09:23 29 Ottobre 2020
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In seguito alle dimissioni del premier tecnico Mustafa Adib si aggrava ulteriormente il dossier libanese. Indebolito dalla crisi economica e paralizzato dallo stallo politico, il Libano rischia di cadere in una guerra civile. Qual è il ruolo dell’Italia nel Paese che Di Maio ha definito “la nostra seconda casa”?

Il Libano sta soffocando ed è improbabile che senza l’intervento della comunità internazionale possa uscire dalla crisi attuale. Libano e Israele sembrano intenzionati a mettere fine alla disputa sui confini marittimi attraverso negoziati diplomatici con l’assistenza delle Nazioni Unite. Ciononostante il Paese ha bisogno di una riforma radicale dell’architettura costituzionale.

Presente nell’ambito UNIFIL l’Italia sembra non valorizzare politicamente il proprio ruolo nel Paese. Per un approfondimento sul tema Sputnik Italia ha raggiunto in esclusiva l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di stato maggiore della Marina Militare dal 2013 al 2016, comandante dell’Operazione Mimosa per l’immissione in Libano del contingente nazionale Leonte nella missione UNIFIL nel 2006.

Giuseppe De Giorgi
© Foto : Giuseppe De Giorgi
Giuseppe De Giorgi
— Il Paese scosso dalle esplosioni del 4 agosto è anche colpito da una sempre più grave crisi economica e politica. Ammiraglio De Giorgi, quali sono i rischi che corre il Paese?

— Con la rinuncia da parte del Presidente incaricato Mustafa Adib a formare un nuovo governo si aggrava ulteriormente la crisi politica del Libano, un paese oggi in default economico, ma già in difficoltà prima della terribile esplosione del 4 agosto anche per gli effetti devastanti del Covid 19. La difficoltà di approvvigionamento dei beni fondamentali, il crollo della moneta e il conseguente “razionamento” nei prelievi dai conti correnti hanno ulteriormente esasperato la popolazione, mentre si diffonde sempre di più la percezione di impotenza, delusione e disperazione. Un contesto socialmente esplosivo a cui si aggiungono le tensioni e le pressioni esterne, conseguenza della posizione geopolitica del Libano, situato sulla linea di faglia Medio-Orientale, fra Israele e l’Iran, fra il mondo Scita e quello Sunnita.

Il rischio è che il paese scivoli nella guerra civile come negli anni ’80 o che si arrivi a una spartizione di fatto in cantoni confessionali, direttamente sostenuti/controllati dalle potenze straniere di riferimento dei vari gruppi religiosi libanesi, Iran in testa.

— Continua a slittare la formazione di un nuovo governo. La stabilità del Paese può essere imposta dall’esterno?

— La rinuncia di Mustafa Adib era inevitabile, vista l’opposizione dei due partiti sciti più influenti, Amal ed Hezbollah che controllano molti settori chiave dela finanza e della sicurezza interna. Nonostante la crisi in cui sta sprofondando il Libano è evidente come i partiti e gli schieramenti “confessionali” intorno ai quali ruota il potere in Libano siano ancora concentrati in lotte intestine piuttosto che sulla salvezza collettiva. Di qui la convinzione crescente della necessità di un intervento esterno che non si potrà tradurre solo in un’iniezione massiccia di risorse economiche, ma richiederà anche contestualmente l’adozione di riforme sostanziali al sistema istituzionale in vigore, ancora “spartito” in modo rigido fra le 18 confessioni religiose.

Senza una riforma radicale dell’architettura costituzionale è probabile che il fiume di aiuti venga disperso come è accaduto ciclicamente nella storia martoriata di quello che negli anni ’60 era chiamato la perla del Mediterraneo e che ora è un paese sommerso di debiti, disordine e sofferenza. E’ improbabile che senza un intervento della comunità internazionale sia verosimile portare a termine una riforma di tale portata. Resta da vedere quale grande Potenza o grande organizzazione multilaterale avrà la forza e la volontà di “accompagnare” il Libano lungo la strada delle riforme. Un percorso irto di difficoltà e di pericoli, visti gli interessi in gioco. In questo senso, i recenti accordi fra Israele e il Libano sulla frontiera marittima e sulla suddivisione degli ingenti giacimenti di idrocarburi nelle rispettive zone economiche esclusive potrebbero rendere più appetibile investire nel Libano.

— Qual è il ruolo dell’Italia in Libano? Possiamo dire che la presenza militare è stata costante (vedi anche la missione UNIFIL guidata dal generale Del Col) rispetto ad una politica altalenante?

— La presenza militare italiana nell’ambito di UNIFIL, dopo l’operazione Leonte del 2006, è stata significativa e costante, ma credo non sia stata valorizzata adeguatamente sotto il profilo dell’interesse nazionale. Certamente l’Italia è storicamente benvoluta in Libano e il nostro contingente ha fatto un lavoro egregio nel rafforzare l’immagine dell’Italia nella popolazione.

La situazione politica italiana è tuttavia oggi molto diversa rispetto a quella del 2006, quando l’Italia svolse un ruolo da protagonista nella stabilizzazione post conflitto fra Israele e gli Hezbollah. L’Italia è in condizioni generali di debolezza politica ed economica che ne hanno minato credibilità internazionale, come si è visto anche nella gestione della crisi libica e più in generale nel “pendolamento” fra Turchia e il gruppo di Paesi guidati dalla Francia nelle questioni del Mediterraneo.

— Quali sono gli scenari possibili per il Paese?

— Il primo è che il Libano ripiombi in una guerra civile, come negli anni ‘80. Il secondo è che gli Hezbollah acquisiscano con la forza il governo del Paese, imponendo un governo di salvezza nazionale, con il sostegno economico e militare dell’Iran. Il terzo è che il colpo di mano sia tentato dal Presidente, il Cristiano Maronita Aoun, con l’appoggio di Hezbollah (di cui è attualmente alleato) in posizione formalmente defilata.

In ultima analisi sarà decisivo il ruolo giocato dagli attori esterni. L’Iran e la Russia in chiave di mantenimento dallo status quo; gli Stati Uniti, Israele e i Paesi del Golfo, orientati a cogliere l’occasione per indebolire l’Iran, sostenere la comunità sunnita e (da parte americana) contenere l’espansione russa; la Francia che farà appello al suo ascendente culturale e alla sua rinnovata capacità di proiezione di forza, tenterà di riacquisire un ruolo da protagonista in Libano e in Mediterraneo Orientale, a similitudine di quanto attuato nell’Africa Francofona negli ultimi decenni. Anche la Turchia tenterà di entrare nella partita ma si dovrà confrontare soprattutto con la diffidenza di Israele.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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