23:34 29 Settembre 2020
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Fra pochi giorni gli italiani saranno chiamati a votare attraverso un referendum per confermare o meno una modifica alla Costituzione che, nel caso in cui fosse approvata, avrebbe come effetto quello di diminuire il numero dei deputati e senatori.

Sono almeno 183 i costituzionalisti che hanno prodotto il documento intitolato "Le ragioni del nostro NO al referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari". Secondo loro, “la riforma svilisce, innanzitutto, il ruolo del Parlamento e ne riduce la rappresentatività, senza offrire vantaggi apprezzabili né sul piano dell’efficienza delle istituzioni democratiche né su quello del risparmio della spesa pubblica”.

Altri loro colleghi hanno invece individuato numerose ragioni tecnico-giuridiche per votare Sì

Per sentire una posizione diversa ed equilibrata, Sputnik Italia ha raggiunto Salvatore Curreri, Professore in Istituzioni di Diritto pubblico presso l'Università degli studi di Enna “Kore” che pensa che entrambi gli schieramenti abbiano buoni ragioni.

— Prof. Curreri, perché Lei non si è schierato né per il Sì né per il No, come hanno fatto la maggior parte dei Suoi colleghi-costituzionalisti?

Salvatore Curreri
© Foto : Salvatore Curreri
Prof. Salvatore Curreri
— Perché ritengo che ci siano buone ragioni da entrambe le parti. Quasi tutti i costituzionali sono da tempo d’accordo sulla riduzione del numero dei parlamentari, non a caso oggetto di tutte le proposte di riforma costituzionale avanzate dagli anni ’80 in poi. Di contro, però, tale riduzione è stata sempre la conseguenza, e non la premessa, della riforma del nostro bicameralismo paritario, unico al mondo. Quindi il punto non è la riduzione in sé, quanto la sua drasticità (meno un terzo dei parlamentari) e la sua eccessiva specificità, come se il numero dei parlamentari fosse una variabile indipendente dalle funzioni che sono chiamati ad esercitare.

— A Suo avviso, quali effetti potrebbe produrre la riduzione del numero dei parlamentari sull'organizzazione e sul funzionamento delle Camere?

— Se il Senato oggi funziona con 315 senatori, certamente la Camera potrebbe funzionare con 400 deputati. Ho invece forti dubbi che un Senato con appena 200 senatori (e magari meno, se qualcuno di essi, come probabile, sarà nominato ministro) possa sopportare l’analogo carico di funzioni. Se ne dovrà necessariamente rivedere l’organizzazione interna, a cominciare dalla riduzione delle commissioni parlamentari. E la storia ci insegna che le riforme regolamentari non sono mai semplici.

— Nel passato ci sono stati almeno sette progetti di riforma costituzionale che hanno previsto il taglio dei parlamentari rispetto agli attuali 630 deputati. Come la proposta del M5S, che è stata in effetti l’unica ad arrivare fino alla fine, è diversa da quelle precedenti?

— Come dicevo, perché tutte le altre proposte di riforma costituzionale avevano ad oggetto la revisione delle funzioni delle nostre due camere, assegnando alla sola Camera dei deputati natura politica e trasformando piuttosto il Senato in camera di rappresentanza delle autonomie territoriali, come è in Spagna o in Germania, così da avere una sede istituzionale di raccordo dopo le ampie autonomie attribuite alle Regioni dopo la riforma del Titolo V del 2001. La riduzione quindi era conseguenza della diversificazione delle funzioni.

— Per promuovere la sua riforma il M5S spesso fa riferimento all'esperienza di altri paesi europei. Esiste uno standard suggerito sul rapporto tra i parlamentari e la popolazione?

— C’è chi ci ha provato con complesse analisi aritmetiche (penso agli studi del politologo estone Taageepera e dei francesi Auriol e Gary-Bobo) ma ogni paese ha le sue particolarità. E quando si fanno tali comparazioni bisogna stare attenti alle diverse forme di Stato e di governo, altrimenti si rischia di paragonare pere con mele. Ciò premesso, è certo però che la riduzione ci avvicina al rapporto tra popolazione e parlamentari eletti esistente in Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna che sono le democrazie parlamentari a noi più prossime. Il punto è che in questi paesi i parlamentari elettivi si concentrano in una sola camera; da noi invece i 600 parlamentari eletti si divideranno in due camere. E quindi ritorniamo al tema del nostro bicameralismo perfetto.

— Il dibattito che si è generato in Italia esiste altrove?

— Si. In Gran Bretagna da tempo si parla di dimezzare la Camera di Lord, composta da quasi 800 membri non elettivi. In Germania hanno trovato l’accordo per ridurre quello che hanno definito un Parlamento XXL perché, a causa dei c.d. seggi compensativi, il Bundestag anziché dai previsti 598, è composto da ben 709 deputati. Infine, in Francia il Parlamento sta discutendo la proposta del governo di ridurre i membri dell’Assemblea nazionale da 577 a 433 e del Senato da 348 a 261.

— Il «germanicum» arriverà in aula alla Camera il 28 settembre. A Suo avviso, la vittoria del Sì potrebbe allontanare la nuova legge elettorale?
— Premesso che cambiare la legge elettorale è stato, è e sarà sempre difficile perché ogni partito guarda al proprio particolare interesse, credo all’opposto che la vittoria del Si, con riduzione dei parlamentari e conseguente innalzamento della soglia di sbarramento implicita (meno seggi = più voti per aggiudicarseli) obblighi di contro le forze politiche a trasformare il nostro sistema in interamente proporzionale se si vuole dare rappresentanza alle forze politiche di minoranza. Piuttosto spero che in quest’occasione si affronti il tema della selezione delle candidature perché i partiti non si sono dimostrati all’altezza del senso di responsabilità richiesto dalle liste bloccate.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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