01:23 22 Ottobre 2020
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La Camera, con i voti dei 5 stelle e del Pd, ha ratificato la convenzione di Faro sul patrimonio artistico culturale, nella quale vi sono anche limitazioni per non offendere le culture altrui.

Stando al testo sono previste inoltre procedure di conciliazione e mediazione. Una resa al politicamente corretto secondo il critico d’arte Sgarbi e secondo i partiti d’opposizione Fratelli d’Italia e Lega.

L’Italia ha ratificato la Convenzione di Faro che di fatto ufficializza una vecchia pericolosa tendenza. Oscurare il patrimonio artistico per non offendere altre culture e stravolgere opere d’arte per adattarle al politicamente corretto non è, infatti, una cosa nuova in Italia. Lo fece Matteo Renzi coprendo le statue ai Musei Capitolini durante la visita del leader iraniano Rouhani, mentre Dario Nardella modificò la fine del capolavoro di Bizet “Carmen” in cui la protagonista non doveva morire per denunciare la violenza sulle donne.

Quali sono i rischi della convenzione di Faro per il patrimonio culturale italiano? Sputnik Italia ha raggiunto per un approfondimento il noto critico d’arte Vittorio Sgarbi e Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia, capogruppo in commissione Esteri.

— Vittorio Sgarbi, qual è la sua idea in merito alla Convenzione di Faro ratificata anche dall’Italia?

— È una misura da terzo mondo. Il primato culturale dell’Italia è stato sempre indiscusso. Ora dobbiamo scoprire che cos’è la cultura e quali sono i valori condivisi dalla convenzione di Faro? Si tratta di cose inutili che vengono fatte da parlamenti privi di consapevolezza della storia e della tradizione italiana.

— Quali rischi corre la cultura con questa convenzione?

— Si rischia la omologazione della cultura rispetto a regolette del politicamente corretto per cui uno deve pensare sempre come parla, deve stare attento a come pensa. Vi è tutta la linea dell’arte del 900 che è fatta di trasgressione e di polemica: si censurerebbe Carmelo Bene, Pasolini e tutto ciò che non rientra nelle categorie del politicamente corretto. Il patrimonio italiano è sempre esuberante, molto variegato e non ha bisogno di tutele. Paesi che hanno poco potrebbero essere contenti che le loro culture vengono difese. La cultura di una nazione che ha espresso il Rinascimento, il barocco e le avanguardie non ha bisogno di convenzioni per proteggersi.

— La tendenza di cancellare, modificare e adattare le opere d’arte in nome di determinati valori del politicamente corretto esiste da un po’di tempo: Nardella con il finale della Carmen modificato, Renzi con le statue coperte ai Musei Capitolini in occasione della visita di Rouhani. Come commenterebbe questi stravolgimenti che colpiscono l’arte per colpa della politica?

Il presidente iraniano Hassan Rouhani e il primo ministro italiano Matteo Renzi sotto una statua in bronzo dell'imperatore romano Marco Aurelio in Campidoglio a Roma
© AP Photo / Gregorio Borgia
Il presidente iraniano Hassan Rouhani e il primo ministro italiano Matteo Renzi sotto una statua in bronzo dell'imperatore romano Marco Aurelio in Campidoglio a Roma
— Ho denunciato io questi casi al Parlamento. La convenzione di Faro l’ha voluta gente incolta come il Pd e i 5 stelle, i quali la intendono come una mozione che farà sapere che la cultura è di tutti. Salvo poi per la centrale di monitoraggio che dirò ciò che va bene e ciò che non va bene. In questa dimensione l’arte è sottoposta ad un giudizio e ad un processo che contraddicono la sua stessa natura.

Renzi con la decisione di nascondere le statue perché arrivava il presidente Rouhani è un esempio anticipato della convenzione di Faro. Allora un’opera potrebbe offendere una parte, un’altra opera potrebbe offendere Maometto e via dicendo. Siamo costretti a negare ciò che abbiamo espresso, a censurare l’arte, siamo costretti a valutare se alcune cose siano opportune e altre meno. Tutta l’avanguardia verrebbe messa in discussione.

— Come può l’arte offendere le culture altrui? Chi ha scritto il testo secondo lei cosa intendeva?

— Il testo è stato redatto in Portogallo per tentare di dimostrare che ogni cultura deve essere rispettata. Questo discorso può valere per le culture marginali, ma per una cultura egemone come la nostra non vale. Noi dobbiamo dettare legge, non prenderla.

— Chi deciderà cosa è bene e cosa è male?

— È stato detto che ci sarà una centrale di monitoraggio, lo stabilirà qualche commissione. Non ho idea con quali criteri faranno quest’operazione. La sola parola “monitoraggio” mi fa schifo. Vorranno monitorare se una persona dice la cosa giusta o sbagliata? È una cosa da Paesi stalinisti, neanche fascisti. È una cosa da Paesi dove gli omosessuali venivano messi in galera e dove le diversità non erano riconosciute e dove si puniva chi è diverso. I Paesi che non hanno ratificato il testo hanno capito che c’era un inganno. L’Italia non l’ha capito.

I bambini ammirano una scultura nel  Museo Statale delle Belle Arti di Pushkin
© Sputnik . Vladimir Vyatkin
I bambini ammirano una scultura nel Museo Statale delle Belle Arti di Pushkin

Per capire i motivi del “no” alla convenzione di Faro e approfondire i passaggi più contraddittori del testo Sputnik Italia ha raggiunto Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia e capogruppo del partito di Giorgia Meloni in commissione Esteri.

— Andrea Delmastro, qual è la posizione di Fratelli d’Italia in merito alla convenzione di Faro?

— È un deciso “no” ad una convenzione che si arrende al pensiero unico globale, al politicamente corretto e che alla fine è un atto di sottomissione culturale. Nella convenzione di Faro ci sono una serie di principi banali sottoscrivibili da chiunque. Vi è scritto che il patrimonio culturale è un’eredità importante e che dobbiamo consentire di utilizzare il patrimonio culturale. Non dovevamo andare a Faro per sancire delle cose che mia figlia in terza media se avesse dovuto fare un temino avrebbe potuto scrivere allo stesso modo. Bisogna cercare qual è l’aspetto innovativo di tale testo. Questo aspetto si inizia ad intravedere all’articolo 4, lettera C della convenzione.

— Di che cosa tratta l’articolo?

— “L’esercizio del diritto al patrimonio culturale può essere soggetto soltanto a quelle limitazioni che sono necessarie ad una società democratica per la protezione dell’interesse pubblico e degli altrui diritti e libertà”. Noi non crediamo che l’Occidente si fondi sul concetto che il patrimonio artistico e culturale possa offendere altrui diritti e libertà. Già questa formulazione inizia ad avere un vago retrogusto di censura o peggio autocensura sul nostro patrimonio culturale. Se a qualcuno non piace il nostro patrimonio culturale può chiudere gli occhi temporaneamente oppure tornare a casa propria. Noi non limitiamo il nostro patrimonio artistico. A convincerci ancora di più è l’articolo 7 B della convenzione.

— Cioè?

— I Paesi firmatari si impegnano a stabilire “procedimenti di conciliazione per gestire equamente le situazioni dove valori contraddittori siano attribuiti allo stesso patrimonio culturale da comunità diverse”. Io non ho nulla da conciliare e mediare sul mio patrimonio artistico e culturale. Giovanni da Modena ha fatto un affresco strepitoso alla Basilica di San Petronio di Bologna dove Maometto viene collocato all’inferno. Evidentemente le comunità islamiche assegnano un valore contraddittorio a quell’affresco, ma quell’affresco è frutto di un’epoca, del mio patrimonio identitario culturale e io non ho niente da conciliare.

La parte peggiore è la conclusione del testo. Articolo 16: il meccanismo di monitoraggio, il quale “servirà per stabilire norme di procedura quando necessarie”. Io non devo fare monitorare il nostro patrimonio artistico da nessuno! Ancor meno se la finalità è la conciliazione rispetto a valori contradittori. Tutto ciò è un nuovo cedimento al pensiero del politicamente corretto per cui noi dobbiamo sbianchettare tratti identitari nostri per accogliere o integrare. La società islamica di oggi incitata nello scontro di civiltà con l’Occidente vedrà che noi non siamo neanche più in grado di difendere il tratto più intimo della nostra identità, che è il patrimonio artistico. È una caporetto culturale dell’Italia.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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