico fra gli Stati Uniti e il governo italiano. Craxi disse “no” agli alleati americani che chiedevano la consegna dei terroristi, difendendo così la sovranità dell’Italia.

35 anni fa al largo delle coste di Alessandria d’Egitto e alla base di Sigonella in seguito avvenne una vicenda che rischiò di far scoppiare una guerra fra l’Italia e gli Stati Uniti. Tutto cominciò con il dirottamento della nave Achille Lauro, dove si infiltrarono dei terroristi del Fronte di Liberazione della Palestina che presero in ostaggio i passeggeri, di cui uno venne ucciso e buttato in mare.

Il 9 ottobre, in seguito alle trattative, avvenne la resa e i terroristi sotto la protezione di Abbas, capo del Fronte per la Liberazione della Palestina, stavano per essere portati in Tunisia da un aereo egiziano, che venne però intercettato e scortato alla base di Sigonella da 4 Tomcat statunitensi. Da qui cominciò lo scontro diplomatico fra Craxi e Reagan, quando l’Italia fece abbassare la testa agli americani dicendo “no” alla richiesta degli alleati di consegnare loro i terroristi.

“Sigonella. L’ora che manca alla storia” è un libro che tratta l’ora decisiva fra il 10 e l’11 ottobre di 35 anni fa, un’ora che manca all’appello della storiografia, ma che una testimonianza inedita riporta a galla. Come la crisi di Sigonella influenzò le relazioni italo-americane e come cambiò il destino dei protagonisti di quella vicenda? Sputnik Italia ne ha parlato con Paolo Garofalo, saggista e co-autore del libro “Sigonella. L’ora che manca alla storia” edito da Officina della stampa.

— Il 7 ottobre di 35 anni fa avveniva il dirottamento dell'Achille Lauro, che poi portò ala crisi di Sigonella. Paolo Garofalo, lei ha scritto assieme a Salvo Fleres il libro "Sigonella. L'ora che manca alla storia", a quale ora si fa riferimento? Di quali eventi si tratta?

— Parla dell'ora di cui non si parla, tranne che in questo libro, fra l'inizio della crisi e l'intervento del governo nazionale. È stata un'ora in cui la stazione di Sigonella era senza indicazione da parte del governo nazionale e neanche i servizi avevano un'idea chiara di quello che stava succedendo. Fu tutto un blitz organizzato dagli americani, come si è saputo. In quell'ora lì la stazione di Sigonella lavorava da sola, i militari italiani si sono dovuti preoccupare di agire da soli. È quella l'ora di cui si parla nel libro tra le 23.53 a poco dopo l'1.01 dell'11 ottobre, quindi fra il 10 e l'11 ottobre. È questa quindi l'ora in cui i VAM devono gestire questa delicata fase da soli.

— Nel libro avete utilizzato materiali inediti, giusto?

— Abbiamo avuto la testimonianza di Giuseppe Gumina, colui che stava reggendo la base in quel periodo. Un giovane militare di leva che gestiva la base in quel periodo da solo, poiché in quel momento lì, come era assolutamente normale, di notte il colonnello della stazione non stava in aeroporto. È avvenuto il blitz e questo ragazzo appena uscito dai corsi di formazione dovette affrontare il generale Steiner.

Nel libro abbiamo quindi la parte personale di questo ragazzo che deve fronteggiare il generale Steiner degli Stati Uniti d'America, che con l'arroganza statunitense decide di poter fare quello che voleva. Di fatto quello che stava per succedere lì sarebbe stata una rendition dei quattro terroristi, ma anche del corpo diplomatico poiché c’era anche Abu Abbas. Sarebbero stati sequestrati e prelevati senza alcun accordo con il governo nazionale.

— In che modo questa vicenda ha influenzato in seguito i rapporti italo-americani?

— Noi nel libro arriviamo ai giorni nostri partendo da quell'intervento dei servizi segreti ed in particolare del signor Michael Ledeen, che lavorava per diversi servizi, probabilmente per quello israeliano e sicuramente in quel periodo per quello americano, ed aveva anche lavorato per il SISMI, i servizi segreti italiani. Il risultato fu che questo corpo a corpo tra gli Stati Uniti da una parte ed il governo di Craxi dall'altra, che fu un governo a guida socialista ma soprattutto a guida filoaraba, portò ad una rottura dell’asse governativo dei socialisti italiani. Si arrivò fino allo scandalo di Tangentopoli. Nel libro diciamo che molti personaggi nelle vicende a seguire sono gli stessi di quel periodo.

— Per esempio?

— Prendiamo il caso di Michael Ledeen. È una figura che si ripete spesso: si trova a Sigonella, faceva da traduttore fra Craxi e Reagan; lo ritroviamo nello scandalo di Tangentopoli assieme al pm Di Pietro, accusatore di Craxi; lo ritroviamo poi successivamente anche con Renzi, quando finanziò la sua attività politica. Fu buttato fuori dai servizi israeliani, considerato uno non raccomandabile.

Di fatto scoppia uno scandalo che coinvolge Andreotti, Cossiga e tutti quelli che hanno avuto a che fare con la crisi di Sigonella. Queste persone subiscono una brutta fine: Craxi viene completamente esiliato, Andreotti viene accusato di essere mafioso, Cossiga viene defenestrato prima ancora di finire il mandato.

— L’Italia secondo lei ha mai mostrato poi un simile sentimento di sovranità come accadde per la crisi di Sigonella?

— Così seriamente no. Quello è stato veramente un momento in cui gli italiani si sono sentiti orgogliosi di essere italiani. È stata riconosciuta la sovranità nazionale. La sovranità ultimamente è diventata uno slogan, vi sono partiti e leader che lo ripetono sempre oggi. Fare l’italiano forte con gli immigrati africani che arrivano qui perché scappano dalla guerra o dalla miseria è facile, farlo con gli Stati Uniti era molto più difficile. Craxi l’ha fatto egregiamente, senza mancare di rispetto all’autorevolezza degli Stati Uniti, ma affermando con serietà l’autorevolezza del proprio Paese.

— Sigonella è tuttora una base di strategica importanza per gli americani e le loro guerre. Secondo lei le basi americane sul territorio italiano condizionano la politica di Roma?

— Partiamo col dire che sono più di 100 le basi presenti in Italia. Probabilmente un numero esagerato anche ai tempi della guerra fredda. Non si comprende per quale motivo queste basi continuino ad esercitare funzioni logistiche in un territorio in cui le navi e gli aerei dovrebbe servire ad altro, non certo a fare la guerra.

Queste basi certamente influiscono sulla politica italiana: economicamente, come propaganda, come presenza militare. Tutto ciò ha sempre avuto un peso, hanno fatto pagare a Craxi di non essersi piegato agli Stati Uniti. In quel momento il Mediterraneo era profondamente in crisi, il Libano aveva una guerra in corso storica, vi erano equilibri difficili da mantenere, compresa la parte egiziana, ma Craxi riuscì in qualche modo a sostenere mettendo in piedi una politica nel Mediterraneo in cui l’Italia giocava un ruolo importante. Questo è saltato completamente, oggi ci ritroviamo con una Italietta che cerca di fronteggiare ciò che le arriva: dal barcone alla crisi economica e alle crisi diplomatiche. Anche i rapporti con la Russia non mi pare siano come quelli di una volta.

Sigonella è il prologo della fine della politica filoaraba che aveva l’Italia, la quale non era lontana dal Patto Atlantico, né dall’autorevolezza dei Paesi dell’est, ma che aveva una sua spina dorsale.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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