08:30 29 Ottobre 2020
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L’Italia, un territorio piccolo in mezzo al Mediterraneo che però ha conquistato il mondo intero con la sua cultura: dall’arte romana al Rinascimento, dalla cucina alla Ferrari. 150 anni fa si completava l’unità d’Italia e dopo un secolo e mezzo però gli italiani non si sentono una nazione unita. Qual è l’identità italiana?

I menù in tutto il mondo parlano italiano, i valori della cultura italiana sono importanti per l’intero pianeta. A 150 anni dall’Unità del Paese gli italiani però non si sentono veramente uniti. Perché?

“Un'identità italiana esiste, è fatta di tante diversità ricucite insieme, questo vuol dire convivialità, umanità. Io credo che siamo molto più di quello che percepiamo di essere e alle volte la cronaca ci fa perdere questo senso profondo del nostro modo di vivere” ha sottolineato in un’intervista a Sputnik Italia Riccardo Giumelli, sociologo, docente presso l’Università di Verona e presso l’Università Mar del Plata in Argentina, dove dirige la prima cattedra sull’italicità al mondo “Comunità italica e glocalizzazione”.

— Il 20 settembre, del 1870 è il giorno del completamento dell'unità nazionale. Professore Giumelli, dopo 150 anni, gli italiani si sentono uniti?

— Non possiamo dire che gli italiani si sentano uniti, ma non perché non ci sia la volontà di sentirsi uniti, ma perché gli italiani sono molto diversi fra di loro. È una storia di diversità fatta da culture diverse che si incontrano in Italia. È una storia fatta in un momento importante ovvero durante la Prima Guerra Mondiale dove veneti, siciliani e pugliesi si trovano al fronte ma non riescono a parlare fra di loro poiché non conoscono la lingua italiana.

Siamo quindi generalmente uniti quando gioca la nazionale di calcio, lo siamo di fronte ad un piatto di pasta, lo siamo per quanto riguarda la cucina italiana; però più che essere uniti noi siamo un insieme di diversità che deve essere pensata come una ricchezza e non un problema. Il momento storico del Risorgimento era quello di un Paese in cui il modello era lo stato-nazione: un modello dell'elite borghese che si stava costruendo. Ricordiamoci che l'Italia è una penisola in mezzo al mare che è stata da sempre influenzata da culture di visioni del mondo diverse: dobbiamo pensarla come una grande ricchezza da questo punto di vista.

— Si è spesso molto più attaccati alla propria città natale o alla regione piuttosto che alla nazione. Crede che sia in parte colpa della politica?

— Anche qui è importante la storia: l'Italia prima di essere unita era divisa in staterelli, forse solo la Germania aveva qualcosa del genere. L'Italia è uno degli Stati arrivati più tardi all'unità. Un conto era essere nel Lombardo - Veneto ed un conto era essere in Sardegna o in Sicilia. Questa diversità ha poi influito la politica ed il modo di fare politica. Certo, il fatto che abbiamo avuto vent'anni di fascismo ha portato nell'immaginario italiano l'appartenenza da un punto di vista ideologico e non come una sana appartenenza.

Viaggiando all'estero devo dire che noi italiani tendiamo molto ad autodenigrarci, un libro ha fatto storia, quello del familismo amorale di Banfield, proprio per raccontare che gli italiani guardano più a quello che avviene nelle famiglie piuttosto che a quello che avviene fuori dalla porta di casa, nelle città e nelle coscienze civili. Quando però noi ci troviamo all'estero allora difendiamo quell'italianità che generalmente critichiamo.

Il fatto è che spesso il senso di appartenenza viene strumentalizzato politicamente. Io in qualche modo mi sento italiano, fortemente toscano, mi sento europeo e cittadino nel mondo. Quindi dipende un po' dalla visione che abbiamo delle cose sapendo che, i valori italiani, della cultura italiana sono così forti, così pregni di storia e di cultura che non sono solo significativi per l'Italia e gli italiani, ma per il mondo intero e non a caso ci sono tantissimi italiani all'estero.

— Possiamo dire che l'identità italiana esiste? Quali sono le sue peculiarità?

— Sì un'identità italiana esiste, D'Azeglio, uno dei padri del risorgimento disse: <abbiamo fatto l'Italia, adesso facciamo gli italiani>. Il fatto è che gli italiani c'erano già, c'era un modo di vivere il mondo, un modo di vivere quotidianamente, anche nelle differenze fra guelfi e ghibellini, un modo di vivere conflittuale che poi si sanava attraverso le feste, attraverso panem et circenses. I conflitti si sanavano in modi che rientravano in una logica di ordine pubblico.

 Un'identità c'era: per farle un esempio abbiamo tanti modi di fare la pasta, però poi alla fine Artusi con il suo libro sulla cucina italiana rimette tutto insieme. Un'identità italiana esiste, è fatta di tante diversità ricucite insieme, questo vuol dire convivialità, umanità. Io credo che siamo molto più di quello che percepiamo di essere e alle volte la cronaca ci fa perdere questo senso profondo del nostro modo di vivere.

Tutto ciò significa anche essere diversi politicamente: tutte le ideologie sono passate in questo Paese, un Paese governato storicamente dalla Democrazia Cristiana, ma ha avuto fronde ed estremismi radicali in ogni senso. Se dovessi dire cosa ci accomuna è questa diversità e questa modernità fondata sulla diversità. Poi ci uniscono anche la convivialità, l'amore per la cultura e l'estetica. Io parlo di made in Italy e dico che generalmente la qualità, la bellezza, l'estetica, il piacere di stare insieme e la convivialità ci caratterizza come popolo.

— L'Italia geograficamente è piccola piccola, però c'è un po' di Italia in tutto il mondo.

— Certo, è un territorio che rappresenta lo 0,26% della superficie mondiale che però ha la più alta presenza di patrimoni mondiali dell'umanità dell'UNESCO ed inoltre, come ci dicono molte ricerche, è la cultura più influente al mondo: l’umanesimo, il Rinascimento, la cultura classica romana, ma anche la Ferrari, il calcio e il cibo italiano.

Il linguista Vedovelli dice che l’italiano è la secondo lingua più visibile, la vediamo nei menù, nelle insegne, nei cognomi delle persone in tutto il mondo. Non solo trovi la Dolce Vita, ma trovi anche il Frapuccino, che è Starbucks, ma richiama la lingua italiana, perché attira ed è interessante. È un territorio piccolo che ha plasmato il mondo attraverso la sua cultura più alta con il Rinascimento, i condottieri, i navigatori, ma anche con i tanti italiani che hanno conquistato il mondo attraverso il lavoro e tante storie che non conosciamo.

— Gli italiani all’estero coltivano l’italianità lontano da casa, che peso hanno per l’immagine del Paese?

— Generalmente risale questo orgoglio quando siamo all’estero. Quando parlo di italiani all’estero, non parlo più di italianità, ma di italicità, che è un’altra cosa. Gli italiani che sono emigrati in Argentina o in Brasile in molti casi non hanno neanche la cittadinanza italiana, sono qualcosa di diverso. Sugli studi di Bassetti è stata coniata la formula dell’italicità, una cultura italiana che si trasforma mantenendo le origini in un altro luogo del mondo. Gli italiani hanno portato la nostra cucina in tutto il mondo. Poi ci sono i grandi imprenditori, ovunque gli italiani siano andati hanno contribuito al nation building, negli Stati Uniti, ma anche in altri Paesi europei.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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