04:33 20 Ottobre 2020
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Il caso dei 18 uomini dei due pescherecci trattenuti da 18 giorni dall'esercito di Haftar si è trasformato in un elemento di pressione politica all'interno dello scenario libico.

"In un panorama politico come quello libico, questa vicenda che in altri momenti si sarebbe potuta risolvere in maniera più semplice, diventa complessa e preoccupante". Lo dice a Sputnik Italia Salvatore Quinci, sindaco di Mazara del Vallo, la cittadina del trapanese che da quasi venti giorni è al centro di una crisi diplomatica tra l'Italia e la LNA, controllata dal generale Khalifa Haftar, non riconosciuta dalla comunità internazionale.

I sequestri dei pescherecci siciliani sono frequenti, per via di un tratto di mare conteso che la Libia ha riconosciuto unilaterlamente per oltre 70 miglia nautiche dalle coste. Ma il sequestro dei due pescherecci Antartide e Medinea, avvenuto il primo settembre a circa 38 miglia nautiche da Bengasi, il fermo di 4 capitani e 14 uomini dell'equipaggio, va oltre la guerra del pesce e si incastona nel conflitto libico che si trova ad una svolta.

Sputnik Italia ha apporfondito la questione con il sindaco Quinci.

— Con il sequestro dei 18 pescatori, Mazara è al centro di una piccola crisi internazionale. Che atmosfera si respira in città?

— C'è un grande sentimento di preoccupazione perché siamo ben consapevoli che questa vicenda è diversa in modo significativo rispetto alle altre che abbiamo già vissuto, perché si innesca in uno stato di grande confusione che c'è in Libia in questo momento. Non è uno dei sequestri lampo, che avvengono da decenni per la cosiddetta guerra del pesce e che normalmente si sbloccano nelle prime 48 ore.

La parte che ha sequestrato i nostri marittimi con due pescherecci, stiamo parlando di 18 persone trattenute da 18 giorni, è la parte non riconosciuta ufficialmente, quella che occupa la città dei Bengasi, difficile trovare lì interlocutori affidabili ma soprattutto un interlocutore unico.

Tutta questa confusione ha generato un profondo senso di frustrazione che sta avendo il sopravvento su quella calma fiduciosa che c'era stata sinora. Le famiglie sono in uno stato di prostrazione psicologica. Sono mogli, figli, mamme di marittimi che in questo momento sono ben consci che la situazione dello stato generale in Libia è preoccupante, per cui questo alimenta davvero un sentimento di angoscia in queste persone. Chiediamo al governo un segnale.

— Il governo che garanzie ha dato alla città di Mazara e ai familiari?

— Noi abbiamo ascoltato personalmente il ministro Di Maio con il suo staff dell'unità di crisi in una videoconferenza. Era presente anche l'ambasciatore Buccino. Abbiamo avuto grande disponibilità all'ascolto. Il ministro degli Esteri ci ha spiegato le strategie che si stanno mettendo in campo in questo momento, la via diplomatica e quella dell'intelligence, ed è stato anche generoso con dovizia di particolari.

— E' stata pubblicata la notizia che i marittimi verranno sottoposti a un processo. Come vede questo nuovo elemento?

— Se la notizia è che ai marittimi viene addebitata un'accusa di tipo penale, io posso considerarlo anche un elemento positivo, perché prima arriva l'addebito, poi una richiesta e poi si arriva a una trattativa conclusiva. Ma sul processo devo dirle che non ho notizie ufficiali. Io ho sentito ieri i miei riferimenti dell'unità di crisi della Farnesina per questa vicenda e non me l'hanno confermato.

— Qualche giorno fa sono comparse le foto di alcuni marittimi sul sito di un'associazione di Mazara, precedentemente ci sono stati contatti, quali sono le notizie recenti che avete avuto?

— Lo stato di salute è buono, è quello psicologico che comincia ad essere sotto stress. Sono ospitati in degli immobili, in stato di fermo, non possono uscire ma non sono in stato di detenzione. Se già potessero tornare a bordo dei pescherecci, sarebbe una condizione diversa.

— La situazione in Libia sembra arrivare ad una svolta, con l'annuncio delle dimissioni di Al Serraj. Che valenza ha questo episodio all'interno del più ampio scenario libico?

— Io presumo che sia un modo per la parte di Haftar per acquisire un piccolo ruolo, riportare al centro dell'attenzione la sua presenza, per dire "noi ci siamo, contiamo qualcosa e siamo in grado di far qualcosa". Quindi è un modo per mettere pressione.

Il tema è questo: che in un panorama politico così confuso come quello libico, questa vicenda che in altri momenti si sarebbe potuta risolvere in maniera più semplice, oggi diventa più complessa e preoccupante. Il ministro Di Maio ci ha indicato la via di un possibile accordo in Libia che è indipendente dalla vicenda ma che avrebbe come conseguenze quella di facilitare lo sblocco di questa situazione.

— Alcuni giorni fa è pervenuta la richiesta non ufficiale della scarcerazione di quattro detenuti libici in Italia in cambio dei pescatori. La ritiene attendibile?

— Io la derubrico come una semplice forma di pressione. La situazione non è entrata in una trattativa ufficiale, né una questione del genere può essere oggetto di trattativa. Non siamo in guerra, non c'è uno scambio di prigionieri. Si tratta solo di voce arrivate dal territorio libico e riprese dai media locali.

La guerra del pesce

— Non è la prima volta che dei pescatori mazaresi vengono sequestrati in acque considerate proprie dai libici, quanti sono i pescherecci di mazara sequestrati negli ultimi anni?

— Non è più possibile che la Libia o altri Paesi considerino unilateralmente le acque internazionali come territorio proprio. Nel tempo abbiamo avuto di tutto, centinaia di peschereggi sequestrati e anche morti per la guerra del pesce. Abbiamo avuto tanti danni e non è possibile che i nostri pescatori che conoscono bene il mare e non lo temono, debbano invece temere per la propria incolumità per altri motivi che non siano quelli prettamente legati al proprio lavoro. E' inaccettabile.

— Com'è cambiata la situazione dalla caduta di Gheddafi?

— É peggiorata, si figuri che le nostre associazioni di armatori e imprenditori hanno provato nel tempo ad avere contatti anche commerciali con pezzi di establishment della Libia, ma questi tentativi sono andati falliti completamente perché la situazione è ingestibile. Lo stato deve trovare il modo per tutelare la nostra marina.

— Le autorità italiane o europee stanno tentando di risolvere questa situazione del riconoscimento unilaterale?

— Istituzione assente. Non ci sono segnali vitali da parte della UE su questo tema.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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