14:56 24 Ottobre 2020
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Il 3 ottobre, a Catania è iniziato il processo al ex-ministro dell’Interno Matteo Salvini accusato di abuso d’ufficio e sequestro di persona.

La pesante imputazione fa riferimento agli eventi del 26 luglio 2019, quando l’allora ministro Salvini non autorizzò lo sbarco dei migranti a bordo della nave Gregoretti della Guardia Costiera in attesa della rassicurazione di un loro ricollocamento in Europa.

Per una valutazione accurata  delle dinamiche non solo giuridiche, ma soprattutto politiche che si muovono dietro questo processo Sputnik Italia ha raggiunto il noto avvocato penalista Alexandro Maria Tirelli, presidente dell’Associazione Camere Penali del diritto Europeo e Internazionale, oggi anche segretario del nuovo partito politico LGR “Libertà Giustizia Repubblica”.

— Avvocato, in base alla Sua esperienza di penalista abituato a casi complessi, cosa ne pensa del processo a Salvini?

— Il processo a Salvini è la raffigurazione plastica di un’Italia dove la magistratura ha assunto un’attitudine aggressiva nei confronti delle forze di centro destra in particolare, ma anche un comportamento erosivo delle libertà del singolo cittadino. Il diritto ha una sua duttilità interpretativa in generale, inoltre la ricostruzione di ogni vicenda a posteriori consente di trascinare un soggetto verso l’archiviazione, o il rinvio a giudizio, a seconda degli umori del giudice ed in base alla piena discrezionalità del magistrato.

Per quanto attiene al profilo soggettivo del reato, il caso Gregoretti è peculiare: il delitto di sequestro di persona previsto dall’art. 605 del Codice Penale richiede, il “dolo”, dunque la consapevolezza e la volontà di limitare illegittimamente la libertà personale dei passeggeri, per motivi illeciti. Salvini, invece, nella veste di ministro, intendeva unicamente applicare il Decreto sicurezza bis.

La dice lunga sulla questione anche la circostanza che alla richiesta di archiviazione della Procura, sia sopraggiunto un decreto d’imputazione coatta da parte del Giudice per le Indagini Preliminari, ossia un provvedimento non richiesto dalla Pubblica Accusa, ma frutto di una forzatura, oltre la volontà dello stesso PM. Non può altresì che lasciar basiti l’estrema velocità del procedimento giudiziario. Ci troviamo di fronte ad una Giustizia a doppia velocità: anni per definire casi di criminalità organizzata, settimane per distruggere il nemico politico.

— Quindi soprattutto un processo politico?

— Si certo! Siamo di fronte a un processo politico. Lancio un messaggio chiaro: la democrazia in Italia ha finito di esistere, viviamo una fase quantomeno post-democratica, se non dispotica. I principi e il dettato costituzionale del ‘48 sono stati devastati, il Paese è in mano a un’oligarchia, il popolo ha perso ogni sovranità. Quando ci raccontano che la Repubblica Italiana si sostanzia in una democrazia parlamentare, mentono sapendo di mentire. Il Parlamento, in sostanza, è svuotato di ogni potere. Il singolo deputato non conta nulla, non è legittimato dal voto dei cittadini del suo collegio. Il primo attacco al fondamento rappresentativo delle Istituzioni parlamentari consistette nell’introduzione dei listini bloccati, con la conseguenza di privare il cittadino della libera scelta del suo rappresentante. La riduzione dei parlamentari consegnerà lo Stato nelle mani dei lacchè degli oligarchi del mondo della finanza, diretta nei Paesi d’oltralpe. Mi fa sorridere la battaglia sulla riduzione dei deputati e senatori, in un Paese che registra 1.111 consiglieri regionali, decine di migliaia di consiglieri comunali e circoscrizionali.

Riforma del sistema giudiziario

— Avvocato, Lei ha fondando il partito politico LGR, secondo la Sua opinione cosa dovrebbe essere riformato nel sistema giudiziario italiano?

— Il nostro partito si batte per la divisione delle carriere della magistratura, requirente e giudicante. Un Pubblico Ministero non può diventare giudice tutto ad un tratto e fare parte dello stesso corpo monolitico. Accusatore e Giudice non possono essere colleghi. Ma al di là della magistratura, va ricostruito l’assetto costituzionale. Noi proponiamo una “nuova fase costituente”, come nel 1948. Una frangia della Magistratura ha suggellato un accordo politico col Movimento 5 Stelle, partito che mi pare di estrema sinistra, al fine di devastare lo stato di diritto, l’impostazione democratica e liberale della nostra Costituzione materiale, e far spirare un’aria di giustizialismo nel Paese. Va ripristinata immediatamente la prescrizione, abolita da quel prodigio politico del ministro Bonafede, che ha trasformato la figura dell’indagato in un “imputato per sempre”. Il Movimento 5 Stelle è un partito vetero-comunista che ha cambiato logo, perché la “falce e martello” ha perso appeal nel marketing politico. Ma i loro fondatori, Grillo e Casaleggio, sono persone che provengono dalle frange estreme della sinistra degli anni ‘70.

— Cosa propone?

Alexandro Maria Tirelli
© Foto : Alexandro Maria Tirelli
Alexandro Maria Tirelli

— L’impegno del nostro Partito è quello di riportare al centro della vita del Paese la politica, intesa come disciplina alta, nel senso della progettazione di una società moderna e migliore. Per fare ciò va reintrodotta la centralità del Parlamento nell’architettura costituzionale. Bisogna far si che i rappresentanti siano la reale espressione dei cittadini del singolo collegio, portatori delle istanze locali, soggetti aventi la legittimazione del voto popolare. Va poi reintrodotta immediatamente l’immunità parlamentare, la vicenda Salvini lo dimostra. Nello schema liberale e classico, la divisione dei poteri amministrativo, politico e giudiziario implica che nessuno di essi possa e debba sconfinare le proprie prerogative, sgretolando le funzioni dell’altro. Ci troviamo nella condizione che, senza un’immunità, il magistrato possa incidere sull’azione di Governo, fare cadere i governi, corrodere la reputazione di un politico, orientare l’opinione pubblica, in special modo in un Paese come il nostro ove il livello della comunicazione sui media è profondamente degradato.

Inviolabilità dei confini dello Stato

— Tornando a Salvini, brevemente, secondo Lei come andrà a finire?

— Salvini non potrà essere condannato, perché questo implicherebbe il pericolo di una guerra civile. Il compito della magistratura era quello di depotenziarlo, fare cadere il governo, creare le condizioni di un governo nuovo, sintonico con le linee guida della sinistra, la quale risponde ai padroni europei.

Chiudo ricordando un fatto importante: la decisione di Salvini è stata quantomeno condivisa col ministro della Difesa e col ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti secondo le rispettive competenze, informandone il presidente del Consiglio dei ministri. Una semplice domanda: perché non sono stati imputati anche Conte e Toninelli?

In ultima analisi: la libertà di un popolo la si misura rispetto alla sua capacità di essere rappresentato e rispettato in relazione agli elementi fondativi minimi di una qualsiasi nazione, ovvero cultura e territorio. Ritengo che i confini nazionali debbano essere inviolabili e sacri e che un Governo debba conservare non solo il diritto, ma addirittura il dovere di proteggerli. Provi lei ad arrivare con un barcone a New York, San Pietroburgo, Istanbul o Sidney privo di alcun visto! Vediamo cosa le succede! In un Paese serio un magistrato non incide sulle legittime decisioni di un ministro degli Interni che ha piena discrezionalità circa l’accoglienza di cittadini senza alcun titolo di soggiorno.

— Senza difesa dei confini non c’è Stato e non c’è sovranità. A questo governo manca il senso di nazione e di appartenenza a un preciso territorio?

— Certamente si! In Italia ha preso il sopravvento uno strano concetto di Europa, dimenticando che l’Europa dei trattati è comunque costituita dagli stati membri. Senza confini e senza identità non possiamo essere considerati nemmeno uno stato membro.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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