11:43 21 Ottobre 2020
Interviste
URL abbreviato
Di
6230
Seguici su

In vista della sua ventesima missione in Italia (29-30 settembre), il capo della diplomazia dell'amministrazione Trump Mike Pompeo ha chiesto al Vaticano di stracciare l'intesa con il governo cinese siglata due anni fa che dovrebbe essere rinnovata nelle prossime settimane, affermando che, se lo facesse, metterebbe a rischio la sua autorità morale.

“Due anni fa la Santa Sede ha raggiunto un accordo con il Partito comunista cinese, sperando di aiutare i cattolici cinesi. Eppure gli abusi sui fedeli da parte del Partito comunista cinese sono solo peggiorati. Il Vaticano mette in pericolo la sua autorità morale, se dovesse rinnovare l’accordò”, ha scritto Pompeo in un tweet.

Cosa significa il no degli USA al dialogo con la Cina? E perché Pompeo ha deciso di sfidare la Santa Sede? Per fare il punto della situazione, Sputnik Italia ha raggiunto Don Stefano Caprio, Docente di Storia e Cultura russa al Pontificio Istituto Orientale di Roma.

— Don Caprio, Mike Pompeo invita il Vaticano a non rinnovare l'accordo con la Cina sulla nomina dei vescovi. Perché a pochi giorni dalla sua visita il segretario di Stato Usa scende in campo? Come dobbiamo leggere le sue parole? È un consiglio o una minaccia? 

— La politica americana ha scelto il conflitto con la Cina come uno dei temi della campagna elettorale presidenziale, e cerca tutti gli argomenti geo-politici per rafforzare questa sua posizione, mettendo l’America “prima di tutto” come la grande avversaria dello scontro mondiale con l’Oriente cinese. Al tempo della “guerra fredda”, l’America contava sul sostegno morale del Vaticano per contrastare il blocco sovietico, e ora si cerca di rimettere in piedi quello schema, ma la Santa Sede non sostiene questa linea di blocchi contrapposti, e non si farà certo intimidire. Ritengo che sia un argomento scelto per convincere gli americani che gli Stati Uniti sono ancora la superpotenza che controlla il mondo, a livello politico, economico e morale. Evidentemente, nella lotta politica con il candidato Joe Biden, l’attuale amministrazione ha timore di apparire debole, sul versante della politica estera.

— Il 29 settembre Pompeo sarà in visita in Vaticano e proverà a giocare le sue carte per convincere la Chiesa a un passo indietro. Secondo Lei, Vaticano resisterà al pressing degli USA o si andrà verso la stipula del nuovo accordo?

— Non credo che si riuscirà a convincere il Vaticano a fare un passo indietro, anche se gli argomenti degli Usa sono importanti: è vero che l’accordo, finora, non ha portato veri vantaggi alla Chiesa, ma soltanto alla politica religiosa del partito comunista cinese, che ha interesse a controllare totalmente i cattolici e a eliminare la Chiesa clandestina. In questo senso, la posizione espressa da Mike Pompeo è un grande sostegno ai cristiani perseguitati in Cina, e il Vaticano dovrà comunque tenerne conto, perché anche molti cattolici sono preoccupati per lo squilibrio di questo accordo, che sembra un grande cedimento della Santa Sede alla Cina senza veri vantaggi.

— Comunque, dicono che sono degli ostacoli nella Chiesa Cattolica e le voci contrarie alla Cina, è così?

— Le voci contrarie vengono soprattutto da molti cattolici cinesi, a partire dal cardinale emerito di Hong-Kong Joseph Zen Ze-kiun, ma anche di molti laici, sacerdoti e vescovi che spesso devono tacere o sono costretti a mantenere l’anonimato, per evitare rappresaglie. I sostenitori della linea del papa, nelle gerarchie cattoliche e nella stampa cattolica, fanno anche un grande lavoro di disinformazione, censurando le lamentele dei cattolici perseguitati e mettendo al bando le poche voci che nel mondo cattolico hanno il coraggio di denunciare le ingiustizie.

— La Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese non hanno rapporti diplomatici formali da settant’anni. Come definisce la Cina il Pontefice?

— La Cina è un grande popolo a cui la Chiesa Cattolica ha sempre guardato con rispetto e ammirazione nei secoli passati, e nel secolo scorso era un attore della grande contrapposizione tra Occidente e Oriente, ma anche tra atei e credenti. È chiaro che il rapporto con la Cina è fondamentale non solo per la politica internazionale, ma anche per la missione di evangelizzazione della Chiesa nel mondo, e soprattutto tra i popoli dell’Asia. Da questo punto di vista, il dialogo con la Cina non è una posizione esclusiva di papa Francesco, per quanto la si possa approvare o criticare, ma è una preoccupazione molto sentita da tutti i pontefici e da tutti i cattolici. Nel 2007 il predecessore di Francesco, il papa Benedetto XVI, aveva scritto una lunga e profonda lettera ai cattolici cinesi, in cui dichiarava tutta la disponibilità della Chiesa a un dialogo rispettoso e costruttivo. Le condizioni per il dialogo allora erano più esigenti, mentre la linea di Francesco assomiglia di più alla Ostpolitik vaticana dello scorso secolo nei confronti dell’Unione Sovietica, quando i cattolici accettavano le condizioni dell’avversario, pur di continuare il dialogo.

— Perché per il Vaticano la Cina, utilizzando il famoso slogan e nome del vecchio film, è vicina? Quali sono i punti di convergenza tra di loro? 

— Anzitutto bisogna sottolineare che in Cina ci sono molti cattolici; i numeri ufficiali sono impossibili da verificare, ma è ragionevole stimare la Chiesa Cattolica in Cina nell’ordine delle decine di milioni, forse anche cento milioni di persone, con numeri molto significativi delle vocazioni sacerdotali. La missione in Cina fu iniziata ufficialmente dai padri gesuiti nel 1500, ma l’interesse e i rapporti risalgono a secoli prima, quando in Asia si era creato il grande impero “universale” di Gengis Khan (che per alcuni era addirittura battezzato, in qualche ramo eretico del cristianesimo orientale), che aveva una posizione molto tollerante ed “ecumenica” in materia religiosa. Da quell’impero nacquero stati come la Cina, l’India, la Corasmia (Asia centrale), la Turchia e il Medio Oriente fino alla Terra Santa, ma anche la Russia moscovita. L’aspirazione universale del cattolicesimo, e del cristianesimo in generale di tutte le confessioni, non può ignorare un paese come la Cina.

— La scommessa sarebbe: sinicizzare il cattolicesimo o cattolicizzare la cultura cinese?

— Il cristianesimo non ha mai imposto la propria cultura, anche perché non ne ha una soltanto. Originariamente i cristiani erano ebrei, ma il giudeo-cristianesimo si estinse già nel secondo secolo dopo Cristo. Molte culture sono state plasmate dal cristianesimo, soprattutto nell’Europa della cristianità medievale, ma sempre in contesti molto plurali; le forme di colonizzazione dipendevano più che altro dalle politiche dei regni e delle nazioni, che spesso strumentalizzavano la Chiesa. in Cina, fin dall’inizio i missionari assumevano moltissime caratteristiche della cultura cinese; pensiamo al più famoso di essi, Matteo Ricci, che indossava le vesti dei bonzi buddisti e fu riconosciuto come un saggio anche nelle corti imperiali. La sinicizzazione non è un’obiezione all’evangelizzazione, a meno che non venga imposta artificialmente come un’ideologia totalitaria.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook