10:12 29 Ottobre 2020
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Decarbonizzazione e passaggio al cosiddetto “acciaio verde”, il Partito Democratico in un documento ha proposto di trasformare la città di Taranto nella capitale del “new green deal” puntando sulla riconversione ad idrogeno dell’ex Ilva. La svolta verde per l’acciaieria più grande d’Europa è un’ipotesi realistica?

“Non avverrà domani, ma dobbiamo trovare un modo per arrivarci”. L’ “acciaio verde” per l’acciaieria di Taranto è quello su cui dovrebbe puntare l’Italia secondo Frans Timmermans e Ursula Von der Leyen, vice presidente e presidente della Commissione Europea. Allo stesso tempo non si fermano le proteste e gli scioperi dei lavoratori dell’Ex Ilva nel contesto di una situazione insostenibile a livello economico e di prospettive future.

La riconversione ad idrogeno è un’ipotesi fattibile per l’ex Ilva? Qual è inoltre il futuro dell’energia e delle fonti rinnovabili? Sputnik Italia ne ha parlato con Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia.

— Il Pd ha presentato un documento dove propone di puntare sulla riconversione verde a idrogeno dell’ex Ilva utilizzando i finanziamenti europei. Davide Tabarelli, l’acciaio verde potrebbe essere un’occasione per l’ex Ilva?

— Fa parte delle suggestioni e delle fantasie di cui si ama molto parlare attualmente in Europa, non solo in Italia, ma anche in Germania dove si fa molto acciaio. In Germania si sta sperimentando l’ipotesi dell’acciaio con l’idrogeno per non affrontare i problemi dell’industria. Sono problemi legati al fatto che si consuma tantissima energia di fonte fossile tradizionale, molto carbone e nella migliore delle ipotesi gas. Anche il gas non è visto molto bene attualmente da chi governa in Europa.

L’Ilva ha moltissimi problemi, o meglio, vincoli. Si è investito tanto e ora si parla anche di questa soluzione, questo però semplicemente per rinviare e non affrontare i nodi che prima o poi arriveranno al pettine. Mi riferisco al crollo della produzione, al mercato che non c’è e ai vincoli imposti. L’acciaieria di Taranto è fra le migliori d’Europa e del mondo, ma se tolgono gli altiforni tradizionali e diminuiscono le dimensioni vengono meno le economie di scala, uno dei punti di forza dell’acciaieria.

— Di questa proposta ne hanno parlato anche i vertici di Bruxelles. Il vice presidente della Commissione europea Timmermans ha dichiarato che l’acciaio verde a Taranto non arriverà domani, ma le autorità nazionali italiane e la Commissione dovrebbero cercare un modo per arrivarci.

— Tutta Europa da circa un anno dopo le elezioni europee con la sinistra al potere è contagiata dall’ecologismo legato a idee rivoluzionarie, tutte le idee ecologiste sono per un abbandono delle fonti tradizionali e delle fonti fossili. Lo dicono da 60 anni, però la realtà è molto più complessa. Fare a meno delle fonti fossili è quasi impossibile per il momento, perciò la sinistra a livello europeo e italiano si avventura in dichiarazioni sulle nuove tecnologie a base di idrogeno, che di fatto sono delle sperimentazioni costosissime e difficili.

— Infatti, questa riconversione che costi avrebbe?

— Nel mondo si produce tantissimo idrogeno, 60 milioni di tonnellate in tutto il mondo. Lo producono nelle raffinerie di petrolio per pulire il diesel delle nostre macchine liberandolo dallo zolfo. I costi in raffineria sono di circa 2 euro per chilo, trattare l’idrogeno in maniera pulita che derivi da fonti rinnovabili costa circa 5-6-7 euro al chilo, quindi l’idrogeno costa almeno 6 volte quello che costa il carbone.

Noi in Europa vogliamo fare queste fughe in avanti, mentre il resto del mondo continuerà a fare l’acciaio usando le metodologie tradizionali. Va bene fare innovazione, ma questa è una strada molto costosa che porterà a perdite di competitività e di quote di mercato. Cosa che sta già accadendo.

— Quali sono le possibili prospettive dell’ex Ilva?

— Estremamente tristi, perché ho l’impressione che tutti lavorino per rimandare una soluzione e scaricare sullo Stato il costo del mantenimento di un po’ di occupazione in questo territorio. Ci sono circa 10 mila dipendenti, attualmente ne basterebbero 4 mila. Si sta registrando una nazionalizzazione poco efficiente, mascherata con delle condivisibili idee rivoluzionarie, ma che sono lontanissime dalla tecnica, dall’industria, dallo sporcarsi le mani nelle fabbriche per andare a vedere cosa realmente accade dentro un altoforno e sul mercato, dove si vende poi l’acciaio.

— Come vede il futuro dell’energia e dell’energia rinnovabile? Come muterà il mercato?

— Purtroppo, o per fortuna per chi vende gas, io non vedo grandi cambiamenti. Ho cominciato a sentir parlare di cambiamenti di energia quando mi sono laureato, quasi 40 anni fa. Già prima da studente negli anni ’70 sentivo parlare delle fine delle fonti fossili, non c’era più petrolio, dicevano. In questo istante vediamo un eccesso di fonti fossili e di gas.

Le rinnovabili cresceranno, ma rimarranno sotto al 15%. Di petrolio e di gas ce ne vorrà sempre parecchio. Aumenterà di più il gas, perché oggettivamente ha più idrogeno per quantità di energia fornita, anche se è un problema trasportarlo e stoccarlo. Nei prossimi 20-30 anni non vedo alcuna grossa rivoluzione. Petrolio e gas continueranno ad essere importanti. Ciò non toglie che dobbiamo provarci, l’Europa ci proverà, anche la Cina e gli Stai Uniti. Qualche cosa di positivo nascerà, ma le rinnovabili rimarranno marginali.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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