08:15 29 Ottobre 2020
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Nella patria della pasta sulla tavola dei consumatori aumenta sempre più il grano estero. Continua a calare il prezzo per il grano italiano di ottima qualità a causa delle importazioni da altri Paesi, soprattutto dal Canada.

 Nei porti arriva grano straniero pagato meno, ma che non ha confronti con il prodotto Made in Italy. Gli agricoltori dicono “basta”.

Sembra assurdo, ma in Italia sulla tavola il grano estero fa da padrone. Grazie, o meglio, a causa dell’accordo CETA è aumentato in modo considerevole l’import di grano dal Canada. Nei porti italiani inoltre arriva il grano anche dagli Stati Uniti e dal Khazakistan, un grano  coltivato con altri standard rispetto al grano 100% italiano.

Oltre ad una concorrenza sleale le bolle sul grano importato presentano delle ambiguità. Gli agricoltori, infatti, chiedono che la denominazione del grano sia chiara: “grano estero” o “grano italiano”; il grano estero che viene poi nazionalizzato gioca sporco nei confronti della filiera e dei consumatori italiani. Per fare il punto della situazione Sputnik Italia ha raggiunto Michele Ferrandino, presidente CIA – Agricoltori Italiani Capitanata (Foggia).

—Il prezzo del grano scende sempre di più. Michele Ferrandino, a che cosa è dovuto questo continuo calo?

—Il calo è determinato da diversi fattori. Innanzitutto da un continuo scarico di grano estero che arriva dall’Australia, dal Canada, dal Khazakistan. È vero, con le nostre produzioni non riusciamo a coprire il fabbisogno. Noi però chiediamo controlli sui porti e vogliamo le stesse condizioni. Parliamoci chiaro, in Australia e in Canada la produzione aziendale è molto più vasta, loro hanno costi molto più bassi di produzione. Il problema del grano è una storia vecchia che probabilmente nessuno vuole risolvere. Noi vorremmo almeno che si cercasse di tamponare o di dare delle direttive ben precise.

— Che cosa chiedete esattamente?

— Come ho detto prima i controlli sul porto. A volte ci arriva grano non confacente a quello che si dichiara.

Non ho capito perché da parte dei pastai si cerca un grado proteico molto alto, quando nel pacco della pasta per le norme europee il grado proteico va da un minimo di 9 ad un massimo di 11,50. Perché si va alla ricerca di un 13-14? Il ministero purtroppo tace su questo punto.

Al ministero dal 1992 esiste una norma, il famoso TPA, che significa “traffico di perfezionamento attivo”. Nei momenti di grande raccolta c’è la sospensione dell’importazione. Come confederazione di agricoltori italiani non vogliamo fare le barricate, però vogliamo garanzie e vogliamo che in quei mesi di gran raccolto vi sia la sospensione delle importazioni. Vogliamo vendere il nostro prodotto dignitosamente. Non possiamo andare sotto gli 800 euro di costi di produzione per ettaro. Oggi un imprenditore deve fare i conti e capire se conviene o non conviene quello che sta facendo.

—Qual è la differenza in termini di qualità fra il grano italiano e quello importato?

—A noi dicono quando arriva il grano dall’estero che è meraviglioso, ha 15 di proteine. Qui in Puglia, come in altre zone d’Italia quest’anno abbiamo prodotto un ottimo grano con un buon grado proteico.

Molti che producono la pasta si spacciano per Made in Italy, ma non è vero. Dove sono i controlli? Il Made in Italy è un valore, noi lo vogliamo portare avanti, ma vogliamo anche avere un ritorno. Noi lavoriamo con serietà senza usare prodotti ritenuti pericolosi per la salute. Chi fa i contratti di filiera ha bisogno di essere remunerato. Parliamo di un altro problema serio su cui il ministero è sordo.

—Quale?

—Sulle bolle del grano che arriva dall’estero c’è scritto NAZ. Può essere “nazionale” oppure essere “nazionalizzato”. Noi pretendiamo che sulle bolle venga scritto grano estero o grano italiano. Sui pacchi di pasta deve esserci scritto “pasta fatta con grano 100% italiano”. Non è giusto che le persone non possano leggere come stanno le cose. Esiste la pasta fatta per metà con grano italiano e per metà con grano estero. Sarà il consumatore nel supermercato a fare la selezione naturale.

—Le importazioni che aumentano dal Canada, dagli Stati Uniti e dal Khazakistan alla fine fanno una concorrenza sleale nei vostri confronti?

—Certo, inoltre la nostra superficie aziendale si aggira attorno ai 10-11 ettari di media, in Canada ogni azienda ha 300-500 ettari. Loro hanno un sistema diverso, sono costituititi in distretti, ciò che noi chiediamo. Qui ci sono delle colpe anche da parte nostra.

—In che senso?

—C’è carenza di associazionismo, c’è carenza di distretti. Nel mondo agricolo facciamo fatica a capire qual è la funzione del distretto. In realtà esistono in Italia il distretto del Parmigiano, il distretto del mobile e così via. Anche sul grano deve funzionare così. Necessitiamo di un distretto composto da agricoltori, pastai e trasformatori.

—Alla fine sulle tavole italiane c’è tantissimo grano straniero. È un paradosso nel Paese della pasta, no?

—È un vero paradosso. Se andassimo a ribasso le direi che a noi non conviene più produrre grano, questo è grave. Abbiamo perso tanti anni fa la bietola, rischiamo di perdere anche al grano.

Vorrei spezzare una lancia nei confronti di chi trasforma e di chi produce. È possibile che mediamente un pacco di pasta costi 0,44, 0,45 euro? No, non è possibile. Pagare un pacco di pasta a 0,45 non è dignitoso. Ieri al supermercato ho visto un chilo di pasta a 0,66. La vendita al ribasso si ripercuote sull’agricoltore. L’acquisto dall’estero continuerà, perché conviene, gli importatori fanno il loro mestiere, ma noi dobbiamo fare il nostro come parte agricola.

Ogni mercoledì alla Camera di Commercio di Foggia in occasione delle rilevazioni dei prezzi organizzeremo dei sit-in per svegliare le coscienze. Non ci fermeremo, il ministero ci ascolti.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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